Alla sbarra il regime di Gheddafi

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LIBIA – Tripoli 21/09/2013. Alla sbarra i vertici del regime del colonnello Gheddafi; unico assente il figlio. Saif al-Islam Gheddafi, infatti, è apparso, in contemporanea, il 19 settembre, in un’aula di tribunale nella città di Zintan.

La situazione ha sottolineato la difficoltà del governo centrale nel far valere la propria autorità a quasi due anni la fine della guerra civile. A Zintan, Saif al-Islam Gheddafi, è stato mostrato all’interno di una gabbia, affiancato da guardie di sicurezza in aula, e il giudice ha aggiornato il processo al 12 dicembre a causa di “mancanza di prove”.

Il figlio di Gheddafi è ricercato anche dalla Corte penale internazionale, che lo ha accusato dell’omicidio e della persecuzione di civili durante i primi giorni della rivolta. Saif al-Islam Gheddafi, laureato alla London School of Economics, era stato catturato da una milizia locale nel novembre 2011; nel segno della crescente faziosità politica libica, i comandanti delle milizie di Zintan hanno sempre rifiutato le richieste di consegnarlo al governo centrale di Tripoli, affermando che Gheddafi deve restare lì perché i resti del regime precedente all’interno della magistratura potrebbero tentare di dichiararlo innocente. Ma l’apparizione a Zintan ha scatenato  la protesta delle autorità di Tripoli, i cui pubblici ministeri avevano emesso una richiesta formale perché fosse trasferito nella capitale. A Tripoli ritengono che la milizia di Zintan vuole tenerselo per ottenere concessioni politiche da parte del governo centrale.

Comunque il 19 c’è stata l’udienza per gli altri imputati, detenuti presso la prigione di al Hadba. Tra loro c’era Abdullah Senussi, ex capo dei servivi d’intelligence, accusato di essere stato la mente dell’attentato di Lockerbie; Baghdadi Mahmoudi, ex primo ministro e Mohammed Zoaia, ex- ambasciatore a Londra Il “Caso 630” riguarda presunti crimini di guerra commessi durante il conflitto di otto mesi che ha portato alla morte di Gheddafi e alla fine del suo regime. Tra le accuse contenute in un dossier di circa 4.000 pagine spiccano incitamento alla violenza e allo stupro, l’assunzione di mercenari, la formazione di gruppi armati, rapimenti e torture. Un pesante cordone di sicurezza era stato posto intorno al carcere, un ex accademia militare, con centinaia di soldati armati e mezzi pesanti per timore delle pesanti proteste che chiedono la  pena di morte per gli imputati. La rabbia manifestata nei confronti degli imputati ha suscitato preoccupazioni tra i funzionari della Corte penale internazionale , che li vuole trasferirea L’Aia, perché solo potranno avere un processo equo. Tuttavia, il governo libico è consapevole del fatto che dovrebbe affrontare una protesta dalle dimensioni incalcolabili se dovesse accettare di trasferire i prigionieri senza che siano condannati in Libia, prima.