PETROLIO. Chi controllerà Hormuz, controllerà metà import di greggio di Pechino

71

La “peggiore interruzione energetica della storia”, come l’ha definita l’IEA, ha portato l’indice di rischio geopolitico globale a livelli mai visti dagli attentati terroristici dell’11 settembre a New York. I mercati energetici, azionari e obbligazionari sono stati sconvolti dal crollo delle forniture di petrolio e gas al mercato internazionale, dopo che l’Iran ha bloccato lo Stretto di Hormuz il 2 marzo.

L’IEA ha cercato di rassicurare gli operatori annunciando il più grande rilascio di petrolio dalle riserve nella storia, ma dopo che i prezzi del petrolio sono scesi brevemente da un picco di 120 dollari il 9 marzo a 85 dollari al barile, sono risaliti a 100 dollari dopo che tre petroliere sono state colpite da razzi iraniani il giorno successivo. La neonominata Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha giurato vendetta per l’Operazione Epic Fury, riporta BneIntellinews.

Secondo Oxford Economics, l’indice di rischio geopolitico è aumentato vertiginosamente dall’inizio delle ostilità, raggiungendo il livello più alto dal 2001. Il valore attuale è paragonabile al picco registrato durante la Guerra del Golfo, in un contesto di crescente incertezza sui mercati globali. Gli economisti avvertono che i periodi di elevata tensione geopolitica tendono a influenzare negativamente le decisioni aziendali, soprattutto quando le imprese si trovano ad affrontare incertezze sui mercati energetici, sui flussi commerciali e sulle prospettive economiche generali. “Una maggiore incertezza geopolitica potrebbe indurre le aziende a posticipare i piani di investimento”, ha affermato Oxford Economics, aggiungendo che l’impatto economico finale dipenderà in larga misura dalla durata e dalla gravità del conflitto. 

La regione del Golfo probabilmente risentirà maggiormente del conflitto, ma l’economia globale nel suo complesso è più immune alla crisi, dato che il Golfo rappresenta solo circa il 2% del PIL mondiale. Inoltre, a differenza della crisi energetica del 2022, da allora molte economie, guidate dalla Cina, hanno investito massicciamente nelle energie rinnovabili e nell’energia nucleare e dispongono di maggiori opzioni per utilizzare fonti energetiche alternative, incluso il carbone.

Oxford Economics ha osservato che le sue prospettive di investimento erano già relativamente prudenti prima dell’escalation del conflitto. “Sebbene sia probabile un impatto significativo sul CCG, le ripercussioni sul resto del mondo dipenderanno probabilmente dalla durata del conflitto e dal grado di incertezza che le imprese attribuiranno alle prospettive economiche globali”, ha affermato la società.

Nella battaglia per il controllo dello Stretto di Hormuz, inoltre, chiunque vinca controllerà metà del flusso di petrolio cinese. Un obiettivo non dichiarato della politica estera di Washington sembra essere quello di ottenere influenza sull’accesso della Cina al petrolio. La Cina detiene il monopolio delle forniture statunitensi di minerali critici e metalli delle terre rare. Trump sta reagendo con un piano per controllare quanto più possibile l’accesso della Cina al petrolio.

Dall’Operazione Absolute Resolve del 3 gennaio, contro Nicolás Maduro, all’Operazione Epic Fury, 28 febbraio, obiettivano dichiarato è spezzare i legami “occidentali” con Pechino. Qualora gli Stati Uniti riuscissero a rovesciare la Repubblica Islamica o a indebolirne significativamente le capacità militari, un altro potenziale obiettivo sarebbe probabilmente quello di assicurarsi il controllo duraturo dello Stretto di Hormuz e, di conseguenza, della principale fonte esterna di approvvigionamento petrolifero della Cina.

La posta in gioco è alta, dato che al momento gli Stati Uniti non stanno vincendo: Teheran ha il pieno controllo dello stretto e ha istituito un sistema informale di permessi di passaggio che consente alle petroliere provenienti da “paesi amici” di attraversarlo. Finora, i carichi sono diretti esclusivamente in Asia, cioè in Cina.

Nella prima settimana di guerra, Trump ha suggerito che la Marina statunitense potrebbe riavviare il traffico ripetendo l’Operazione Earnest Will, condotta durante la guerra Iran-Iraq tra il 1987 e il 1988, quando la Marina statunitense scortò coppie di petroliere kuwaitiane attraverso lo stretto per garantire il flusso di petrolio. La scorsa settimana, la marina statunitense ha dichiarato di aver rifiutato le richieste quotidiane di protezione da parte delle compagnie di navigazione commerciali, in quanto la navigazione era “troppo pericolosa”.

Secondo quanto riportato, il Pentagono ha ora ordinato al resto della marina statunitense di prepararsi, si parla di un possibile sbarco nel Golfo e ci sono notizie di fanteria trasportata sul Golfo a bordo delle navi più veloci degli Stati Uniti, in quella che potrebbe essere una preparazione per un’invasione di terra.

Il controllo dello stretto darebbe a Washington una potente leva strategica su Pechino: metà delle importazioni di petrolio della Cina, circa 5,4 milioni di barili al giorno, transitano per Hormuz. Un simile controllo garantirebbe anche agli Stati Uniti la possibilità di assicurare i flussi energetici ai propri alleati in Asia, come Giappone, Corea del Sud, Australia e Filippine, in caso di un conflitto più ampio con Pechino. Washington potrebbe anche garantire le forniture ad altre economie regionali, tra cui Vietnam, Indonesia, Malesia e Singapore.

In uno scenario postbellico, il petrolio che affluisce dal Golfo Persico diventerà fortemente politicizzato, da parte di chi avrà vinto la guerra. Anche la tempistica del confronto è significativa. Il presidente cinese Xi Jinping ha ordinato all’esercito cinese di essere pronto a conquistare Taiwan con la forza entro il 2027, secondo le speculazioni degli analisti, una scadenza che ha affinato la pianificazione strategica a Washington.

Dal punto di vista strategico degli Stati Uniti, lo scenario peggiore sarebbe quello di combattere una guerra con la Cina nel Pacifico e, allo stesso tempo, dover riaprire lo Stretto di Hormuz se l’Iran lo mantenesse chiuso. L’attuale conflitto ha già prosciugato gran parte della capacità radar THAAD degli Stati Uniti, dopo che l’Iran ha distrutto quattro basi radar in Medio Oriente, metà dell’inventario globale del Pentagono, e le sta trasferendo nel Golfo. Allo stesso modo, gli alleati degli Stati Uniti nella regione stanno già esaurendo i missili intercettori Patriot dopo l’incessante bombardamento iraniano all’inizio delle ostilità. Le forze statunitensi nella regione indo-pacifica sono già state gravemente indebolite senza che la Cina abbia sparato un solo colpo.

Luigi Medici 

Segui i nostri aggiornamenti su Spigolature geopolitiche: https://t.me/agc_NW e sul nostro blog Le Spigolature di AGCNEWS: https://spigolatureagcnews.blogspot.com/