MALI. Il conflitto come cartina di tornasole di interessi geopolitici fuori dal Sahel

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La guerra in Mali tra Jama’at Nusrat al Islam wal-Muslimin (JNIM) e l’esercito governativo supportato dall’Africa Corps (ex Wagner) si è inasprita a partire dal 25 aprile 2026 a seguito dell’annuncio dell’assedio della capitale maliana Bamako da parte di JNIM e del Fronte di liberazione dell’Azawad. 

Gli scontri tra i due blocchi si sono perpetrati nei mesi successivi, alternando conquiste di posti di blocco e checkpoint da parte dei gruppi terroristi con controffensive delle forze governative e dei loro alleati, che hanno tentato di riconquistare gli avamposti ridispiegando i propri eserciti in vari punti strategici. L’obiettivo che al Qaeda vuole raggiungere in Mali è quello di screditare il governo legittimo in modo da riuscire ad istaurare un nuovo Emirato Islamico che governi il paese secondo la legge della Sharia.

Ma ciò che sta accadendo non riguarda solamente la contrapposizione del governo Maliano con il gruppo terroristicoche opera a livello locale, ma sembrerebbe che dietro questi scontri agiscano anche attori esterni.

Secondo alcune fonti, sia il GNU (Tripoli, Dabaiba) che l’Ucraina sarebbero coinvolti nel trasferimento di immigrati clandestini “esperti” dalla Libia al Mali, nell’ambito di un accordo che prevede il loro reclutamento in cambio di denaro. A tal proposito è stato firmato un memorandum d’intesa militare tra il Ministero della Difesa del GNU e l’Ucraina: il compenso è di circa 1.000 dollari, che vengono versati a ciascun immigrato inviato a partecipare ad operazioni militari. Sempre secondo le fonti, questi combattenti sarebbero stati trasferiti in Mali per sostenere JNIM, con l’obiettivo di rovesciare il governo maliano e instaurare uno stato terrorista. Ciò potrebbe destabilizzare l’intera regione del Sahel ed essere utilizzato come pretesto per incrementare le vendite di droni e armi.

Ma perché Libia e Ucraina starebbero inviando questi combattenti, destinati a unirsi a JNIM? La risposta va ricercata in una dinamica geopolitica più ampia, per esempio, in uno dei suoi principali teatri di confronto il Sudan.

Il Sudan, lacerato dalla guerra civile scoppiata nel 2023 tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF), occupa una posizione strategica nel continente africano ed è dotato di ingenti risorse naturali, per dirne uno l’oro. Il Paese rappresenta, inoltre, da anni un terreno privilegiato – anche se non il solo – per la proiezione dell’influenza russa in Africa. Nelle prime fasi del conflitto, la Wagner, gruppo di milizie private afferente alla Russia, in coordinamento con gli Emirati Arabi Uniti, avrebbe fornito sostegno alle RSF nella loro guerra contro le SAF, in un contesto caratterizzato da interessi convergenti nel settore aurifero sudanese. 

Anche la Libia avrebbe assunto una funzione prevalentemente logistica nella parte governata da Haftar, facilitando il trasferimento di armamenti destinati alle RSF attraverso il proprio territorio meridionale e verso il Sudan, tramite una base militare controllata dagli Emirati Arabi Uniti. 

Con il proseguire della guerra, Mosca – eliminata la questione Wagner per molto versi fuori controllo anche se legata a casa Madre Russia, ha di fatto avuto un avvicinamento verso la SAF, questo a causa del suo interesse espansionistico sul Mar Rosso con la richiesta e ottenimento dell’instaurazione di una base navale russa a Port Sudan. Per questo motivo l’Africa Corps non più Wagner, dalla morte del suo fondatore Evgenij Prigožin, ad oggi si sta impegnando a contrastare i rifornimenti di armi delle RSF, che per la maggior parte arrivano dal corridoio libico, attraverso cui passano, appunto, uomini, carburante e armi.

Per Mosca, il settore dell’oro sudanese costituisce infatti un asset strategico, non soltanto per l’accesso alle risorse del Paese, ma anche per il finanziamento delle proprie attività nel continente africano. La presenza russa in Sudan, tuttavia, non si limita all’estrazione e alla commercializzazione dell’oro: società e strutture riconducibili agli interessi russi sono state coinvolte anche nella movimentazione di equipaggiamenti e materiali militari destinati al Sudan e ad altri teatri africani.

La guerra in Sudan ha quindi assunto una dimensione internazionale, coinvolgendo anche l’Ucraina che in un primo momento avrebbe impiegato proprie forze speciali nel Paese per contrastare le RSF e, più in generale, ridimensionare la presenza e gli interessi russi nella regione. 

È in questo quadro che il Mali e il JNIM assumono un ruolo centrale: l’impiego di un consistente contingente dell’Africa Corps russo nelle operazioni nel Sahel, potrebbe infatti determinare una redistribuzione delle risorse e dell’attenzione militare di Mosca. L’intensificarsi della pressione jihadista e l’apertura di un fronte particolarmente impegnativo In Mali potrebbero, infatti, costringere la Russia a concentrare uomini e mezzi su questo teatro, riducendo parallelamente la propria capacità di proiezione in Sudan o viceversa.

Se leggiamo il quadro geopolitico da questa prospettiva, si comprende meglio anche l’eventuale sostegno ucraino – sancito in un video di JNIM dove un combattente ringrazia Dabaiba per l’acquisizione di tecnologia, tra cui sappiamo esserci anche i droni acquistati dall’Ucraina per Tripoli -, e libico al trasferimento di immigrati clandestini a “sostegno” di JNIM potrebbe essere interpretato non come un’azione isolata, ma come parte di una più ampia strategia di pressione indiretta sulla presenza russa in Africa. 

L’obiettivo sarebbe quello di, da un lato facilitare la riapertura del corridoio libico verso le RSF, caldamente auspicato da Emirati Arabi Uniti, Ucraina -Libia, mentre dall’altro, nella competizione più ampia tra Russia e Ucraina, fare pressione su Mosca attraverso i conflitti per procura limitando al sua azione in Ucraina. Non va però dimenticato che anche l’interesse opposto che vede Federazione Russa insieme ad altri Paesi come Egitto, Turchia e Arabia Saudita spingere per la vittoria delle SAF.

Dania Piccirilli

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