Il tramonto del sogno libico

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LIBIA – Tripoli 22/02/2014. Il “sistema paese” libico non funziona come dovrebbe. Anzi, non funziona proprio. Molte le cause. Anzi, troppe.

La causa principe è rappresentata dalla frammentazione del potere e dalle troppe divisioni politiche che da anni vessano il paese, facendo tramontare le speranze di chi nella rivoluzione ci credeva davvero. Le divisioni etniche giocano un ruolo destrutturante per la pacificazione delle tribù all’interno dei confini libici e la crisi di legittimità che il governo sta attraversando ormai da mesi contribuisce non poco a rendere la situazione ancora più precaria.

La divisione in tribù – o kabile, termine locale per identificare clan e tribù beduine arabe – non è un’evidenza empirica nuova sulla scena libica. Gheddafi per primo ha dovuto scontrarsi con il frammentato panorama politico, reso quasi omogeneo attraverso una sapiente e machiavellica politica di pesi e contrappesi che gli permise di costruire il consenso e di rimanere sulla poltrona del potere, anche se con metodi non ortodossi. 

Ebbene , al giorno d’oggi, la Libia sembra essere sprofondata di nuovo nel suo passato feudale. La fiumana della rivoluzione ha travolto tutta l’impalcatura politica pazientemente edificata. Alcune tribù, come i Qadhadfa e i  Warfalla di Bani Walid, non hanno  tardato a dimostrare la loro lealtà al vecchio regime, mentre molte altre – come i Magharba della Cirenaica – non aspettavano altro che ribellarsi e rivendicare decenni di soprusi. Il tessuto sociale è tornato a sfaldarsi e, mancando il sentimento di unità nazionale che dovrebbe riunire tutti i cuori sotto un’unica bandiera, le faide intraclaniche e le rivendicazioni delle tribù sono il biglietto di sola andata verso il fallimento delle istanze rivoluzionarie e verso una situazione di caos generalizzato. Gli attori del progressivo disfacimento del tessuto sociale sono tre: i Tebou, i Tuareg, e le kabile arabe.

I Tebou sono una tribu’ di semi-nomadi originaria dell’area del Tibesti, zone montuosa nel nord del Ciad, definita geograficamente come la striscia di Aouzou. La loro storia si radica nella storia di questi luoghi perché nel 1973 Gheddafi volle annettere questa porzione di territorio, zona strategica in quanto, secondo le ipotesi, sede di numerosi giacimenti di uranio. Nel corso della guerra che ne derivò, molti Tebou si trovarono senza abitazione e il Colonnello, per avvalorare le sue rivendicazioni territoriali, concesse loro la nazionalità libica e l’accesso a tutti i servizi sociali che essa garantiva. Nel 1994 però, una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia assegnò la striscia di Aouzou al Ciad. Quindi, non essendo più i Tebou nelle grazie del Colonnello, venne loro revocato il diritto alla cittadinanza libica, scelta che ha fortemente discriminato questa tribù fino al 2011, all’alba della rivoluzione, quando i Tebou non persero l’occasione di imbracciare le armi contro il regime e schierarsi a fianco dei ribelli. Al giorno d’oggi i Tebou hanno il controllo di tutta la zona sud-est della Libia, in un’area compresa tra Kufra a al Murzuq, sebbene siano ancora visti nell’immaginario collettivo della popolazione libica come una comunità straniera. Le loro rivendicazioni sono sempre le stesse: in primis, una maggiore rappresentanza politica che possa aiutare a sostenere le loro istanze; in secundis la cittadinanza libica e il libero accesso ai servizi sociali. La loro posizione contrattuale è tuttaltro che debole perché, oltre a mantenere il controllo di un’ampia porzione di territorio, hanno le armi, sono inquadrati nelle loro 18 Brigate Rivoluzionarie e sono legittimati dal fatto che hanno protetto i pozzi petroliferi durante la guerra. Il loro potere è inoltre implementato dall’interessante fattore demografico, in quanto si sta registrando un vero esodo della popolazione Tebou dalla zona sub sahariana limitrofa verso la Libia, al fine di creare un disequilibrio etnico nei confini meridionali. 

A questa comunità si affianca quella dei Tuareg che invece hanno il controllo della rimanente area sud-ovest, la zona di Obari e sono organizzati in 9 Brigate Rivoluzionarie. Le loro mire sono le stesse dei Tebou: cittadinanza e migliori condizioni sociali. Una vicinanza di interessi così marcata ha legittimato, rendendole veritiere, le previsioni degli analisti che avevano infatti prospettato uno scenario nel quale le istanze Tebou e Tuareg confluissero in un’unica lotta armata, mettendo da parte i precedenti dissapori e coalizzandosi a scapito della componente araba che abita la zona meridionale. 

A queste due tribù si aggiunge la terza, quella dei berberi, antichissimi abitanti di queste terre, che hanno il controllo della zona sud della regione Tripolitania. 

Tutto il panorama descritto ha luogo, come illustrato, principalmente nella zona forse più delicata del territorio libico, qual’ è la parte meridionale, zona desertica con più di 2000 Km di confini non controllati dall’autorità centrale. Ciò che infatti rende ancora più potenti le tribù che vi abitano è il fatto che queste controllano i redditizi traffici di vario genere che hanno luogo proprio in questa parte scarsamente controllata dalle autorità. Il contrabbando di armi, droga, alcool e clandestini (secondo le stime ne entrano ogni giorno dal sud della Libia dai 500 ai 600) passa per queste terre e i flussi sono gestiti da questa vera e propria criminalità organizzata che non ha affatto problemi di denaro perché i traffici provenienti dall’Egitto, dal Ciad, dal Sudan e dalla parte orientale del Niger, di competenza Tebou e quelli invece provenienti dal Niger occidentale e dall’Algeria sotto la giurisdizione Tuareg, sono assai redditizi. Le barriere doganali sono assenti, la polizia di frontiera non ha voce in capitolo e gli snodi chiave della zona sono sotto il controllo di queste milizie, che, ricordiamo, possiedono anche una conoscenza del territorio impareggiabile. Inoltre, recentemente, sono stati proprio i Tebou ed i Tuareg insieme a negoziare di propria iniziativa, quindi senza l’autorizzazione governativa, con le autorità del Niger una presunta cooperazione confinaria. Tutto ciò rappresenta una miscela ad alto contenuto esplosivo che, secondo gli analisti, non tarderà ad infiammare tutta la fascia sub-sahariana. L’aspetto di interesse strategico consiste nel fatto che è stata registrata la presenza di accampamenti appartenenti all’associazione terroristica AQIM (Al Qaeda nel Maghreb Islamico) lungo il confine con l’Algeria, quindi nel territorio sotto controllo Tuareg. Questa strana coincidenza porta gli analisti a supporre che, se non ci fosse una vera e propria collusione tra gli estremisti islamici e i Tuareg, questi ultimi sarebbero comunque indifferenti alle postazioni AQIM sul loro territorio.

Ad ogni modo, non è una novità che in Libia la primavera araba abbia contribuito alla rinascita dell’Islam politico. Molte fazioni di ribelli infatti erano proprio di estrazione salafita e non sorprende che personaggi come Abdel Hakim Belhadj, membro del Gruppo Islamico Combattente Libico, siano diventati eroi della rivoluzione. Il territorio libico è considerato coma uno dei laboratori terroristici dell’Africa, dato il fatto che è proprio in questi luoghi che vengono addestrati i terroristi che poi vengono inviati in Medio Oriente. Lo scontro tra forze partitiche islamiche e laiche è infatti al centro delle osservazioni geopolitiche.

Nel vano tentativo di rimediare alle sue mancanze, l’autorità di Tripoli ha dichiarato il sud del Paese “zona militare”, cercando di limitare il transito non autorizzato di persone o cose. L’intento da parte del governo c’è ma le circostanze sembrano attanagliare Zeidan in una morsa talmente stretta che viene da chiedersi quanto ancora durerà il suo governo. Per cercare di proporre un qualche rimedio, il Premier ha rispolverato un vecchio progetto risalente al 2008, anno del Trattato d’Amicizia tra l’Italia e la Libia, il quale prevedeva l’istallazione di un sistema di radar lungo i confini meridionali per controllare l’immigrazione clandestina, problema che già all’epoca era sotto gli occhi dell’autorità centrale. Un progetto questo da 300 milioni di euro che andranno a Finmeccanica che, attraverso la Selex, realizzerà il progetto. Resta comunque dubbia la sua utilità, in quanto un sistema del genere sembra non funzionare su obiettivi puntiformi come il transito di clandestini nel deserto.       

Concentrarci solo sulla zona geografica meridionale della Libia però sarebbe un errore poco perdonabile perché, sebbene rappresenti come detto una zona di importanza strategica, in tutto il paese sono comunque presenti 250 diverse milizie fuori controllo, comprensive di 40 mila uomini secondo le stime minime. Le forme di aggregazione sono varie ma quella costante rimane la base clanica e l’orientamento politico-religioso. Godono inoltre di molte forme di sostentamento economico, tra cui sequestri di persona ed estorsioni ma soprattutto controllano molti dei terminali petroliferi e relativi centri di produzione, fattore a dir poco strategico che permette loro di chiedere a gran voce la divisione dei profitti derivanti dalla vendita delle risorse energetiche. Tutto ciò, insieme alle spinte federaliste, è stato già visto in Somalia.

La Libia era un paese che produceva circa 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno – che nel 2012 hanno fruttato circa 50 miliardi di dollari – ma ad oggi ha una produzione giornaliera di soli 150.000 barili, di cui 80.000 destinati all’esportazione. Il fatto che lo stato libico si autofinanzi principalmente con proventi del petrolio è un dettaglio non trascurabile. Immaginiamo le conseguenze di un crollo finanziario come quello che si sta delineando. Prima fra tutte quella di rendere lo stato impossibilitato nell’elargire i servizi sociali e pagare gli stipendi. Da qui, un altro dei parallelismi fatto dagli analisti, ossia quello con l’Iraq dopo la deposizione di Saddam Hussein. 

Uno degli altri paradossi di questa situazione a dir poco drammatica è stato quello che ha visto il governo libico minacciare le navi petroliere di non avvicinarsi ai terminali petroliferi per rifornirsi del petrolio venduto dai miliziani.

Un altro punto di vista che merita tutta la nostra attenzione riguarda il potere giudiziario che, come è facile intuire, è il più delle volte inefficiente ma soprattutto arbitrario. In Libia oggi ogni gruppo importante ha il suo tribunale e la sua prigione. La giustizia che vi si applica è la loro e non coincide assolutamente con quella dello stato. Ad esserne discriminate sono le famiglie che più delle altre hanno sostenuto Gheddafi e che ora si trovano in una selvaggia giungla giuridica mossa da sentimenti di vendetta.  Arresti arbitrari e conclusioni violente sono spesso il frutto di vendette personali e i tribunali civili e militari attuano giustizia all’occorrenza, non rispettando quindi nessun requisito di equità, fatto che è stato più volte evidenziato dalle organizzazioni internazionali.

Lo sfibrarsi del tessuto sociale e le fratture inter-familiari del periodo post rivoluzionario ancora non saldate, insieme al sistema di  giustizia fai da te, ci portano al dato più interessante dello scenario politico libico, ossia il progressivo ritorno dei sostenitori del vecchio regime che raccolgono l’adesione di quanti cominciano a sentire la nostalgia del Rais e la pace che regnava sotto di lui, per la serie “si stava meglio quando si stava peggio”. Non sono rari infatti i casi in cui delle milizie siano formate da ex-gheddafiani o che questi ne siano a capo. Fanno sentire la loro presenza sul territorio tanto che uno degli ultimi eventi – Gennaio 2014 – è rappresentato dall’occupazione della base aerea di Tamenhint, vicino a Sebha, da parte dei lealisti, cacciati solo dopo qualche giorno da un intervento risolutivo delle milizie giunte da Misurata e Zintan. Seppur limitato, l’episodio non è di marginale importanza dato che testimonia che le truppe leali al vecchio regime non sono una realtà fantasma ma soprattutto quanto queste godano del consenso della popolazione. 

Ma i gheddafiani non formano solo le file di alcune della milizie ma anche quelle del governo centrale e dei Ministeri. Sono molti infatti i membri dei vecchi Servizi che sono rimasti ai loro posti, non modificando di fatto la compagine governativa precedente alla rivoluzione, fatto, questo, responsabile della corruzione dilagante all’interno dell’apparato governativo. Il fenomeno di alimentazione della dissidenza al nuovo assetto politico si riscontra anche all’estero, soprattutto in Egitto, dove, con l’appoggio dei militari che ora governano il paese, si sono rifugiati molti dei pezzi grossi del vecchio regime.

 Il discorso del Primo Ministro libico Ali Zeidan all’apertura dell’ultima Assemblea Generale dell’ONU a New York nel Settembre 2013 conferma quanto esposto. Il premier ha parlato di personaggi legati al vecchio regime che svolgono “attività criminale” in Paesi vicini ed ha poi lanciato un appello a Egitto, Niger e Algeria. 

In ragione di ciò, il Congresso Nazionale Generale (CNG), organo legislativo della Libia, ha approvato nel Luglio 2012 la “legge di esclusione politica”, che sancisce la non eleggibilità a cariche pubbliche per gli ex appartenenti al regime. La falla risiede nel fatto che questo provvedimento legislativo contempla la non eleggibilità anche per chi invece, durante la rivoluzione, è passato nelle file dei ribelli. La prima vittima della nuova legge è stato l’ex presidente del CNG nonché carismatico leader nazionale, Mohamed Magarief. Era stato infatti ambasciatore in India sotto l’era di Gheddafi. Nei primi anni ’80, a causa dei suoi dissapori con il dittatore, consegnò le dimissioni e si auto esiliò. Nei giorni della rivoluzione poi diventò una delle figure più importanti del Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia e venne eletto come presidente del Parlamento ad interim nel Luglio 2012, durante le prime elezioni democratiche libiche. Con l’entrata in vigore della legge di esclusione politica però, venne di fatto allontanato dalla vita politica. Un’altra delle vittime è Mahmoud Jibril, leader e fondatore del partito “Alleanza delle Forze Nazionali”, responsabile del consenso internazionale intorno alla deposizione del Rais, nonché primo ministro eletto del Consiglio Nazionale Transitorio, organo temporaneo post rivoluzionario. Jibril durante il periodo 2007-2011, quindi sotto Gheddafi, è stato a capo del Ministero dello Sviluppo Economico Nazionale, e con l’entrata in vigore della legge anche lui è stato allontanato dalla vita pubblica perché visto come un possibile sabotatore dei risultati rivoluzionari. Numerosi cittadini e organizzazioni libiche non persero occasione di criticare questi provvedimenti che, se applicati in maniera eccessivamente rigida, avrebbero inficiato le basi per la ricostruzione dello stato e le sue istituzioni, come infatti è avvenuto. Ancora una volta, il parallelismo con l’Iraq risulta evidente, quando infatti, dopo la caduta di Saddam nel 2003, migliaia di burocrati, ufficiali governativi, militari e forze di polizia vennero licenziati. 

La situazione di caos generale e la scarsa capacità impositiva che travolto il governo di Zeidan sono legate da un rapporto di causa- effetto. 

Una prima importante considerazione da fare in tal senso è quella che riguarda l’assetto militare delle forze in campo durante la rivoluzione. Infatti a ben vedere, le poche risorse dei ribelli non avrebbero mai avuto ragione sulle forze lealiste se non fosse intervenuta la comunità internazionale. Questo ha inevitabilmente portato ad una situazione post rivoluzionaria per niente chiara circa l’equilibrio dei vari poteri in campo. In altre parole, i ribelli libici, qualora avessero vinto da soli la guerra civile, avrebbero avuto più forza e più consenso popolare alla fine del conflitto. I rapporti di potere si sarebbero allineati dunque su una linea ben precisa e ai vincitori sarebbe rimasto solamente il compito di raccogliere il consenso ottenuto e proseguire sulla via della ricostruzione.  Così non è stato perchè la guerra è stata vinta grazie all’intervento esterno e quindi la condizione di consenso politico sopra esposta non si è verificata, rendendo straziante il processo di pacificazione e ricostruzione, come dimostrato dal fatto che le lotte intestine inter-claniche non hanno ancora trovato soluzione. 

Una seconda considerazione riguarda poi il fatto che, sempre a causa dell’intervento risolutivo internazionale di cui i ribelli libici hanno goduto, il governo insediato sul territorio è molto ben visto all’estero ma poco amato in patria, come insegna l’esempio afghano di governi insediati dopo una rivoluzione. Da qui la spiegazione al fatto della totale nullità del governo di Zeidan. Se una dittatura viene cacciata ma le autorità che la sostituiscono, come quelle libiche, non sono portatrici di valori e modelli alternativi compatibili con la società, la Libia è destinata a imputridire nella logica della guerra civile. Unico risultato: la rinascita di un’autorità che, ancora una volta, imponga il suo volere attraverso la forza, non attraverso il consenso, su una società che non ha ancora sviluppato una sufficiente sensibilità democratica.