NEPAL. Si dimette il premier. Bando dei social revocato. Continuano le proteste

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Il primo ministro nepalese si è dimesso il 9 settembre, mentre le proteste contro il divieto dei social media si facevano sempre più violente e si estendevano a critiche più ampie nei confronti del suo governo e ad accuse di corruzione tra l’élite politica del paese himalayano.

Il giorno prima, le manifestazioni guidate da giovani infuriati per il blocco di diversi social media avevano travolto la capitale del paese, e la polizia aveva aperto il fuoco sulla folla, uccidendo 19 persone, riporta AP.

Il divieto è stato revocato lo stesso 9 settembre, ma le proteste sono continuate, con i dimostranti che hanno incendiato le case di alcuni dei principali leader nepalesi e il palazzo del parlamento. L’aeroporto della capitale Kathmandu è stato chiuso e gli elicotteri dell’esercito hanno trasportato alcuni ministri in luoghi sicuri.

Con l’intensificarsi delle proteste, il primo ministro Khadga Prasad Oli ha dichiarato che si sarebbe dimesso immediatamente. L’ufficio del Presidente del Nepal ha negato però le sue dimissioni riporta India Today. Secondo la testata inoltre, la moglie del premier nepalese sarebbe morta dopo che i manifestanti hanno attaccato la loro casa. India Today riporta poi che i manifestanti in Nepal hanno affermato che il Paese è “venuto sotto il loro controllo: “Hanno anche chiesto la preparazione delle elezioni e sottolineato la necessità di formare un nuovo governo”.

Le manifestazioni, definite la protesta della Generazione Z, sono iniziate dopo che il governo ha bloccato piattaforme, tra cui Facebook, X e YouTube, affermando che le aziende non si erano registrate e non si erano sottoposte alla supervisione governativa.

Ma anche dopo il ritorno online dei siti, le manifestazioni sono continuate, alimentate dalla rabbia per la morte dei manifestanti per mano della polizia e dalla crescente frustrazione nei confronti dell’élite politica del Paese, incuneato tra Cina e India.

In particolare, molti giovani sono arrabbiati perché i figli dei leader politici, i cosiddetti Nepo Kids, sembrano godere di stili di vita lussuosi e di numerosi vantaggi, mentre la maggior parte dei giovani fatica a trovare lavoro. Con una disoccupazione giovanile del 20% lo scorso anno, secondo la Banca Mondiale, il governo stima che oltre 2.000 giovani lascino il Paese ogni giorno per cercare lavoro in Medio Oriente o nel Sud-est asiatico.

Martedì, i media locali e i video condivisi sui social media hanno mostrato i manifestanti attaccare le residenze dei principali leader politici nella capitale Kathmandu e nei dintorni.

L’abitazione privata del premier è stata data alle fiamme, così come quelle del presidente, del ministro degli interni e del leader del più grande partito del paese, il Congresso Nepalese, che fa parte della coalizione di governo. Anche l’abitazione del leader del Partito Comunista del Nepal (Maoista) all’opposizione è stata data alle fiamme.

È stato imposto il coprifuoco nella capitale e in altre città, e le scuole di Kathmandu sono state chiuse, ma diverse proteste sono continuate nella capitale nonostante le misure.

I manifestanti hanno incolpato il governo per l’apertura del fuoco da parte della polizia e hanno chiesto la destituzione del primo ministro, sempre più impopolare.

Le manifestazioni di lunedì hanno raggiunto decine di migliaia di persone a Kathmandu e la folla ha circondato l’edificio del Parlamento prima che la polizia aprisse il fuoco sui dimostranti.

Sette dei 19 morti e decine di feriti sono stati trasportati al National Trauma Center, il principale ospedale del paese conferite alla testa e al petto.

Prima di dimettersi, Oli ha dichiarato che avrebbe formato una commissione d’inchiesta che avrebbe presentato un rapporto sulla sparatoria entro 15 giorni. Ha aggiunto che sarebbe stato corrisposto un risarcimento alle famiglie delle vittime e che i feriti avrebbero ricevuto cure gratuite.

La violenza si è sviluppata mentre il governo nepalese persegue un più ampio tentativo di regolamentare i social media con un disegno di legge volto a garantire che le piattaforme siano “gestite correttamente, responsabili e affidabili”. La proposta è stata ampiamente criticata come strumento di censura e di punizione degli oppositori del governo che esprimono le proprie proteste online.

Il disegno di legge imporrebbe alle aziende di nominare un ufficio di collegamento o un punto di contatto nel Paese. I gruppi per i diritti umani lo hanno definito un tentativo del governo di limitare la libertà di espressione e i diritti fondamentali.

L’obbligo di registrazione si applica a circa due dozzine di social network ampiamente utilizzati in Nepal.

Tommaso Dal Passo 

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