La contro-rivoluzione pakistana

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ITALIA – Roma 20/08/2014. Il concetto di rivoluzione implica generalmente il rovesciamento di un sistema politico-istituzionale e il delinearsi di nuovi equilibri di potere.

Le proteste anti-governative in corso in Pakistan non hanno un obiettivo simile, a dispetto dei proclami dei due leader del movimento di insurrezione popolare, Imran Khan e Tahir ul-Qadri. Al contrario, nonostante la genuinità dei sentimenti di una parte dei dimostranti, la cosiddetta “marcia rivoluzionaria” ha come principale obiettivo quello di indebolire il governo guidato da Nawaz Sharif (nella foto), consentendo ai militari di ribadire la loro incontrastata leadership sulla scena politica nazionale e di riprendere il pieno controllo dei più importanti dossier di politica interna ed estera.
Il rapporto tra l’attuale capo del governo e le forze armate è sempre stato burrascoso. La vittoria di Sharif alle elezioni del maggio 2013 era stata preceduta da un patto siglato con i militari, con il quale il leader della Pakistan Muslim League – Nawaz (PML-N) si impegnava a mantenere l’azione del proprio governo entro certi limiti, in particolare per quel che atteneva alla gestione dei rapporti con l’India e alla preservazione del ruolo delle forze armate. Tuttavia, il forte consenso popolare che ha sancito la vittoria del PML-N ha indotto il capo del governo a mettere in discussione quel patto, nel tentativo di indebolire progressivamente i militari, facendo leva sulla loro volontà di non immischiarsi in prima persona sulla scena politica.
La partecipazione di Sharif alla cerimonia di insediamento del nuovo primo ministro indiano Narendra Modi dello scorso 26 marzo era stata accolta da molti osservatori come un avvenimento di portata storica. Tuttavia, esso ha rappresentato un preoccupante campanello d’allarme per i militari, da sempre contrari all’ipotesi di un reale e sincero riavvicinamento allo storico nemico indiano. La mancata concessione dello status di “nazione più favorita” a Nuova Delhi deriva proprio dall’opposizione delle forze armate, timorose che un’eventuale normalizzazione dei rapporti con l’India possa privarle di una delle loro principali raison d’être.
A determinare l’attuale crisi politica ha inoltre contribuito il tentativo di Nawaz Sharif di danneggiare l’immagine delle forze armate. Dal punto di vista dei militari, il processo in corso contro Pervez Musharraf rappresenta un insopportabile atto di aggressione da parte delle autorità civili. In varie occasioni, le due parti sono sembrate vicine a un accordo, salvo poi ripensamenti dell’ultimo minuto da parte del governo che hanno impedito a Musharraf di lasciare il Pakistan. Ulteriori tensioni erano state alimentate ad aprile dal caso relativo alle accuse mosse dall’emittente televisiva GeoTV ai servizi segreti pakistani (ISI), all’indomani dell’aggressione subita da uno dei suoi più popolari conduttori In quell’occasione, Nawaz Sharif aveva tentato di approfittare delle critiche mosse alle forze di sicurezza per guadagnare maggiore spazio di governo, alterando l’equilibrio di forze tra civili e militari in favore del governo. Senza ottenere alcun risultato apprezzabile. La GeoTV, infatti, aveva in seguito ritrattato, evitando così la definitiva cancellazione del canale dalla programmazione nazionale.
Le operazioni militari lanciate a giugno contro il “Tehreek-e-Taliban Pakistan” (TTP) avevano già evidenziato come il tentativo di Nawaz Sharif di indebolire le forze armate potesse ormai dirsi fallito. Tra i principali punti della sua campagna elettorale, infatti, vi era proprio il dialogo con i gruppi terroristici attivi nel Paese. I militari, invece, non avevano mai nascosto la propria opposizione ad avviare colloqui di pace e avevano a più riprese chiesto l’autorizzazione per intervenire militarmente nelle aree di frontiera con l’Afghanistan. L’attentato compiuto l’8 giugno contro l’aeroporto internazionale di Karachi aveva fornito alle forze armate il pretesto per l’intervento, nonostante le persistenti resistenze del governo.
La crisi politica che da alcuni giorni sta paralizzando la capitale Islamabad, dunque, va ben oltre le accuse di brogli mosse al PML-N da Imran Khan e i proclami rivoluzionari di Tahir ul-Qadri. L’obiettivo reale dei due leader, infatti, si limita alla conquista di maggiore rilevanza a livello politico, ma saranno le forze armate a beneficiare realmente degli attuali avvenimenti. Il primo ministro Nawaz Sharif appare ormai isolato a livello politico. La debolezza del suo governo ha già determinato la brusca interruzione del processo di normalizzazione dei rapporti con l’India. Nei giorni scorsi, il governo di Nuova Delhi ha cancellato un incontro previsto per il 25 agosto, accusando l’Alto Commissario pakistano per l’India, Abdul Basit, di aver previamente consultato un leader separatista del Kashmir (pratica invero tollerata dai precedenti governi indiani). Oltre a confermare la linea dura adottata da Modi nei confronti del Pakistan, è possibile che il leader indiano non ritenga di alcuna utilità dialogare con un governo così debole e abbia dunque deciso di sfruttare tale occasione per guadagnare consensi in patria, compensando gli scarsi risultati sinora ottenuti nella sua azione di riforma dell’economia e della burocrazia indiana.
I risultati più probabili dell’attuale crisi politica sono due: 1) le forze armate riescono a mediare tra il governo e i leader del movimento di protesta popolare. In questo caso, Sharif rimarrebbe alla guida del governo, seppure nelle vesti di “leader dimezzato”, ostaggio dei diktat dei militari; 2) il parlamento viene sciolto e si va ad elezioni anticipate. In tal caso, sarebbe probabile la formazione di un governo di coalizione sostenuto dalle forze armate, con la partecipazione del People’s Pakistan Party (PPP) dell’ex-Presidente Asif Ali Zardari e dello stesso Pakistan Tehreek-e-Insaf (PTI) di Imran Khan, oltre che di altri partiti minori. L’ipotesi di un colpo di stato militare appare, al momento, poco probabile, anche se un’eventuale escalation delle proteste potrebbe renderla più probabile.
A prescindere dagli esiti che produrrà, la crisi politica in corso rappresenta un duro colpo per il processo di maturazione democratica del Pakistan e rischia di avere significative ripercussioni sul contesto regionale, allontanando ogni speranza circa possibili modifiche della politica sin qui condotta dal Pakistan nei confronti di India e Afghanistan. In vista dell’imminente ritiro delle truppe internazionali dall’Afghanistan e alla luce delle difficoltà di formare un governo di coalizione tra i due principali candidati alle ultime elezioni afghane, Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani, il rischio di una rapida avanzata dei Taliban appare, dunque, sempre più concreto. Si tratterebbe di un nuovo grave fallimento per la politica estera americana. Una vera e propria pietra tombale per ogni residua ambizione di vittoria dei Democrats alle prossime elezioni.