
Da più di vent’anni, il Mar Cinese Meridionale è al centro di rivendicazioni contrastanti, attriti marittimi e diplomazia. Il Codice di Condotta è diventato un simbolo della lotta dell’Asean per bilanciare sovranità e pragmatismo.
Da quando Asean e Cina hanno adottato la Dichiarazione sulla Condotta delle Parti nel 2002, i negoziatori hanno lavorato su diverse bozze di un codice vincolante, per poi impiegare 23 anni a sintetizzarle in un unico testo, riporta AT. Non è chiaro oggi se il suo contenuto possa effettivamente prevenire scontri in mare e mitigare le accese controversie territoriali.
Il punto nodale non risolto è la natura giuridicamente vincolante del CdC: se mera dichiarazione politica, sarebbe soggetto a un’osservanza selettiva facile da ignorare. Un codice vincolante, al contrario, obbligherebbe tutti i firmatari a rispettare regole chiaramente definite, creando prevedibilità in un dominio marittimo conteso.
Senza applicabilità, il Codice di Condotta rischia di trasformarsi nell’ennesimo gesto diplomatico, bello sulla carta ma senza efficacia pratica. A complicare la questione è la portata del Codice di Condotta. Si applicherà in modo restrittivo a elementi contesi come barriere coralline e secche, oppure coprirà il vasto dominio marittimo all’interno della rivendicazione cinese della “linea a nove tratti”? Per stati come Vietnam, Filippine e Malesia, è la differenza tra proteggere i diritti sovrani o concederli alla contrattazione tra grandi potenze.
Un’altra fonte di tensione risiede nelle operazioni di libertà di navigazione, FONOPS. Per Pechino, le FONOPS statunitensi sono manovre intrusive e deliberatamente provocatorie che mettono in discussione la sua autorità in acque che considera proprie. Tra questi poli, gli stati dell’Asean si trovano intrappolati in un dilemma. Hanno bisogno del FONOPS per salvaguardare le rotte marittime aperte vitali per il commercio, ma temono anche di essere trascinati nello scontro tra Washington e Pechino.
Qui sta l’essenza del dilemma dell’Asean: garantire che le regole globali della navigazione rimangano intatte senza permettere a potenze esterne di militarizzare il suo cortile di casa. Il primo ministro malese Anwar Ibrahim ha esortato l’Asean a perseguire una diplomazia tranquilla, non rumorosa, ma non passiva; discreta, non teatrale. Nel Mar Cinese Meridionale, la diplomazia rumorosa spesso intensifica le tensioni anziché disinnescarle.
Simile diplomazia consente alle attività necessarie di procedere senza trasformarsi in spettacoli politici. Offre inoltre a Cina e Stati Uniti la possibilità di interagire tra loro senza trasformare le acque dell’Asean in palcoscenici per la loro rivalità. Il Mar Cinese Meridionale è più di un teatro di rivalità. È l’arteria attraverso cui scorre un terzo del commercio globale.
Le forniture energetiche dal Medio Oriente al Nord-est asiatico passano attraverso le sue acque, così come componenti critici della catena di approvvigionamento globale. Per l’Asean, la posta in gioco è esistenziale. La stabilità nel Mar Cinese Meridionale è alla base non solo della sovranità, ma anche della sopravvivenza economica.
Evitare ulteriori scontri nel Mar Cinese Meridionale, come quelli tra Cina e Filippine, non significa mettere a tacere le legittime preoccupazioni, ma affrontarle con calma.
Tommaso Dal Passo
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