Dal burnout al cooperative management

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ITALIA – Roma, 28/07/2016. I continui mutamenti del mercato globale, la delocalizzazione delle imprese (in termini di risorse strumentali e professionali), la variabilità – o volatilità – del valore dei prodotti, ha determinato l’estensione del concetto di “stress da lavoro correlato” anche a categorie finora non comprese in questo ambito patologico.

L’European Agency for Safety and Health at Work ha adottato la seguente definizione:
«lo stressa da lavoro correlato o burnout viene esperito nel momento in cui le richieste provenienti dall’ambiente lavorativo eccedono le capacità dell’individuo nel fronteggiare tali richieste».
La definizione stessa nasconde al suo interno le insidie della sua diffusione. Se infatti fino a pochi anni fa (prima della recente crisi economica mondiale) tale espressione era caratteristica di tutte le professioni d’aiuto, in particolare medici e altre professioni sanitarie, quali psicologi, psichiatri, assistenti sociali, counsellor, ma anche sacerdoti e religiosi, poliziotti e vigili del fuoco, fino agli insegnanti, gli educatori in genere, gli avvocati ed i ricercatori (soprattutto in ambito medico scientifico), oggi si può ben dire che il fenomeno del “burnout” si sia esteso anche ad una categoria inaspettata: i manager (in particolare il c.d. “middle management”). Perché?
Nelle imprese, la proprietà o comunque il top management (il Cio ed i suoi primi riporti) definiscono la linea strategica dell’impresa stessa. Non è dato sapere se, date le condizioni del mercato di riferimento, tale indirizzo sia sempre percorribile o meno. Questo può valere per imprese private, ma anche per imprese pubbliche, laddove l’indirizzo politico delle stesse può non trovare riscontro nella realtà.
Chi deve tradurre la linea di indirizzo in linea operativa, con impatti effettivi sul resto del personale, è il middle management (i c.d. quadri aziendali).
Ed è così che si verifica una «condizione che può essere accompagnata da disturbi o disfunzioni di natura fisica, psicologica o sociale ed è conseguenza del fatto che taluni individui non si sentono in grado di corrispondere alle richieste o aspettative riposte in loro».
Tale condizione si manifesta con un vero e proprio “bruciarsi” lentamente, una sorta di logoramento psicofisico: esaurimento emotivo e depersonalizzazione, dunque alessitimia (incapacità di riconoscere i propri sentimenti).
Ma cosa avviene, in modo “semplice”, dal punto di vista biologico?
In condizioni normali, una sollecitazione esterna determina una condizione temporanea del sistema nervoso denominata arousal (eccitazione o risveglio), che di per se è una risposta positiva allo stimolo, caratterizzata da un generale stato di eccitazione, un maggiore stato di tipo attentivo-cognitivo, oltre che una maggiore prontezza fisica.
È una reminiscenza dell’uomo cacciatore di 20.000 anni fa.
Ma cosa succede se lo stimolo e la sollecitazione diventano pressoché costanti? L’individuo si troverà in uno
stato di tensione muscolare continuo, in circuiti cerebrali costantemente pronti ad assimilare tutte le informazioni circostanti, fino al sovraccarico cognitivo. Ecco dunque che vasopressina, cortisolo e aldosterone vanno ad agire complessivamente sul sistema umano, con rilascio di adrenalina e noradrenalina, ed il manifestarsi di condizioni ritenute tipiche dello stato di stress: aumento e variabilità del battito cardiaco, aumento della frequenza respiratoria, ecc.
È quindi naturale il manifestarsi di un costante stato psicofisico dell’ansia, e la possibilità che si presentino di attacchi di panico. Inoltre, la tensione accumulata e mai scaricata porta alla fibromialgia.
Impossibile individuare un rimedio che sia universalmente efficace contro il presentarsi di tutti questi eventi. E’ chiaro che una presa di coscienza di ordine psicologico può comunque avere l’effetto di porre l’individuo di fronte alla realtà vissuta, analizzandola con un certo distacco, ma non basta.
Non potendo cambiare la realtà circostante, un approccio di tipo olistico, o bioenergetico, che adotta tecniche specifiche (dal training autogeno all’agopuntura, alla meditazione) può essere un valido supporto all’individuo in difficoltà.
Sarà sufficiente? o vedremo via via il dilagare di una sorta di alessitimia collettiva?
Oppure, è possibile immaginare un intervento sul contesto? Possibile passare da un management di tipo impositivo ad una nuova forma (culturalmente rivoluzionaria) di “cooperative management”?