LIBRI. Pianeta Carcere e raccolta informativa: binomio spesso poco usato

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L’universo concentrazionario per le democrazie occidentali è costituto dalla galassia carceraria. Nonostante la sempre maggiore apertura informativa, del sistema penitenziario, se ne sa veramente poco. Il carcere è un luogo “diverso”.

Un luogo fisico, un luogo dell’anima, mai comunque un luogo che potremmo definire comune. Ancora meno si conosce dell’operato della Polizia Penitenziaria, quelle che nell’immaginario popolare sono le guardie carcerarie. Poco o nulla si sa della delicatezza e dell’importanza dei compiti di questo corpo di polizia e delle grandi potenzialità investigative che le sono proprie, molto spesso disattese o non sfruttare appieno.

Il libro di Francesco Massimiliano Minniti, operatore del settore, Intelligence e sistema penitenziario (Rubettino) offre una visione quanto più lucida possibile del sistema penitenziario e delle attività di indagine della Polizia Penitenziaria che hanno come oggetto di ricerca il “carcere”.

Minniti tenta di ricostruire una mappa di un sistema organico di intelligence in cui il settore penitenziario si innesti a pieno titolo, offrendo panorami investigativi e informativi di elevato profilo. Al di là della cronaca giudiziaria recente che ha visto purtroppo protagonista proprio la Polizia Penitenziaria.

Si tratta di un ampio studio sulle potenzialità investigative fornite dal sistema carcerario italiano scritto da un addetto ai lavori con oltre 30 anni di esperienza. È un testo estremamente interessante che dovrebbe essere letto per avere uno sguardo più attento e un’opinione più obiettiva sul mondo detentivo.

«La polizia penitenziaria rappresenta il primo vettore di informazioni e, al contempo, il collettore di tutte le risultanze di ogni attività di conoscenza del detenuto e ciò rappresenta senza dubbio una base preziosa per ogni attività investigativa, interna ed esterna (…) È necessario andare oltre le parole o i semplici atteggiamenti solo in apparenza collaborativi. Bisogna provare ad entrare nella mente e nell’anima della persona e cercare di capirne le reali intenzioni. Scrive Minniti e più avanti: «Deve darsi atto che l’altissimo tasso di detenuti extracomunitari oggi presenti negli istituti di pena presuppone una attenzione particolare e delle competenze specifiche allo scopo di poter interagire in maniera costruttiva con soggetti distanti dalla cultura italiana e che potrebbero avere necessità peculiari. Di non poco momento è la considerazione che i detenuti extracomunitari, oltre alle difficoltà di comprensione della lingua generanti difficoltà di relazione e alle possibili ripercussioni interiori derivanti dall’essere lontani dalle famiglie e dai loro paesi di origine e, quindi, dalla cultura cui si sono sempre riferiti, possono essere legati a una subcultura delinquenziale affatto diversa da quella italiana, sovente in aperto contrasto con altri tipi di criminalità organizzata cui appartengono altri detenuti, con i rischi che bene possono immaginarsi».

Lucia Giannini