PANDEMIA. Come ha cambiato le nostre abitudini linguistiche il coronavirus?

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Intervista al Professor Fabrizio Battistelli autore, insieme alla Professoressa Maria Grazia Galantino, di Sociologia e politica del coronavirus. Tra opinioni e paure

Lockdown, congiunti, immunità di gregge, soggetto asintomatico, tampone molecolare, test sierologico, paziente uno, rischio zero sono soltanto alcuni dei termini entrati a far parte del nostro vocabolario dopo lo scoppio della pandemia. Qualcuno preso in prestito dal mondo anglofono, qualcun altro dal mondo della medicina e della scienza, ognuno di noi li ha sentiti nominare, o li ha utilizzati in prima persona, più di una volta in questo anno e mezzo.

Ciò che è accaduto con il lessico ha a che fare con processi sociologici profondi e ha visto singoli individui fare proprio il linguaggio adottato da un’intera comunità, scientifica e non.

Tra le modalità narrative a cui sono ricorsi diversi soggetti, i media per primi e poi la classe politica, c’è stato l’utilizzo di una metafora dal potere evocativo molto forte: quella di guerra.

Fabrizio Battistelli, Professore ordinario di Sociologia presso il Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche – DiSSE della Sapienza Università di Roma, e Maria Grazia Galantino, Professore Associato di Sociologia generale presso il Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche – DiSSE della Sapienza Università di Roma, sono tra coloro che si sono occupati di analizzare il fenomeno. Nel loro libro Sociologia e politica del coronavirus. Tra opinioni e paure (disponibile in formato Open Access e scaricabile dal link Franco Angeli) hanno dipanato il complesso fenomeno pandemico da un duplice punto di vista: sociologico e comunicativo. Sono partiti da una riflessione sull’utilizzo della ‘metafora guerra’, a cui si è ricorsi per fare riferimento alla pandemia, per poi passare all’analisi delle modalità narrative del Covid-19 e degli strumenti predisposti dallo Stato per fronteggiare il virus.

Insieme ai due autori abbiamo toccato i punti salienti del libro e messo in luce i cambiamenti più significativi che il Coronavirus ha apportato al nostro lessico.

L’epidemia è stata descritta attraverso la metafora della guerra. Professor Battistelli, perché mettere sullo stesso piano epidemia e guerra è una scelta comunicativa e sociologica errata? Che cosa fa scattare questa associazione nel popolo? C’è una funzione sociologica, e se sì quale, dietro questa metafora?

La pandemia come una guerra è una metafora efficace ma sbagliata, cioè funziona, ma è ingannevole. Funziona perché si basa su alcune analogie: entrambi i fenomeni comportano per noi (come individui e gruppi) gravi danni, limitazioni per tutti e lutti per alcuni, quindi ci costringono a “difenderci” pagando un alto prezzo in sacrifici. Però è ingannevole perché sposta l’attenzione dalle nostre responsabilità: nel caso della pandemia si tratta di cause ultime come i guasti che abbiamo inflitto all’ambiente e si tratta di cause contingenti, come in Italia lo scellerato smantellamento della prevenzione sanitaria sui territori attuata da alcune Regioni negli ultimi anni. Il tutto viene dirottato addosso a un immaginario “nemico”, il coronavirus, come se fosse sua la colpa di perpetuarsi nei nostri organismi e la sua una strategia per farci ammalare.

Secondo Lei se non guerra, quale sarebbe stata la parola più adatta per descrivere l’epidemia Covid-19?

Parola o metafora? La scelta più corretta da parte di chi ha la responsabilità di comunicare a livello istituzionale è sempre quella di chiamare le cose con il loro nome, alla lettera. Il coronavirus genera una malattia contagiosa e particolarmente aggressiva? Spiegatelo e spiegate come comportarsi, la gente non è stupida, se ha di fronte un interlocutore credibile, ascolta. Nella stragrande maggioranza dei casi. Poi ci sarà sempre una quota di irriducibili che negherà l’evidenza, ma non si convinceranno con la retorica. Ma se proprio ci fosse bisogno di una metafora (ma io credo che non ce ne sia bisogno), l’immagine meno falsa (nel senso di strumentale) sarebbe quella dell’incendio, come a dire un’emergenza che non necessariamente ha un’origine dolosa e di fronte alla quale tutti si adoperano per spegnerlo.

Riprendendo una frase di Snowden che cita nel libro Sociologia e politica del coronavirus, di cui lei e Maria Grazia Galantino siete autori: «Le malattie epidemiche non sono eventi fortuiti che affliggono le società in modo capriccioso e senza preavviso. Al contrario, ogni società produce le proprie specifiche vulnerabilità. Studiarle significa comprendere la struttura della società, il suo modello di vita e le sue priorità politiche. In questo senso le malattie epidemiche sono sempre state dei significanti, e la sfida della storia e della medicina è decifrare i significati che sono incorporati in esse», quale potrebbe essere, secondo Voi, la vulnerabilità della nostra società che avrebbe potuto assumere la funzione di terreno fertile per la proliferazione della pandemia?

Dicendo che nascondiamo di essere responsabili noi, non intendo dire che lo siamo tutti allo stesso modo. Come aveva intuito molti anni fa il sociologio pacifista Johan Galtung, nella  vulnerabilità determinata nella società contemporanea dalla massimizzazione del profitto, un conto è la responsabilità dell’uomo della strada (che comunque come cittadino che vota e consumatore che consuma ne ha una), un conto è la ben più grave responsabilità dei decisori – gli esponenti del potere politico e gli esponenti del potere economico – che condividono il sostegno senza riserve a un modello di sviluppo che ha devastato l’ambiente Terra. Per quanto riguarda l’origine della Covid-19 la tesi più accreditata è la trasmissione animale – uomo. Essa è figlia dell’invasione antropica degli spazi e del contatto tra specie animali domestiche e specie selvatiche imposto dagli uomini. L’ipotesi alternativa di cui si è tornato a parlare in questi giorni – la “fuga” del virus dai laboratori, civili o militari poco importa – non è una scusante, al contrario è ancora più colpevolizzante per la nostra specie.

Nel  vostro libro Sociologia e politica del coronavirus citate la distinzione tra pericoli, rischi e minacce. A quale di queste tre può essere ricondotto il termine pandemia e perché?

La pandemia è un pericolo perché la sua origine è biologica e gli eventi dannosi che provengono dalla natura non hanno un’intenzione. Ma è pure un rischio perché al suo scatenarsi hanno contribuito anche decisioni umane tragiche (sia pure non necessariamente intenzionali), quali l’ipersfruttamento del suolo, delle risorse naturali, degli animali.

Parlando di pandemia affermate: «Non è soltanto un fenomeno naturale, ma anche socialmente costruito». Potrebbe illustrare meglio questo passaggio?

Lo ripeto: (certa) politica e (la maggioranza dei) mass media costruiscono un’immagine delle emergenze funzionale al loro obiettivo di moltiplicare i consensi e di potenziare l’audience. Ma anche una parte importante dei social contribuisce a esasperare la situazione con forzature e fughe nell’irrazionalità. Non è facile, per l’opinione pubblica, mantenere un punto di vista critico ed equilibrato al tempo stesso. Anzi c’è da meravigliarsi quanto, tutto sommato, ci riesca abbastanza, anche considerando le difficoltà che la scienza disinteressata incontra nel far conoscere le proprie analisi. E sto parlando della grande maggioranza degli studiosi che, sia nelle scienze naturali che in quelle umane, hanno come obiettivo semplicemente la ricerca.

La pandemia ha influito sulle coscienze individuali e collettive non solo a livello fisico e psicologico, ma anche linguistico. Quali sono i cambiamenti più evidenti nel linguaggio che la popolazione ha adottato, e adotterà in futuro, alla luce della pandemia?

Sicuramente il dominio della metafora, e quindi delle parole, di guerra. La guerra presenta un repertorio pressoché infinito, fuorviante ma suggestivo, interiorizzato nella coscienza collettiva basata sulla memoria storica e riattivato dai politici e dai media: nemico, fronte, retrovie, coprifuoco ecc…

Coraline Gangai