
Dal caso Don Alì alle baby gang Z4, dai treni lombardi ai campi rom di Milano: il libro di Arditti e Gallicola mostra l’Italia come un grande palcoscenico dove i Maranza cercano visibilità, status e vendetta.
In Piumini e catene. Storie di Maranza la prima immagine è quella di una porta sfondata a Barriera di Milano e di un cellulare puntato in faccia alla realtà, mentre Don Alì trasforma ogni gesto in contenuto virale prima ancora che in reato.
Roberto Arditti e Alessio Gallicola scelgono di partire da qui non per spettacolarizzare il fenomeno, ma per far capire che la devianza giovanile oggi passa quasi sempre da uno schermo, da un feed, da un algoritmo che monetizza rabbia e umiliazione.
Nel capitolo sul “re caduto” di Torino si vede come un quartiere operaio e multietnico, segnato da disoccupazione al 20 per cento e abbandono scolastico maschile oltre il 40 per cento, diventi l’incubatore perfetto per una “compagnia stabile” di Maranza.
Non c’è un clan nel senso classico, ma un branco fluido, unito da chat WhatsApp, soprannomi e codici estetici – felpe oversize, catene, smartphone sempre alzati – che rendono intercambiabili i singoli e rendono stabile il contesto.
Quando il libro si sposta a Milano, la baby gang Z4 di Corvetto e Calvairate diventa il paradigma di una violenza che non ha bisogno di un tornaconto economico per scattare.
Le rapine e i pestaggi sono il mezzo per ottenere status, oggetti che “fanno immagine” e clip di 15 secondi da condividere sul profilo, mentre la letteratura scientifica citata dagli autori propone di parlare di “street bullying” proprio per cogliere il carattere fluido, non gerarchico e simbolico di questi gruppi.
La stessa dinamica torna sui treni regionali: la carrozza dove Stephanie viene massacrata a pugni e calci mentre nessuno interviene è, nelle pagine del libro, una metafora crudele di un Paese che tende ad abbassare lo sguardo.
Il racconto intreccia aggressioni sessuali, violenze contro capotreni e macchinisti, insulti a poliziotti e controllori, delineando uno spazio pubblico – i convogli, le stazioni, le banchine – in cui il confine tra “normale rischio” e pericolo estremo si assottiglia ogni giorno di più.
Sul versante napoletano, il capitolo dedicato alla “notte della 90” mostra come anche un autobus possa trasformarsi in teatro di un assalto, con una comitiva che filma, posta e costruisce reputazione a partire da un’azione violenta su un mezzo di linea.
La stessa logica, rovesciata, muove la vicenda di Forcella e dei colpi di pistola che attraversano la piazza: il quartiere non è solo sfondo, ma personaggio vivo, fatto di strade, bassi, antichi clan e nuove paranze che usano i social come bacheca.
Le pagine su Gratosoglio e sui campi rom dell’area Selvanesco–Chiesa Rossa alzano ulteriormente il tiro, mettendo in discussione un modello di gestione delle marginalità che, da decenni, tiene insieme assistenza e impunità.
L’uccisione di Cecilia sulle strisce da parte di quattro bambini non imputabili diventa la fotografia più dura di un sistema che tutela i minori sulla carta ma li lascia crescere in insediamenti monoetnici, fuori dalla scuola, lavoro regolare e veri percorsi di responsabilità.
La prefazione di Tommaso Cerno e la postfazione di Maria Rita Parsi (recentemente scomparsa) aiutano a leggere l’insieme come qualcosa di più di un mosaico di casi: un atto d’accusa verso una democrazia che ha abbandonato l’idea di integrazione come progetto, limitandosi a gestire emergenze e conflitti.
Là dove Cerno parla di “capitolazione” della politica di fronte alla teatralizzazione della volgarità, Parsi rilegge i Maranza come figli di un’emarginazione affettiva, cresciuti tra borgate fisiche e “bidonville digitali”, in cui il vuoto di relazioni pesa quanto la povertà materiale.
Nel cuore del libro, Arditti e Gallicola provano anche a immaginare qualche “proposta minima”: lingua, spazi, lavoro, regole, cultura e famiglie, con scuole aperte fino a tardi, palestre e sale prova gratuite, stage veri, sanzioni rapide e mediatori che tengono insieme mondi che non si parlano più.
Non è un programma politico chiavi in mano, ma la dimostrazione che la cronaca può uscire dalla logica del “caso shock” e farsi strumento per ripensare la città, prima che siano ancora i Maranza a dettarne tempi, linguaggi e confini.
Redazione
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