Ombre sul futuro del Pakistan

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PAKISTAN – Karachi 09/06/2014. Un attacco compiuto da un commando del gruppo terroristico “Tehrik-i-Taliban Pakistan” (TTP) presso l’aeroporto internazionale “Muhammad Ali Jinnah” di Karachi (capoluogo della provincia del Sind), nella notte tra l’8 e il 9 giugno, getta molte ombre sul futuro del Paese.

Armati di giubbotti suicidi, granate e lanciarazzi, i militanti del TTP hanno impegnato le forze di sicurezza in scontri della durata di oltre 5 ore, provocando la temporanea chiusura dello scalo aereo, oltre a un bilancio di 28 vittime (tra cui i 12 attentatori).
L’attentato, uno dei più gravi e complessi compiuti in questi ultimi mesi, giunge all’indomani del tentativo del governo di Nawaz Sharif di negoziare un accordo con il TTP e segue di pochi giorni la scissione del gruppo stesso. Il 28 maggio, infatti, la fazione guidata da Said Khan (detto “Sajna”), basata prevalentemente nel Sud Waziristan e composta in larga parte da membri della tribù dei Mehsud (da sempre nocciolo duro del TTP), aveva annunciato la propria scissione, a causa di divergenze con l’attuale leadership del gruppo (il cui vertice è rappresentato dal Mullah Fazlullah).
L’attacco contro l’aeroporto internazionale di Karachi, il principale scalo del Paese, fornisce alcune importanti indicazioni.
Innanzitutto, esso metto in evidenza la persistente capacità del TTP di colpire obiettivi di alto profilo. Nonostante la recente scissione, il gruppo può contare ancora su importanti risorse umane e militari, e sembra adesso intenzionato ad innalzare il livello degli scontri, nel tentativo di dissuadere il governo da eventuali azioni militari. Negli ultimi giorni, infatti, erano stati molti ad ipotizzare una campagna militare nell’agenzia del Nord Waziristan e nelle aree limitrofe, dove risiedono le principali basi del gruppo. Tale ipotesi resta ancora plausibile, ma l’attacco di Karachi, e quelli compiuti in precedenza a Islamabad e Rawalpindi, dimostrano come un intervento militare rischierebbe di scatenare una serie di attentati su tutto il territorio nazionale, comprese le zone che erano state sino ad ora solo lambite dall’ondata terroristica. Negli ultimi mesi, l’intelligence pakistana ha, ad esempio, fatto luce sul tentativo del TTP di intensificare i proprio legami con gli istituti religiosi presenti nella capitale, proprio nella speranza di poter contare su sempre maggiori risorse nel caso di una vera e propria campagna di attentati.
In secondo luogo, l’attacco di Karachi evidenzia in maniera impietosa le lacune dell’apparato di sicurezza pakistano. In una fase fluida come quella attuale, il rischio di un attentato contro un obiettivo di alto profilo era assolutamente concreto. Sebbene le forze di sicurezza pakistane siano riuscite a limitare l’azione dei terroristi (il cui obiettivo era quello di distruggere tutti gli aeromobili presenti nello scalo di Karachi), l’incapacità di prevenirlo rappresenta per loro e, più in generale, per tutto l’apparato statale, un grave danno di immagine.
L’attentato contro l’aeroporto del capoluogo del Sind, infine, sembra allontanare definitivamente l’ipotesi di un accordo tra il governo e il TTP (una decisione ufficiale in tal senso verrà resa nota al termine di un vertice, previsto per questa settimana, del Comitato di Gabinetto sulla Sicurezza Nazionale), e getta molte ombre sul piano di Sharif di concentrare l’attenzione dell’esecutivo su altri settori, in particolare quello economico.
Negli ultimi mesi, il Pakistan ha vissuto un piccolo boom economico, con un significativo aumento degli indici di borsa, un progressivo rafforzamento della rupia rispetto alle principali valute internazionali e un sensibile aumento delle riserve di valuta estera (anche grazie ai prestiti concessi da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale). Ciononostante, il quadro complessivo della situazione economica rimane poco incoraggiante, anche per l’incapacità del Paese di attirare un flusso più ingente di investimenti stranieri (il cui ammontare è stato di circa $1,4 miliardi nell’ultimo anno). L’attentato di Karachi rappresenta, a questo proposito, un grave colpo per i piani del governo, evidenziando un quadro della sicurezza assolutamente precario.
Tuttavia, se nel breve periodo è immaginabile una situazione di forte instabilità, contraddistinta da un aumento della minaccia terroristica nelle principali città del Paese, la recente scissione del TTP potrebbe offrire interessanti opportunità al governo, consentendogli di intensificare la propria azione contro uno degli attori più attivi della galassia terroristica pakistana. Perché ciò sia possibile, tuttavia, è necessario che governo e forze armate superino le attuali divergenze e stabiliscano una chiara linea d’azione, supportata da una efficace campagna di comunicazione, suscettibile di conquistare il favore della popolazione e contrastare la propaganda dei numerosi gruppi politici e sociali che simpatizzano per l’insorgenza jihadista.
Al momento, tuttavia, sembra difficile che si assista a una più generale riconsiderazione dei rapporti tra alcuni settori dell’apparato statale (in particolare, l’intelligence) e varie formazioni terroristiche che hanno le proprie basi nel Paese, ma operano prevalentemente fuori dai confini nazioni (soprattutto nel Kashmir indiano e in Afghanistan). Sebbene, sotto questo punto di vista, siano stati compiuti alcuni progressi in questi ultimi anni, si tratta di rapporti troppo intensi perché vengano recisi in un breve periodo di tempo. Sarebbe, infatti, necessario un generale ripensamento degli attuali paradigmi di politica estera e una più ampia riconfigurazione degli attuali equilibri di potere interni al Paese, uno sforzo che il Pakistan non sembra, al momento, poter sostenere.