NAGORNO-KARABAKH. Armenia-Azerbaijan: le cause del conflitto

200

Pubblichiamo, con il permesso di Radio Sparlamento, il servizio che sintetizza la trasmissione sulla guerra nel Nagormo Karabakh andata in onda la scorsa settimana all’interno di Risiko, trasmissione su temi di Difesa e Sicurezza di Radio Parlamento. Il podcast può essere ascoltato cliccando qui

Domenica 27 settembre. Nelle prime ore del mattino, nel Caucaso, le forze armate dell’Armenia e quelle dell’Azerbaigian aprono il fuoco nella regione del Nagorno Karabakh. Dopo trent’anni di contese e conflitti, inizia una vera e propria guerra, i cui esiti sono ancora incerti. Le prime azioni militati in quella che Antonio Albanese, direttore di AGC Communication, definisce una “guerra dimenticata”, risalgono al 1988, a seguito del caduta dell’Unione Sovietica. L’origine della contesa, tuttavia, ha radici più lontane. Alla fine della Prima Guerra Mondiale, infatti, l’Unione Sovietica decide di creare un zona autonoma a maggioranza armena nel territorio della Repubblica Socialista Sovietica azera.

Le differenziazioni religiose, etniche e culturali tra la popolazione mussulmana azera e quella cristiano ortodossa armena, rendono la convivenza difficile, finché nel 1991 la regione autonoma dichiara unilateralmente la sua indipendenza, non ottenendo ad ogni modo alcun riconoscimento dalla comunità internazionale. Il conflitto militare che ne seguì, negli anni, ha causato circa 30 mila morti e migliaia di profughi in fuga.  Nel 1994, con l’accordo di Bishkek, ci fu un cessate il fuoco, che mise fine al confitto armato ma non alle ostilità. Da allora – ricorda il direttore Albanese – armeni e azeri vivono nel Nagorno Karabakh in una sorta di “limbo”, tra accuse e violazioni reciproche. Nel 2016 c’è stata una recrudescenza delle ostilità, ma il vero conflitto è esploso lo scorso luglio con un’improvvisa escalation di eventi.

Le versioni in merito all’inizio dell’offensiva di domenica scorsa, sono contrastanti. Gli azerbagiani – spiega Graziella Giangiulio, condirettore di AGC Communication – asseriscono di essere stati attaccati dalle forze militari armene intorno alle 6:00 del mattino, ora locale; mentre gli armeni riferiscono di essere stati attaccati dall’esercito dell’Azerbaigian intorno alle 7:10 della mattina. Cosa è realmente accaduto in quelle ore, e quali conseguenze possiamo attenderci da questo conflitto? Soprattutto: rimarrà un conflitto limitato alle due parti in causa, oppure ci sarà l’intervento di altre forze internazionali? Di certo, non è un caso che i conflitti si siano verificati proprio in prossimità dell’area attraversata dall’infrastruttura che porta gas nel mercato europeo.

Ai microfoni di Radio Sparlamento l’on. Maria Karapetyan, parlamentare della Repubblica dell’Armenia, e l’ambasciatore della Repubblica dell’Azerbaigian a Roma, S.E. Mammad Ahmadzada, hanno rappresentato le posizioni dei loro due Paesi.

Per l’on. Maria Karapetyan il conflitto in atto non può essere considerato una mera “questione geografica” legata alla contesa del territorio del Nagorno Karabakh, bensì rivendica il diritto all’autodeterminazione degli armeni che vivono in quella zona, ossia a governarsi in maniera autonoma. Allo stesso tempo, pone l’attenzione sull’intervento della Turchia nelle dinamiche che hanno portato alla guerra, e parla esplicitamente di un’offensiva premeditata da mesi in accordo con Ankara. Secondo l’on. Karapetyan, a seguito delle esercitazioni avvenute in territorio azero lo scorso luglio, la Turchia ha fornito armi all’Azerbagian.

Le stesse utilizzate nei conflitti di questi giorni. Questo spiegherebbe anche, secondo la parlamentare armena, il rifiuto da parte del Ministro della Difesa di Baku di far entrare nel territorio gli osservatori OSCE, proprio a due giorni dall’inizio del conflitto. Da questo punto di vista, la parlamentare armena mette in guardia la comunità internazionale nei confronti delle reali intenzioni del presidente turco. Secondo l’on. Karapetyan, infatti, Erdogan sta cercando di replicare la politica interventista messa in atto nel Mediterraneo e in Medio Oriente, anche nel Caucaso. La conseguenza della politica turca – avverte la Karapetian – sarà presumibilmente un allargamento del conflitto a livello globale. “L’Armenia crede nella pace” dichiara ai microfoni di Radio Sparlamento la parlamentare armena, facendo altresì sapere che un compromesso sarà possibile soltanto nella misura in cui la soluzione sarà accettata da entrambe le parti. “Non si potrà arrivare ad una pace durevole” – continua l’on. Karapetyan – finché il presidente azerbagiano, Ilham Aliyev, cercherà di risolvere la questione con l’uso della forza.

Alla domanda del direttore Antonio Albanese sulla “chiamata alle armi” da parte degli armeni che si trovano all’estero, l’on. Karapetyan risponde: “Adesso è il tempo per difendersi e noi lo facciamo, ma crediamo che questo conflitto può avere solo una soluzione pacifica”. Il condirettore di AGC Communication, Graziella Giangiulio, pone invece l’attenzione sulla “questione russa”, chiedendo alla parlamentare armena qual è il ruolo di Mosca in questo momento. Infatti, se da una parte la Turchia è dichiaratamente schierata con l’Azerbaigian, è altrettanto vero che la Russia è da sempre alleata dell’Armenia. “Quando si parla di conflitti post-sovietici – risponde l’on. Maria Karapetyan – si considera la Russia come una parte in causa. In questo caso la Russia è uno dei mediatori, insieme a Francia e Stati Uniti, nel gruppo di Minsk. Il suo approccio è neutro, a differenza della Turchia: l’unica che apertamente supporta l’Azerbaigian”.

Le parole dell’Ambasciatore Mammad Ahmadzada, non lasciano presagire una risoluzione imminente del conflitto. Le accuse mosse dall’ambasciatore azero nei confronti dell’Armenia sono molteplici. “L’Armenia è un paese occupante. L’unica soluzione al conflitto è che le forze di occupazione dell’Armenia devono ritirarsi dai territori dell’Azerbaigian. Non c’è un’altra soluzione“. L’ambasciatore Ahmadzada accusa l’Armenia di aver colpito in maniera intenzionale la popolazione e le infrastrutture civili, causando la morte di 12 persone ( tra cui bambini) e 35 feriti tra la popolazione azera, così come di portare avanti una politica illegale di reinsediamento degli armeni dal Libano. 

Secondo l’ambasciatore la situazione attuale “è la continuazione degli atti di provocazione degli ultimi mesi, tra cui il tentativo di attacco in direzione del distretto azerbagiano di Tovuz, territorio strategico attraversato da un’infrastruttura che trasporta gli idrocarburi dall’Azerbaigian all’Europa”, e punta il dito contro il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, responsabile di portare avanti una dittatura rivoluzionaria. L’intento di Yerevan – afferma Mammad Ahmadzada – è di indurre in errore la comunità internazionale, screditando la posizione dell’Azerbaigian attraverso la divulgazione di fake news. Anzitutto, l’ambasciatore azero precisa che la Turchia non ha nessun ruolo nel conflitto. «La Turchia ha un ruolo stabilizzante nella Regione e rappresenta un amico fraterno e un alleato per l’Azerbaigian», afferma Mammad Ahmadzada.

Da questo punto di vista le notizie riguardo l’abbattimento di un aereo armeno da parte dell’aeronautica militare turca, così come la presenza di combattenti siriani, rappresentato per il diplomatico azero notizie false divulgate dalla propaganda dell’Armenia. Per quanto riguarda il divieto d’ingresso per i giornalisti stranieri, l’ambasciatore precisa che i giornalisti della stampa estera per entrare nel territorio dell’Azerbagian, devono prima chiedere l’autorizzazione al governo.

“Il problema in questo momento è evitare un’escalation nel gioco delle alleanze” osserva il direttore Antonio Albanese, che chiede all’ambasciatore Mammad Ahmadzada se esiste la possibilità, stante anche la disponibilità dell’Armenia ad un dialogo diplomatico, di mettere fine al conflitto dando seguito alla proposta già avanzata dal governo azero di creare una regione autonoma. La risposta dell’ambasciatore è ancora una volta risoluta: «L’Armenia deve andarsene dai territori – afferma Ahmadzada – solo dopo si potrà parlare di uno stato di autonomia, sempre nel quadro dei confini dell’Azerbagian.»

«Se la Turchia è soltanto un sostenitore morale – chiede il condirettore di AGC Communication, Graziella Giangiulio – da dove vengono le armi turche che l’esercito azero la utilizzando?». Al riguardo l’ambasciatore Ahmadzada ricorda che il 70% delle risorse del Caucaso appartengono all’Azerbagian, che non ha nessun problema ad acquistare armi da altri paesi.

Il direttore e il condirettore di AGC Communication, provano a fare un’analisi della situazione nell’ambito del risiko internazionale. Anzitutto, il ruolo di “stabilizzatore” della Turchia in questa vicenda appare una forzatura. Lo scorso 16 luglio – ricorda Antonio Albanese – ci sono stati attacchi nei pressi dei gasdotti, appena 4 giorni dopo gli F16 turchi erano schierati nell’area e, secondo i media, si sono svolte esercitazioni militari turco-azere nel territorio azerbaigiano fino ad agosto. Ad ogni modo, per qualche strana coincidenza tempistica, subito dopo lo scoppio del conflitto della scorsa domenica (che secondo il governo azero è stato iniziato dall’Armenia), l’Azerbaigian aveva già schierata nella zona l’artiglieria pesante. Inoltre, cominciano a circolare sui social video dei cadaveri dei siriani uccisi negli scontri nel Nagorno Karabakh.

«Se è vero che la Turchia non ha un ruolo nel conflitto – osserva Graziella Giangiulio – per quale motivo il presidente Macron ha sentito il bisogno di chiamare al telefono Erdogan? Inoltre – continua il condirettore Giangiulio – il Governo di Baku non ha chiarito che fine farebbe la popolazione armena che vive nella zona (e che rappresenta la maggioranza della regione) qualora lasciassero i territori occupati.»

Anche dalla parte armena alcune cose non tornano, a partire dal ruolo pacificatore della Russia. «A dispetto di quanto dichiarano gli armeni – chiarisce il direttore Antonio Albanese – i russi non possono essere considerati soggetti terzi in questa vicenda». Esiste, infatti, un accordo di mutua cooperazione tra Russia e Armenia in caso di attacco. Non solo. A Gyumri ha sede la più grande base militare transcaucasica russa, con la presenza di fanteria meccanizzata, truppe d’assalto, aerei e quant’altro. A ciò, si aggiunge che l’Armenia fa parte dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), alleanza difensiva creata il 15 maggio 1992 da sei nazioni appartenenti alla Comunità degli Stati Indipendenti. Questa situazione fa presupporre che, qualora la guerra nel Nagorno Karabakh dovesse andare avanti, lo scenario del conflitto potrebbe allargarsi con conseguenze disastrose a livello internazionale, soprattutto per l’Europa.

Il conflitto – osservano il direttore e il condirettore di AGC Communication – non riguarda soltanto la presenza dei gasdotti. In questo scenario, infatti, entra prepotentemente in gioco la questione iraniana. Sappiamo che un’importante gasdotto attraversa l’Iran fino all’Armenia. Inoltre, con la chiusura dello spazio aereo della Georgia (dichiaratosi paese neutrale) i rifornimenti russi di qualsiasi tipo verso l’Armenia dovranno passare dall’Iran, che tra l’altro ospita una comunità armena nel suo territorio. Una situazione che fa presagire una presa di posizione degli USA, che non rimarrà di certo a guardare.

La situazione è in divenire e gli schieramenti si stanno formando. Il Consiglio di Sicurezza ONU a porte chiuse degli ultimi giorni, fa pensare che non si sia ancora trovata a livello internazionale una convergenza sugli obiettivi da perseguire.

Cristina Del Tutto