Senkaku o Diaoyu, solo un ennesima guerra di valuta

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Possibile che 5 sassi in mezzo al mare nel XXI secolo, riescano a innescare una crisi politico-economica mondiale? La risposta è sì e la si può banalizzare osservando che da quando l’economia è globale, ogni problema tra economie di peso diventa un problem del globo terrestre. 

 

In realtà la disputa per le isole Senkaku o Diaoyu, a seconda se si è filo giapponesi o filo cinesi, nascondono un nuovo punto di rottura nella crescita economica mondiale. Da un lato una Cina, potente ma senza un mercato interno sviluppato, dall’altro un Giappone sempre più protagonista del commercio mondiale, sia per le sue buone performance economiche (accordi commerciali, tecnologia innovativa), sia per la posizione strategica geografica in cui si trova. 

E così ci si trova che cinque rocce in mezzo al Mare di Cina Orientale, a 200 chilometri a nord-est delle coste di Taiwan, 400 chilometri a ovest dell’isola nipponica di Okinawa, disabitate, sono oggetto di una contesa tra Cina, Giappone e Taiwan di antica data e ora rischiano di mettere in crisi anche l’economia mondiale. 

E se da un lato, queste isole riportano alla luce antichi attriti tra Giappone e Cina, due guerre sino-nipponiche sono ancora testimoni di rancori mai sopiti, e trasformati in azioni di intolleranza da quando il Giappone ha cercato di acquistare tre delle isole da un privato; dall’altro c’è il fatto che il mare che le circonda e il sottosuolo sono possibili fonti di ricchezza. 

Sia Cina che Giappone e Tawain pescano in quei mari e anche abbondantemente. Non va dimenticato che Il Giappone consuma intorno al 10% del pescato mondiale, sebbene costituisca solamente il 2% circa della popolazione terrestre. I suoi abitanti, ogni anno, mangiano 69Kg di pesce a testa, oltre quattro volte la media mondiale che si ferma a 16 Kg. Aggiudicarsi le isole significherebbe diminuire il costo del pesce che tutti i giorni finisce sulle tavole dei nipponici. 

Non solo, la NATO già da alcuni decenni ha fatto delle ricerche scoprendo che i fondali in quell’area sono ricchi di gas naturale e petrolio. Altro fattore non di poco conto sia, per il Giappone che per la Cina alla ricerca disperata di energia. Ma mentre la Cina è semplicemente energivora, con molte opportunità di convertire gli impianti e installare ovunque fonti rinnovabili; il Giappone dopo gli incidenti di Fukushima ha deciso di chiudere con il nucleare nei tempi più consoni e si pone dunque il problema di una nuova fonte di energia che sostituisca quella dell’atomo. 

Ma a quanto pare questi elementi citati non rappresentano che la punta dell’iceberg. La crisi politico-militare-economica è stata ormai innescata: quest’anno sono passati in sordina anche i festeggiamenti del 40esimo anno degli accordi sino-giapponesi. Non solo, la Cina ha boicottato il summit a Tokio del Fondo Monetario Internazionale. E ancora, a seguito degli incidenti in Cina di manifestanti contro le pretese nipponiche sulle isole, molte fabbriche giapponesi sono state chiuse. 

Il rischio in una economia globale ancora zoppicante è che la crisi economica, che sta lentamente lasciando il passo a una normalizzazione, come detto anche dal Governatore della BCE, Mario Draghi di recente, rischi di tornare ai livelli del 2009. 

Cina e Giappone sono le più grandi economie del mondo dopo gli Stati Uniti, e il commercio bilaterale tra i due paesi è cresciuto 14,3 per cento nel 2011 a un record di 345 miliardi di dollari. In questo momento, a soli tre mesi dall’inizio delle tensioni, aziende come Nissan Motor Co., hanno già registrato un rallentamento nelle vendite. 

Gli ultimi dati OCSE mostrano che gli scambi di merci sono rallentati nella maggior parte delle principali economie del mondo, nel secondo trimestre del 2012, con contrazioni a titolo definitivo in tutti i principali paesi europei, India, Russia e Sudafrica – paese chiave delle economie emergenti detti “BRICS”. Non solo, studiando il PIL di Brasile e Cina si nota un rallentamento inesorabile, dovuto anche a una diminuzione degli investimenti esteri. Ed ora la crisi fra Giappone e Cina non fa che peggiorare le prospettive. 

Ma in questo momento a soffrire di più è la Cina che dipende troppo dall’Unione europea. L’UE, infatti, è il principale cliente, in materia di lavoro e produzione, di Pechino. Si stimanocirca 200 milioni di posti di lavoro nati per sostenere l’export siano di origine europea – ossia il 31,4 per cento dell’export della Cina: 7.300 miliardi dollari di produzione economica nel 2011, secondo i dati della Banca Mondiale. Il Ministro per il Commercio cinese ha detto il 10 ottobre che le prospettive di esportazione sono viste al ribasso e la domanda può essere più debole nei prossimi mesi di quanto non sia stato finora quest’anno.

Un sondaggio dei responsabili degli acquisti nel settore manifatturiero della Cina, pubblicato da HSBC e Markit, dati dell’11 ottobre, segnalano la più bassa richiesta di ordini degli ultimi 10 mesi. La propaganda cinese contro il Giappone, poi ha un enorme significato per la politica nazionale. La Cina ha bisogno di sviluppare il mercato interno quasi inesistente e come sempre in questi casi, trovare un nemico esterno, solleva i politici e dall’assumersi responsabilità. Fintanto che il Giappone sarà considerato come una sorta di nemico i politici avranno tempo per dare vita a progetti di sviluppo. 

Il Pacifico, ormai è chiaro a tutti, sarà la culla degli scambi del nuovo millennio e il Giappone si trova proprio di fronte a Cina, Russia, e poco distante dall’India. La sua tradizione commerciale è nota a tutti, non solo rispetto a Cina e Russia può vantare un accordo politico militare con gli USA che su suolo nipponico hanno ben 8 basi militari e un obbligo di intervento in caso di attacco al Giappone. 

Non solo, alcuni Paesi confinanti con la Cina e vicino al Giappone stanno crescendo molto e cominciano a stringere alleanze strategiche per contrastare i poteri forti. La Mongolia, per esempio, sta rifiutando investimenti cinesi importanti, cercando di emergere e diventare un nuovo Paese emergente. Enorme per dimensioni, ma senza sbocco sul mare è ricca di rame, molibdeno (utilizzato nella costruzione di missili, aerei e protesi dentarie) fluorite, stagno, tungsteno e oro; paese esportatore di Cashmere in tutto il mondo, grazie agli investimenti esteri passati e presenti di: Cina, Giappone, Russia e Germania ha sviluppato il settore tecnologico e il suo PIL cresce del 4,1% all’anno. 

Due settimane fa Corea, Cina Giappone hanno iniziato le procedure interne per lanciare a novembre i negoziati di libero scambio tra le nazioni. A riferirlo il ministero per il Commercio di Seul. I tre principali paesi dell’Asia orientale stanno lavorato per lanciare i loro colloqui trilaterali di libero scambio per il mese di novembre, quando i loro leader si incontreranno in Cambogia per una conferenza regionale. Corea e Cina sono attualmente in trattative per l’accordo bilaterale di libero scambio. Mentre i negoziati di libero scambio tra Seul e Tokyo sono stati bloccati dalla fine del 2004, principalmente a causa della riluttanza del Giappone di abbassare delle tariffe sui prodotti agricoli, infine Giappone e Corea si contendono altre isole. Il boicottaggio cinese di prodotti giapponesi si è diffuso in tutta la nazione con la nascita del sentimento anti-giapponese, e anche le organizzazioni non governative si stanno unendo al boicottaggio. Il Trade-Investment Promotion Agency Corea ha recentemente ipotizzato che un boicottaggio anti-giapponese in Cina, contribuirebbe a rafforzare le vendite dei prodotti coreani in Cina e stima che il gettito risultante ammonterebbe a più di 5 miliardi di dollari nel breve periodo. 

Secondo il ministero del commercio Coreano, il prodotto interno lordo (PIL) delle tre nazioni ha raggiunto 12.340 miliardi dollari nel 2010, pari a circa il 19,6 per cento del PIL totale del mondo. Contro il 30 per cento dell’UE e il 23% degli USA. 

Altri parlano del Mar Cinese Meridionale come il “nuovo Golfo Persico”. A differenza del vecchio chiaramente delimitata-Golfo Persico, questo è controverso tra la Repubblica popolare cinese, Taiwan, Giappone, Filippine, Vietnam, Malesia e Brunei. Oil India e Natural Gas Corporation lo scorso anno (settembre 2011) ha firmato un accordo con PetroVietnam per la prospezione di petrolio in blocchi oceaniche rivendicate sia da Vietnam che dalla Cina. (L’India è diventata strettamente legata agli Stati Uniti, mentre l’ex nemico Vietnam accoglie ora le navi da guerra degli Stati Uniti per le sue rive.) 

Traendo sommariamente le fila di questa nuova guerra delle valute che sta dietro alla contesa di 5 piccole isole si nota come gli interessi politici-militari in realtà vanno a braccetto con gli interessi economici dei paesi vicino o che si affacciano sul Pacifico. Non è un caso se il Segretario alla Difesa americano Leon Panetta recentemente ha visitato la Cina e il Giappone, durante la sua visita ha richiesto una soluzione pacifica del Giappone-Cina tensioni sulle isole contese. Gli USA, per di più in campagna elettorale, non vogliono prendere una posizione ma hanno degli obblighi (Trattato di sicurezza del 1960) nei confronti del Giappone. Non solo, se Giappone e Cina sono in tensione, gli USA ne traggonodei vantaggi. Possono infatti monitorare i rivali con più facilità. Non dimentichiamo che gli USA dopo il crollo economico ancora annaspano, ma grazie alla svalutazione del dollaro e all’aumento del debito pubblico stanno lentamente tornando a crescere. Mantenere una tensione politica costant tra Giappone e Cina, consente loro di ripianificare la politica estera ed economica, diventando quello che fino ad ora non era pensabile: un mediatore di pace tra le economie più importanti dell’area, tra cui la rivale Cina. 

La Cina infatti nel momento del bisogno, ovvero per non cedere le isole e innescare la polemica, si è servita dei giornali europei, dove ha lanciato la sua campagna contro il Giappone. L’Europa prontamente ha risposto. L’Italia e poi l’Inghilterra hanno sostenuto la causa cinese. Al punto tale che è dovuto intervenire dall’OCSE Gurria per sedare gli animi e far notare, dati alla mano, che questa contesa non aiuterà la ripresa economica. 

I prossimi giorni saranno illuminati per capire chi vincerà questa battaglia, chi si porterà a casa i migliori accordi economici. Qualunque sia l’esito della contesa di certo c’è che l’orientamento degli investitori stranieri, diventati oramai insostituibili per lo sviluppo dei paesi emergenti, cambierà.