LIBIA. Terra di migranti

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L’immigrazione clandestina è una grande sfida per la Libia, che sta vivendo una massiccia ondata di immigrati illegali. Questo porta a problemi seri di salute, sicurezza e sociali, minacciando l’identità del paese. Molte città libiche vedono un aumento della criminalità ma non solo, ci sono timori che questo possa mettere in pericolo l’identità araba e islamica del Paese. Inoltre, il numero di immigrati sta mettendo a dura prova le risorse nazionali, causando disoccupazione e indebolendo i servizi pubblici. In merito a ciò, il ministro degli Interni del GNU, Imad Trabelsi, ha chiesto una risposta unita per affrontare questa situazione e ha offerto collaborazione alle forze armate per proteggere i confini del paese. 

Alla luce della stima di circa 4 milioni di migranti, Trabelsi ha confermato un piano di sicurezza completo e misure ampie per gestire la situazione, collaborando con autorità nazionali e internazionali. Il Ministero inizierà presto operazioni di deportazione, sottolineando l’importanza della cooperazione tra governo, Parlamento ed esercito. Sarà anche necessario intensificare il rimpatrio volontario degli immigrati irregolari, migliorare le condizioni dei lavoratori migranti e concedere permessi di soggiorno legali a 400.000 persone in Libia. Anche l’Istituzione Nazionale per i Diritti Umani ha respinto qualsiasi piano di reinsediamento, suggerendo al Ministero dell’Interno di evitare incitamenti all’odio, avvertendo dei rischi legali e di sicurezza legati all’escalation della violenza contro gli stranieri.

Per affrontare la crisi attuale, il Primo Ministro del GNU, Dabaiba, ha avviato incontri con ministri e servizi di sicurezza per gestire l’immigrazione illegale. Confermando che il GNU non ha alcuna intenzione di accogliere migranti nel paese, ha sottolineato che la Libia non può gestire una crisi di questo tipo e pertanto ha richiesto aiuti alle Nazioni Unite e alle organizzazioni internazionali. Nonostante il rifiuto di progetti di reinsediamento, la Libia cerca di cooperare a livello internazionale, rispettando sovranità e diritti umani, a loro dire. Va segnalato che le istituzioni militari e di sicurezza della Libia, sia orientali che occidentali, hanno deciso di creare un centro specializzato per la sicurezza delle frontiere, focalizzato sul terrorismo e sull’immigrazione irregolare. L’accordo è stato raggiunto in una riunione in Tunisia, organizzata dalla Missione delle Nazioni Unite in Libia. Il centro si dedicherà all’analisi dei rischi e alla proposta di soluzioni per migliorare la protezione dei confini. Tra le soluzioni, non è mancata neppure la possibilità di un’operazione militare nel sud della Libia per combattere tale fenomeno. A tal proposito, solo recentemente, l’ufficio stampa dell’Agenzia libica per la lotta all’immigrazione illegale ha annunciato, con l’aiuto anche dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), la deportazione di 191 immigrati clandestini, prevalentemente bengalesi.

Si è parlato molto del ruolo dell’Unione Europea, la stessa che costantemente è invitata a fornire supporto per affrontare l’immigrazione illegale, rafforzando la sicurezza al confine meridionale e implementando controlli più efficienti. Durante un incontro tra Trabelsi, Ambasciatori e rappresentanti dell’UE e dell’Unione Africana in Libia, è stato rimarcato più volte che la Libia non può affrontare da sola tale crisi, nemmeno diventare una “zona di insediamento”, così definita dal GNU. Il sostegno concreto richiesto all’UE include il rafforzamento della sicurezza, attrezzature moderne per monitorare i flussi illegali, rimpatri rapidi e misure contro il contrabbando e la tratta di esseri umani. Vista la situazione emergenziale, qualora l’UE non rispetti l’impegno preso in aiuto alla Libia, è stata confermata la possibilità di una possibile chiusura dell’agenzia anti-immigrazione, causa le mancanze di risorse. Va anche ricordato che la Libia non ha firmato né ratificato alcun accordo internazionale sulla migrazione, come la Convenzione ONU sui rifugiati del 1951, non essendo così obbligata a diventare un rifugio per i migranti che cercano di arrivare in Europa. L’UE dovrebbe, pertanto, rispettare la sovranità della Libia, sostengono le autorità libiche.

L’Italia è al centro dell’attenzione per i suoi accordi sull’immigrazione con la Libia. Secondo la rivista italiana, “Jacobin”, vi sono chiari problemi nel piano di Giorgia Meloni, che voleva unire economia e politica dell’immigrazione per rafforzare i legami con l’Africa. Tuttavia, i rapporti tra Roma e Tripoli non erano parte ufficiale del piano “Mattei” della Meloni stessa. L’Italia ha sostenuto i governi fragili di Tripoli dopo la caduta di Gheddafi nel 2011, fornendo particolare supporto al Governo di Unità Nazionale (GNU) di Dabaiba. Recentemente, si è tenuto un incontro tra i ministri dell’Interno di Italia, Matteo Piantedosi, e GNU, Imad Trabelsi, al fine di discutere l’immigrazione clandestina. Attivisti per i diritti umani hanno rivelato che Dabaiba ha rinnovato un accordo con l’Italia per il reinsediamento dei migranti, definito “vergognoso” e che ha trasformato il Mediterraneo in un “cimitero marittimo”.

Inoltre, la decisione dell’Italia di liberare e rimpatriare subito Osama Najim, conosciuto come al Masri, un alto funzionario della sicurezza libica con legami con le milizie, ha suscitato proteste tra politici e nel sistema giudiziario italiano. La Procura della Repubblica di Roma ha convocato il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e vari ministri per indagare su possibili accuse di favoreggiamento a un criminale e uso improprio di fondi pubblici. Rapporti classificati dell’intelligence europea hanno rivelato, inoltre, i legami di al Masri con varie milizie libiche e presunti traffici di esseri umani. Al Masri è descritto come leader di una milizia coinvolta in violenti scontri a Tripoli. A preoccupare, anche un incontro segreto tra al Masri e altri capi miliziani che ha sollevato interrogativi su un possibile attacco contro il Governo di Unità Nazionale. Al Masri è anche sospettato di traffico di esseri umani ed è stato incriminato dalla Corte penale internazionale (CPI) per torture e abusi all’interno del carcere di Mitiga, noto per la sua storia di violazioni dei diritti umani.

Camilla Montanari

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