MYANMAR. I golpisti non si aspettavano un’opposizione così vasta e unita

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Nel sudest asiatico, il Myanmar (fino al 1989 conosciuto col nome di Birmania) continua la sua difficile transizione democratica, ancora una volta messa in pericolo dal potere militare. Conseguita l’indipendenza dal Regno Unito nel 1948, la Birmania è stata caratterizzata da un alternarsi di governi democraticamente eletti e da colpi di stato, fino alla dittatura militare instauratasi nel 1962. Soltanto nel 2010, l’opposizione guidata dalla leader Aung San Suu Kyi (figlia del capo politico Aung San che negoziò l’indipendenza birmana dagli inglesi) è riuscita ad avviare la svolta democratica. Di fatto, dalle elezioni del 2012 la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito guidato da San Suu Kyi, ha vinto tutte le elezioni politiche, comprese quelle che si sono svolte lo scorso novembre.

Nonostante ciò, in tutti questi anni il processo democratico del Myanmar ha continuato a reggersi su un precario equilibrio tra spinte democratiche e il partito dei militari, in un sistema “semi civile” che, fino allo scorso gennaio, ha garantito ai militari il 25 per cento dei rappresentanti in Parlamento ( non eletti ma nominati dai vertici dell’esercito) e il controllo di tre ministeri chiave: Difesa, Affari di Confine e Interni. Poi, il 1° febbraio 2021, i carri armati hanno di nuovo occupato le strade della capitale. Il Segretario di Stato, San Suu Kyi, è stata messa agli arresti domiciliari, e i membri del Parlamento bloccati nelle loro residenze. I militari sono tornati di fatto al potere.

Le ragioni di questo colpo di stato, come ci ha spiegato Cecilia Righi, segretaria generale dell’Associazione “Italia-Birmania.inseme”, riguardano prevalentemente motivi economici. Forte del risultato elettorale delle elezioni dello scorso novembre, infatti, il partito guidato da San Suu Kyi, si apprestava ad avviare riforme importanti per contrastare la dilagante corruzione interna, legata soprattutto agli interessi economici dei capi militari e dei loro sostenitori. Gli affari militari riguardano soprattutto il traffico di droga, in particolare la produzione e il commercio di anfetamine, nonché interessi strategici legati alle infrastrutture energetiche (gasdotti e oleodotti), che vedono il coinvolgimento soprattutto dei paesi vicini: Cina, India e Thailandia.

Ciò che i militari non si aspettavano (o hanno sottovalutato) è stata la forte opposizione della popolazione, scesa in piazza in difesa della democrazia. “La gente preferisce morire pur di cambiare la situazione, nessuno vuole tornare indietro alla dittatura”, sono state le parole di Maung Maung, leader della Federazione birmana dei sindacati, ascoltato lo scorso 4 marzo in videoconferenza nella Commissione Esteri della Camera dei deputati. Gli scontri tra l’esercito e la popolazione birmana hanno già provocato più di 18 morti civili, e le proteste continuano. In difesa della democrazia, anche i diversi gruppi religiosi, solitamente contrapposti. La minoranza cristiana ha chiesto a tutte le autorità religiose del paese di sostenere i manifestanti, ed è diventata “virale” sul web la foto di una suora in ginocchio davanti ai militari nell’intento di bloccare una carica contro la popolazione. Nel frattempo i lavoratori hanno cementificato i bocchettoni del gas-oleodotto per bloccare le forniture dell’esercito. Stante la situazione, molti militari hanno cominciato a disertare, rifiutandosi di attaccare la popolazione.

Davanti a questa “rivolta democratica” la comunità internazionale comincia a far sentire la sua voce, condannando apertamente il colpo di stato e la repressione contro la popolazione. Anche la Cina, che alcune voci avevano additato come uno dei mandanti del golpe, ha preso le distanze dai militari. E proprio la risposta internazionale sarà determinante per bloccare la violenza dei militari. L’on. Gennaro Migliore, membro della Commissione Esteri della Camera dei deputati, parla di una necessaria “mobilitazione delle coscienze” per convincere le opinioni pubbliche a prendere una posizione decisa contro il regime militare per ripristinare la democrazia. In questo senso, l’Unione europea dovrà far sentire la sua voce in maniera chiara, e soprattutto in tempi brevi, anche chiedendo sanzioni nei confronti dei responsabili militari.

Quello che ci si aspetta nelle prossime settimane – spiega Antonio Albanese, direttore di AGC Communication – è un passo indietro “onorevole” da parte dei militari, anche se sarà difficile trovare un nuovo equilibrio. Quel che è certo è che la popolazione birmana è determinata a proteggere la democrazia duramente conquistata, e guarda all’Occidente chiedendo sostegno. Significative le immagini dei manifestanti che usano in segno di protesta il saluto con le tre dita unite della saga di americana The Hunger Games. Un simbolo che ci ricorda che la lotta per la libertà non conosce confini e parla un unico linguaggio universale.

Buon ascolto!

Cristina Del Tutto