
Il Programma di Rimpatrio degli Stranieri Illeciti del Pakistan, in vigore dal novembre 2023, ha portato all’espulsione di oltre 800.000 afghani.
Anche se il governo pakistano adduce preoccupazioni in materia di sicurezza e collega gli afghani senza documenti al crescente terrorismo, le organizzazioni per i diritti umani sostengono che molti espulsi, tra cui ex dipendenti del governo afghano, attiviste e giornalisti, subiscono persecuzioni sotto il controllo dei talebani.
Il Pakistan ha introdotto il 31 marzo 2025 come termine ultimo per i titolari di Carta di Cittadino Afghano e gli stranieri senza documenti per lasciare volontariamente il Paese, con le espulsioni che inizieranno a partire da quella data. Al contrario, i rifugiati afghani in possesso di Proof of Registration, riconosciuti dall’UNHCR, potranno rimanere in Pakistan fino al 30 giugno 2025, riporta AT.
Sebbene il governo abbia assicurato che il processo sarà condotto con dignità, permangono preoccupazioni riguardo al trattamento riservato ai gruppi vulnerabili, tra cui donne e bambini. Le autorità del Khyber Pakhtunkhwa hanno emesso avvisi formali intimando ai cittadini afghani di cessare le attività e di sgomberare le proprie residenze. Molte scuole, college e attività commerciali in aree come Nasir Bagh Road, Board Bazaar, Urmar, Phandu Road, Afghan Colony e Chamkani sono state chiuse; molti studenti afghani sono già partiti per l’Afghanistan, altri rimangono nel limbo.
La chiusura di istituti scolastici, cliniche mediche e altre attività commerciali ha sconvolto la vita di molti rifugiati afghani residenti in Pakistan. Nonostante le richieste internazionali di clemenza, Islamabad ha sostenuto che tutti i cittadini stranieri senza documenti debbano rispettare i requisiti di legge, pena l’espulsione.
Secondo il Programma Alimentare Mondiale, l’Afghanistan è alle prese con una carenza di cibo che colpisce 14,8 milioni di persone, a dimostrazione di una crisi umanitaria in peggioramento. I rapporti indicano che le famiglie deportate spesso affrontano gravi difficoltà a causa di alloggi inadeguati e limitate opportunità di lavoro al loro ritorno.
Le autorità pakistane hanno attribuito l’iniziativa di espulsione all’aumento della militanza e dell’attività criminale, citando spesso i cittadini afghani come fonte di preoccupazioni per la sicurezza. Il governo ha anche sottolineato l’onere economico rappresentato dai migranti senza documenti, citando le limitate opportunità di alloggio, assistenza sanitaria e lavoro per i suoi cittadini.
Con l’inflazione alle stelle e l’aumento delle pressioni economiche, i funzionari sostengono che l’espulsione degli stranieri senza documenti potrebbe contribuire a stabilizzare l’economia del Paese. Nonostante la spinta alle espulsioni, la tutela legale per i rifugiati afghani registrati rimane una questione controversa.
Le comunità pashtun e baluci che vivono nell’area sono divise dalla Linea Durand, istituita nel 1893 e mai riconosciuta ufficialmente dall’Afghanistan che anzi la considera un’imposizione coloniale. Fin dalla nascita del Pakistan nel 1947, l’Afghanistan ha contestato la legittimità del confine, contribuendo a persistenti tensioni bilaterali.
L’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979 ha segnato una svolta: con Islamabad perno della resistenza all’invasione e fulcro del flusso di armi e denaro verso i mujaheddin afghani, con il sostanziale appoggio degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita, dai tre ai cinque milioni di rifugiati afghani entrarono in Pakistan, la cui posizione è passata dall’accoglienza piena alla chiusura dopo l’attacco alla scuola pubblica dell’esercito di Peshawar compiuto dal TTP nel 2014, accusato di operare dal territorio afgano.
Questo attacco ha catalizzato una repressione dei rifugiati afghani, portando al rimpatrio forzato di oltre 365.000 persone nel 2016. Nonostante le affermazioni del Pakistan di allinearsi agli sforzi antiterrorismo degli Stati Uniti, è stato spesso accusato di sostenere segretamente i talebani afghani, indebolendo i suoi rapporti con i governi afghani sostenuti dagli Stati Uniti e complicando ulteriormente la situazione dei rifugiati.
Sebbene il Pakistan abbia successivamente collaborato con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni per documentare e registrare i cittadini afghani privi di documenti, la crisi dei rifugiati rimane profondamente intrecciata con le più ampie dinamiche politiche e di sicurezza tra Afghanistan e Pakistan.
Dopo che i talebani hanno preso il controllo dell’Afghanistan nell’agosto 2021, milioni di afghani sono fuggiti dal Paese, con Iran e Pakistan come principali destinazioni transfrontaliere. L’Iran ha fornito rifugio a oltre 1 milione di nuovi arrivi e il Pakistan circa 600.000. Tuttavia, entrambi i paesi hanno da allora implementato misure restrittive, tra cui l’espulsione di afghani senza documenti.
I dati dell’UNHCR indicano che la maggior parte dei rifugiati afghani continua a stabilirsi nel Khyber Pakhtunkhwa (KP) e nel Belucistan a causa della loro vicinanza geografica all’Afghanistan e dei forti legami di parentela. Di conseguenza, oltre l’80% dei rifugiati afghani in Pakistan risiede in queste due province, dove ha avviato diverse attività commerciali.
La procedura per il rilascio dei visti ha subito un rallentamento significativo a causa dell’aumento delle domande presentate all’ambasciata pakistana a Kabul. Le preoccupazioni relative alla sicurezza hanno ulteriormente complicato le relazioni tra Afghanistan e Pakistan.
Dal febbraio 2022, le tensioni lungo la Linea Durand si sono intensificate, provocando scontri periodici tra le forze di sicurezza di frontiera afghane e pakistane: da ultimi gli scontri al valico di Torkham nel marzo 2025 tra il Corpo di Frontiera pakistano e le guardie di frontiera talebane.
Mentre le relazioni diplomatiche tra Islamabad e Kabul continuano a deteriorarsi, il Pakistan ha imposto ulteriori restrizioni ai rifugiati afghani. A giugno 2023, l’UNHCR ha riferito che 1,33 milioni di rifugiati afghani rimanevano in Pakistan, di cui il 52,6% residente nel Khyber Pakhtunkhwa e il 24,1% in Belucistan.
In Pakistan, sono stati istituiti 49 centri di detenzione per trattenere i cittadini afghani prima dell’espulsione. Tuttavia, queste strutture non sono state istituite in base a un quadro giuridico specifico, sollevando preoccupazioni circa la legalità e le condizioni al loro interno.
Sebbene il Pakistan non sia firmatario della Convenzione sui Rifugiati del 1951 e non disponga di un quadro giuridico formale per la protezione dei rifugiati, ci si aspetta comunque che rispetti gli standard giuridici internazionali nel trattamento degli sfollati.
Inoltre, il rischio che l’Afghanistan torni a essere una base per attività terroristiche rappresenta una seria preoccupazione per la comunità internazionale nel suo complesso. Pertanto, affrontare le persistenti tensioni tra Pakistan e Afghanistan è essenziale non solo per la pace regionale, ma anche per la sicurezza globale.
Luigi Medici
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