«È stato come aver vissuto 5 mesi su Marte!»

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ITALIA – Roma 13/09/20913. Domenica 9 settembre, appena atterrato all’Aeroporto di Ciampino, venti minuti dopo la mezzanotte, il giornalista de “La Stampa” Domenico Quirico riabbracciava i suoi cari che lo aspettavano sotto al Falcon 900 messo a disposizione dai servizi di sicurezza italiani.

Ad accompagnarlo c’era Claudio Tafurri, capo dell’Unità di Crisi. In fondo alla scaletta, sulla pista di Ciampino, Quirico riceveva l’abbraccio caloroso del ministro Emma Bonino e il bentornato del segretario generale della Farnesina Michele Velensise. Il Direttore del quotidiano di Torino, Mario Calabresi, era stato avvisato proprio dai funzionari della Farnesina più o meno verso le 20:00. Alle 21:15  twittava la notizia, e le agenzie di stampa  lo riprendevano al volo. La storia del rapimento di Quirico e del suo compagno di sventura, il professor  Pierre Piccinin, laureato in Storia a Bruxelles, con un paio di Master alla Sorbona, di cui uno in Scienze Politiche e l’altro in Arte, è ricca di spunti interessanti. Il professore belga è uomo molto esperto in materia di conflitti, soprattutto di alcuni retroscena che riguardano le “Primavere Arabe”, essendone stato testimone oculare, e avendone scritto molto a riguardo. Nei suoi primi viaggi in Siria (luglio del 2011) si dichiarava apertamente contro il regime, più avanti, a seguito dell’imbarbarimento del conflitto, ebbe la lucidità di cogliere la deriva multiforme della Rivoluzione, analizzandola in varie pubblicazioni. Questo potrebbe spiegare perchè la sua figura era, ed è, rimasta un po’ nell’ombra, rispetto a quella del giornalista italiano.

Il lavoro intenso dell’Aise, portato avanti in collaborazione costante con gli agenti turchi del Milli Istibarat Teskilati, ha permesso di allacciare i contatti con l’Esercito Siriano Libero, con alcuni membri della brigata dei “ribelli” siriani di “Abu Ammar” e i vertici di comando della “Brigata Al Faruk”, di cui la “Abu Ammar” fa parte. Nel corso delle trattative, per attestare l’identità reale dei sequestrati, sarebbe stato girato un video in cui  al Prof. Piccinin  veniva richiesto di fare il nome del proprio gatto. 

Il ruolo di interlocutore strategico e umanitario dei nostri servizi nel teatro Mediorientale, stando a quanto riferiscono fonti di intelligence, avrebbe favorito la riuscita dell’operazione, evitando, come accaduto in altre circostanze, di ricadere nella tentazione di pagare lauti riscatti.

Stando alle informazioni in possesso, i due sarebbero stati venduti da membri dell’Esl direttamente al gruppo di “Abu Ammar”, un nome noto per le pratiche brutali che caratterizzano la detenzione dei suoi prigionieri.

L’importanza del professor  Piccinin è testimoniata dai silenzi dei media e da quelli dell’Aise, al quale il governo del Belgio aveva delegato, da subito, la gestione dell’operazione; poco o nulla verrà scritto su di lui, mentre alcuni tra gli analisti europei, e non solo, erano già a conoscenza di  quanto il belga fosse addentro alla realtà siriana, avendone letto i reportage.

In particolare, nell’articolo  “Viaggio all’Inferno: nel cuore delle prigioni dei servizi segreti siriani” (Le Monde, 7.6.2012) Piccinin, faceva riferimento alle torture da lui stesso subite per mano degli uomini dello Shu’bat al-Mukhabarat al-‘Askariyya, il servizio di intelligence militare siriano che lo prelevò Il 17 maggio del 2012 al check-point di Tal-Kalakh, nella regione di Homs, imprigionandolo nei sotterranei delle loro carceri, sottoponendolo a sevizie per mezzo di cavi metallici a induzione elettrica. I servizi siriani lo accusavano di essere una spia francese in territorio siriano. La sua prigionia durò 6 giorni.

Il 23 di maggio 2012 fu rilasciato dalla sede del Palestine Branch.

In un’ intervista rilasciata al Corriere del Ticino il 3 agosto 2011, parlando della questione siriana, Piccinin ebbe a dichiarare: «C’è un’organizzazione i cui resoconti vengono diffusi da numerosi media, ossia “l’Osservatorio siriano dei diritti umani (Oshr)”, il cui presidente è Abdel Rahman (che usa altri due nomi, tipo Rami Abdulrahman e Osama Ali Suleiman, n.d.r.), molto conosciuto in Siria in quanto è un oppositore del regime da anni e vive tra Londra e Stoccolma. Questo personaggio è molto legato al movimento dei Fratelli musulmani, principale gruppo di opposizione islamico al regime di Assad; per cui le informazioni che diffonde ritengo non siano affidabili».

I fatti di cui prendiamo nota quotidianamente, seguendo la gestione del flusso informativo sugli attacchi chimici del 21 agosto a Damasco, registrati in diversi punti della capitale siriana (in particolare nella zona est della città sui quartieri di Kafr Batma, Ein Tarma e Jobar)  l’analisi dei documenti ufficiali  declassificati dal governo statunitense e i lanci di numerose agenzie, tra le quali un’Ansa del 7/9/13 battuta alle 17:48, sembrerebbero confermare quanto scritto da Piccinin a suo tempo, e cioè che i mezzi di comunicazione mondiali, i più influenti, compresi i social media, spesso si servono di informazioni non verificate o distorte, soprattutto quando i fatti in questione hanno come fonte primaria quel cittadino siriano con ufficio a Coventry, Londra.

Altri elementi in possesso relativi alla manipolazione informativa su scala internazionale avremo modo  di approfondirli in seguito.

Tornando sulla questione della liberazione dei due ostaggi, finiti nelle mani di predoni senza scrupoli, è importante analizzare in profondità l’approccio comunicativo, e le differenze tra le dichiarazioni rilasciate dai due a mezzo stampa, appena tornati nei rispettivi paesi.

La questione dell’attacco chimico e le conversazioni via Skype origliate dai due reporter, intercorse tra i loro carcerieri e altri guerriglieri oppositori del regime. Domenico Quirico, “La Stampa” esteri  09/09/2013: «In questa conversazione via Skype dicevano che l’operazione del gas nei due quartieri di Damasco era stata fatta dai ribelli come provocazione, per indurre l’Occidente a intervenire militarmente. E che secondo loro il numero dei morti era esagerato. Io non so se tutto questo sia vero e nulla mi dice che sia così, perché non ho alcun elemento che possa confermare questa tesi e non ho idea né dell’affidabilità, né dell’identità delle persone. Non sono assolutamente in grado di dire se questa conversazione sia basata su fatti reali o sia una chiacchiera per sentito dire, e non sono abituato a dare valore di verità a discorsi ascoltati attraverso una porta».

Questa è la versione riportata dal caposervizio esteri del quotidiano “La Stampa”, ex corrispondente da Parigi, reporter attivo e influente sui fatti della cosiddetta “Primavera Araba”.

La replica di Pierre Piccinin dal Belgio, RTL-TVI: «È il suo punto di vista. Non l’ho ancora contattato su questo tema. Sono un po’ sorpreso perché eravamo insieme e c’era un ufficiale della Brigata Al Faruk, quando abbiamo sentito questa conversazione. La conversazione era tra il generale del libero esercito che ci aveva sequestrati e l’ufficiale di al-Farouk. Da questa conversazione emerse chiaramente che il regime di Assad non era il responsabile. È un dovere morale per noi dirlo. Mi costa molto dichiararlo, perché da tempo sostenevo l’Esercito Libero Siriano e la sua battaglia nella lotta per la democrazia». 

L’attacco con i gas, che è la base su cui si fondano le motivazioni Usa (il superamento della “Red Line”)  per decidere se attaccare o meno il regime di Bashar al-Assad, per il Professore, sarebbe stato condotto dai ribelli. 

Il passaggio sulla necessità morale di divulgare questa informazione lascerebbe presupporre un‘analisi approfondita, che va oltre le conversazioni ascoltate tra i ribelli.

Giova ricordare come l’altra prova sulla quale si basa l’accusa al regime da parte degli Usa, e quindi i report sul territorio dell’Ong Medici senza Frontiere, sia stata estrapolata da un contesto; Msf fornirà ben due smentite in proposito (24 e 28/08).

Unico punto di convergenza tra i due resta il riconoscimento della  deriva della rivoluzione siriana e l’infiltrazione di elementi stranieri che poco hanno a che fare con le lotte e il desiderio di emancipazione sociale della Siria.