NIGERIA. Le donne al centro della crisi che lo Stato non controlla

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La Nigeria, gigante demografico dell’Africa e polo strategico dell’Africa occidentale, rappresenta uno dei casi più emblematici per comprendere come i diritti delle donne siano modellati da dinamiche geopolitiche, sicurezza frammentata e pluralismo giuridico. In questo scenario, le donne emergono contemporaneamente come attori politici, bersagli delle violenze, protagoniste dell’economia informale e motore delle mobilitazioni civiche urbane. La recente ripresa dei rapimenti di ostaggi nelle regioni nord-occidentali e nord-orientali ne costituisce oggi l’indicatore più evidente.

Nel nord del Paese, dove diversi Stati adottano sistemi legali basati sulla Sharia, l’accesso delle donne all’istruzione, al patrimonio e alla mobilità resta profondamente condizionato da norme religiose e consuetudinarie. Tuttavia un movimento crescente di avvocate e attiviste musulmane sta articolando un’interpretazione riformista della legge islamica, contestando matrimoni precoci, restrizioni scolastiche e dipendenza economica femminile. In questo contesto si inserisce il ritorno dei rapimenti. Studentesse, insegnanti e donne vengono sequestrate per poter essere poi sfruttate come strumenti di pressione politica, finanziamento e intimidazione sociale.

L’ascesa dell’allora Boko Haram aveva già inscritto i corpi femminili nella geopolitica del terrore, soprattutto con il sequestro delle 276 studentesse di Chibok nel 2014. La rinnovata ondata di rapimenti, ora spesso attribuita a bande e milizie locali, dimostra che la vulnerabilità femminile continua a funzionare come leva negoziale nella contesa tra autorità federali, governi statali, reti tribali e attori armati. La sicurezza, più che un diritto, diventa una variabile geografica: appartenere a una determinata regione, etnia o comunità determina il livello effettivo di protezione.

Nel sud, caratterizzato da urbanizzazione accelerata, economia commerciale e presenza del settore petrolifero, le donne conquistano maggiore visibilità nello spazio pubblico, nel settore privato e nei media. Tuttavia nel Delta del Niger, dove l’estrazione degli idrocarburi genera inquinamento, perdita di terre e militarizzazione, le donne subiscono forme di violenza economica e sociale. In molte aree sono proprio le donne a mediare tra compagnie energetiche, gruppi armati e autorità locali, definendo un nuovo ruolo politico non istituzionale, ma strategico.

Il sistema politico federale resta uno dei più difficili da penetrare per la rappresentanza femminile. Costi elevati delle campagne, partiti dominati da reti maschili e necessità di apparati di sicurezza privati scoraggiano la partecipazione. Nonostante ciò emergono figure tecnocratiche nelle politiche educative, sanitarie e digitali, soprattutto tra Lagos, Abuja e Port Harcourt. Al contempo, i social media hanno trasformato il protagonismo femminile. Campagne mediatiche come #BringBackOurGirls e #EndSARS hanno reso visibile la capacità organizzativa delle attiviste, in grado di coordinare fondi, narrazioni e solidarietà transnazionali. La ripresa dei rapimenti mostra tuttavia il limite di questa visibilità.

La realtà nigeriana rivela così un nodo cruciale. I diritti delle donne non dipendono solo dalla legge, ma dal controllo territoriale. In un Paese in cui gruppi armati, milizie comunitarie e reti jihadiste gestiscono spazi di sovranità parallela, la libertà femminile diventa misura della forza, o della debolezza, dello Stato. La nuova ondata di sequestri rivela una trasformazione allarmante poiché indica che i rapimenti non sono più un’anomalia jihadista, ma un’economia politica della violenza.

Per questa ragione, la Nigeria appare come il “laboratorio” africano nel quale osservare se democratizzazione, federalismo e sicurezza possano includere davvero le donne come soggetti politici e non solo come pedine negoziali.

Beatrice Domenica Penali 

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