
La chiusura dell’importante oleodotto saudita East – West in seguito a un recente attacco sta alimentando il timore che i mercati energetici globali – già in crisi a causa della guerra con l’Iran – possano subire carenze ancora più gravi, spingendo al rialzo i prezzi del carburante e di altri beni essenziali.
Il principale produttore di petrolio del Medio Oriente ha chiuso venerdì scorso il suo oleodotto “East-West” dopo l’attacco, attribuito a droni di milizie filo-iraniane presenti in Iraq. Le riparazioni potrebbero richiedere dalle tre alle cinque settimane, riporta AP. L’oleodotto è fondamentale per trasportare il greggio fuori dal Medio Oriente, convogliandolo verso il Mar Rosso anziché attraverso lo Stretto di Hormuz; quest’ultimo è il passaggio marittimo attraverso il quale transitava circa un quinto delle forniture petrolifere mondiali prima che Stati Uniti e Israele attaccassero l’Iran a febbraio.
Gli Houthi hanno preso il controllo di alcune isole e della costa yemenita lungo le principali rotte di navigazione del Mar Rosso, minacciando ulteriormente le esportazioni saudite. Sebbene rimangano alcune alternative limitate, tra cui un traffico ridotto di petroliere a Hormuz, gli esperti avvertono che potrebbero verificarsi ulteriori shock nell’offerta e un aumento dei prezzi, mettendo a dura prova le famiglie.
L’oleodotto saudita East-West si estende per circa 1.200 chilometri attraverso il Paese, trasportando petrolio da un impianto di lavorazione vicino al Golfo Persico verso ovest, fino al Mar Rosso. Lì, il greggio viene solitamente caricato su petroliere dirette a nord verso l’Europa (attraverso il Canale di Suez) o a sud attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb, in rotta verso l’Asia. L’oleodotto fu costruito negli anni ’80 per timore che Teheran potesse bloccare la navigazione a Hormuz durante la guerra Iran-Iraq. Nei primi sei mesi dell’attuale conflitto, è stato fondamentale per garantire che almeno una parte del petrolio continuasse a fluire fuori dal Medio Oriente, mentre la maggior parte del traffico di petroliere a Hormuz rimaneva bloccata.
Lunedì 14 settembre, la società Rystad Energy ha dichiarato che, dalla fine di agosto, attraverso l’oleodotto e il porto di Yanbu sul Mar Rosso sono transitati in media tra i 2,6 e i 4 milioni di barili di petrolio al giorno: un volume che ora rischia di “sparire dal mercato”. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), quattro milioni di barili al giorno rappresentano circa il 4% dell’offerta globale di petrolio. L’Arabia Saudita produceva quasi 10 milioni di barili di petrolio al giorno nel settembre 2025, ma ad agosto la produzione era scesa a 6 milioni di barili al giorno, ha riferito la IEA.
Lo Stretto di Hormuz rimane al centro dell’attenzione. Prima della guerra, attraverso Hormuz transitavano circa 20 milioni di barili al giorno. Alcune petroliere stanno nuovamente attraversando lo stretto, ma il traffico è ben al di sotto dei livelli precedenti. La società di dati marittimi Lloyd’s List Intelligence ha registrato 90 transiti nella prima settimana di settembre; prima della guerra, passavano circa 130 navi al giorno.
Gli Houthi hanno inoltre intensificato il controllo sullo stretto di Bab el-Mandeb, un passaggio vitale per la parte meridionale del Mar Rosso. La società Melius Research ha stimato che all’inizio di settembre transitassero attraverso Bab el-Mandeb circa 3 milioni di barili di petrolio al giorno, ma il 14 settembre ha osservato che “ora la cifra è probabilmente pari a zero”. A causa degli attacchi Houthi, la maggior parte del traffico saudita proveniente da Yanbu è stata dirottata verso nord, verso il Mediterraneo, passando per il Canale di Suez o per l’oleodotto egiziano SUMED. Tuttavia, gli Houthi hanno iniziato a prendere di mira anche le navi saudite nell’area settentrionale.
Le restrizioni dell’offerta hanno provocato un’impennata dei prezzi a livello globale. Gli analisti avvertono inoltre che le recenti interruzioni potrebbero causare ulteriori difficoltà ai consumatori nelle settimane e nei mesi a venire. Una delle conseguenze più immediate riguarda i costi del carburante e delle bollette energetiche domestiche. I paesi dell’Asia e dell’Africa, che dipendono maggiormente dalle importazioni dal Medio Oriente, hanno subito gli shock più pesanti. In Nigeria, ad esempio, i prezzi del diesel sono attualmente superiori del 92% rispetto a fine febbraio, mentre quelli della benzina sono aumentati di quasi il 61%, secondo i dati del monitoraggio energetico Global Petrol Prices. Forti rincari si sono registrati anche in paesi come l’Indonesia (diesel +87%, benzina +38%) e il Libano (diesel +80%, benzina +46%).
Negli Stati Uniti, lunedì il prezzo medio al gallone della benzina “regular” si attestava a quasi 4,32 dollari, un aumento di circa il 45% rispetto ai 2,98 dollari registrati prima della guerra, secondo l’associazione automobilistica AAA. Il diesel ha toccato un nuovo massimo storico (al netto dell’inflazione) di 6,23 dollari al gallone.
Il costo del gasolio, in particolare, si ripercuote su altri beni perché il carburante viene utilizzato per i camion a lungo raggio e altre reti di distribuzione, nonché per le attrezzature agricole.
Luigi Medici
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