
La NATO Defence College Foundation, l’unico think-tank che porta il nome dell’Alleanza, ha organizzato una conferenza: “Balkans and Black Sea Perspectives 2025”, in particolar modo “Building bridges: defusing hybrid threats for regional stability”, ossia disinnescare le minacce ibride per la stabilità regionale. L’evento si è svolto in due panel tematici, il primo sulla strategia della NATO nei Balcani Occidentali, con i risultati raggiunti e le sfide attuali, mentre l’altro riguardava l’influenza straniera nella Regione, con le minacce ibride dalla Russia e dalla Cina. In più, una sessione di dialogo di apertura, sul significato degli Accordi di Dayton. Fra i partecipanti illustri, citiamo l’Ambasciatore Alessandro Minuto-Rizzo, Presidente della NATO Defence College Foundation, Carl Bildt, ex primo ministro e ministro degli Affari esteri svedese, Peter Sorensesn, Rappresentante Speciale dell’UE per il dialogo Belgrado-Pristina.
Soffermandoci nel dettaglio sulla seconda sessione, è stata preceduta da un discorso d’apertura di Lana Prlić, membro del parlamento della Federazione della Bosnia ed Erzegovina, affermando che non vi è alternativa all’adesione alla NATO e all’UE per il suo Paese. Ha svolto poi una comparazione con gli altri Paesi della regione, ritenendo che l’Albania è la migliore nel percorso dell’UE. Prlić ha anche affrontato il tema dell’influenza della Russia e della Serbia in BiH.
I panelist sono partiti dall’assunto che la regione si trova ad affrontare minacce ibride derivanti dall’influenza russa, tra cui campagne di disinformazione e tentativi di destabilizzazione politica, nonché attività cinesi volte a ottenere una leva economica attraverso investimenti strategici e progetti infrastrutturali, e hanno provato a rispondere ad alcuni quesiti come: quali sono le strategie della NATO e dell’Unione Europea per contrastare queste minacce multiformi, quali sono le questioni chiave e i paesi in cui è necessario contrastare le operazioni ibride, come rafforzare il coordinamento tra alleati e partner.
La sessione è stata presieduta da Solomon Passy, Presidente fondatore dell’Atlantic Club di Bulgaria, che inizialmente ha mostrato una cartina con le 52 aggressioni della Russia dal 1917, invasioni militari o altro, e che sono state più o meno ibride. In riferimento alla Bulgaria, ritiene che mille fakenews o comunque disinformazione giungono dalla Russia ogni giorno nel Paese. Un altro punto che ha sottolineato è che si cercherà di non permettere a Nigel Farage di diventare primo ministro inglese, in quanto ritenuto vicino al presidente russo Vladimir Putin. Inoltre, Passy è d’accordo con l’idea che nei Balcani un Paese sia prima membro della NATO e poi dell’UE, come avvenuto finora.
Parola poi ad Alina Bârgăoanu, Preside della Facoltà di Comunicazione e Relazioni Pubbliche, Università Nazionale di Studi Politici e Pubblica Amministrazione di Bucarest, la quale si è soffermata sulle interferenze locali e straniere in ciò che è successo nel dicembre 2024 in Romania durante le elezioni, e ha sostenuto che è stata una combinazione di entrambe, unita ad un’interferenza di lungo corso, invocando la necessità di dotarsi in ambito NATO più generale di una sovranità digitale.
Il dibattito è proseguito con Edward P. Joseph, Professore al Foreign Policy Institute della John Hopkins a Washington D.C, ma in passato ex militare elicotterista degli USA che ha coordinato l’evacuazione dei bambini e delle donne da Srebrenica. Joseph è stato critico verso la Serbia e la narrativa revisionista serba, sostenendo come al Kosovo serva un percorso verso l’Organizzazione Atlantica e la leva della Serbia si può considerare andata, aggiungendo però al contempo che ci sarebbero dei benefici per il presidente serbo Vucic se entrasse, si unisse alla NATO, e ciò corrisponderebbe ad un cambiamento radicale anche sulla sua politica estera multi-vettoriali. Il professore ha proposto, per quanto concerne la guerra in Ucraina, di far riferimento alla Risoluzione ONU 1244 sul Kosovo, di modificarla ma di utilizzare lo stesso modello per il Donbas.
L’intervento di Valery Perry, Senior Associate al Democratization Policy Council di Berlino, è stato particolarmente rilevante in quanto lei conosce e vive giornalmente la politica lì nei Balcani dato la sua residenza a Sarajevo per anni, ma ha anche vissuto a Belgrado per alcuni altri. Perry ha affermato che le persone dei Balcani sono resilienti, visto che hanno vissuto più di 30anni di cattiva politica, corruzione. Relativamente alla Serbia, ritiene che si sia persa un’occasione per quello che è successo nell’ultimo anno e sta ancora accadendo con le numerose proteste, i blocchi, le manifestazioni, gli arresti, l’uso delle forza da parte della polizia, considerando che l’UE è stata piuttosto in silenzio sull’argomento nel periodo. Nel suo intervento Perry ha enfatizzato i vantaggi che UE e NATO hanno, ossia i loro valori, e che assolutamente li devono usare ma soprattutto sfruttare.
Osservazioni conclusive lasciate ad Andrea Romussi, Ministro Plenipotenziario, Ufficio per la NATO, la Sicurezza e le Questioni Strategiche Politico-Militari del MAECI. In primo luogo ha tratteggiato il ruolo dell’Italia che è attivamente impegnata nella regione dei Balcani nel percorso verso l’UE. In più, l’Italia nel 2026 terrà il comando dell’Operazione Althea EUFOR in Bosnia ed Erzegovina. In seguito, il diplomatico italiano ha dato una visione generale di questi Paesi, del processo e percorso d’avvicinamento all’UE, oltre ai fatti salienti avvenuti di recente. Si è anche soffermato sul ruolo importante della KFOR ed il dialogo Pristina-Belgrado, pietra angolare per l’UE e la stabilità nei Balcani. Infine, Romussi ha sostenuto che bisogna mantenere alti gli standard democratici, considerando anche la competizione ibrida in atto nei Balcani occidentali.
Paolo Romano
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