
A fine luglio, la Libia occidentale ha vissuto un’altra importate crisi sociale ed energetica degli ultimi anni. Quella che inizialmente sembrava una protesta locale contro i blackout elettrici si è rapidamente trasformata in una campagna nazionale di “disobbedienza civile” contro il GNU di Dabaiba, arrivando a colpire il complesso industriale di Mellitah, uno degli asset energetici più strategici del Mediterraneo.
Le proteste sono nate nelle città della costa occidentale, tra cui Zuwara, Al Ajaylat e Al Jumail, dove da settimane la popolazione denunciava continui blackout durante il periodo di massimo consumo estivo. Su questo malcontento si è innestata l’iniziativa del Movimento di Suq al Jumaa, che ha proclamato una campagna di disobbedienza civile “fino al rovesciamento del GNU”, estendendo progressivamente il blocco non solo alle sedi della National Oil Corporation (NOC) e del Ministero del Petrolio, ma anche alle compagnie petrolifere Zueitina e Mellitah. Il messaggio politico è risultato evidente: colpire le principali istituzioni economiche dello Stato per delegittimare il GNU di Dabaiba.
La scelta del complesso di Mellitah non è certamente casuale. L’impianto rappresenta infatti uno dei principali nodi dell’industria energetica libica poiché riceve il gas proveniente dai giacimenti offshore e terrestri, alimenta parte delle centrali elettriche della Libia occidentale e soprattutto è il punto di partenza del gasdotto Greenstream diretto in Sicilia. Per una parte dei manifestanti, Mellitah era diventato il simbolo di una ingiustizia: mentre vaste aree della Libia rimanevano senza elettricità, il gas continuava apparentemente a essere esportato verso l’Italia. Da qui la richiesta di interrompere le esportazioni fino alla soddisfazione delle rivendicazioni popolari.
È proprio questo il punto sul quale la NOC ha cercato di intervenire con forza. Secondo quest’ultima, la convinzione che il gas destinato all’Italia fosse sottratto ai consumi interni derivava da un’interpretazione errata degli accordi con l’italiana Eni. Tuttavia, l’azienda ha spiegato che il gas destinato al partner italiano rappresenta esclusivamente la quota spettante contrattualmente a ENI quale investitore nello sviluppo dei giacimenti, ovvero circa il 10%. Inoltre, oltre il 70% del gas prodotto in Libia viene normalmente destinato al mercato interno, principalmente alla produzione elettrica. Anche diversi analisti locali hanno sottolineato come Greenstream stesse già funzionando molto al di sotto della propria capacità progettuale.
L’episodio ha dunque mostrato la vulnerabilità delle infrastrutture energetiche condivise tra Libia e Italia. Non solo, i manifestanti hanno individuato in Greenstream e nelle esportazioni verso l’Italia un bersaglio politico, trasformando un’infrastruttura economica in uno strumento di pressione contro il GNU di Dabaiba. Ciò ha dimostrato come eventuali possibili e future crisi interne potrebbero facilmente coinvolgere anche gli interessi energetici italiani, indipendentemente dal reale volume delle esportazioni. Per Roma, questo rappresenta un segnale importante: la sicurezza dell’approvvigionamento non dipende soltanto dalla protezione fisica del gasdotto, ma soprattutto dalla stabilità politica della Tripolitania e dalla capacità del GNU di Dabaiba di mantenere il controllo sulle infrastrutture strategiche.
Quando i manifestanti hanno chiuso le valvole del gas del complesso industriale, si è verificato lo scenario temuto da molti, ossia l’arresto totale della produzione del giacimento di El Feel (situato nel bacino di Murzuq, nel sud-ovest della Libia), la riduzione della produzione del giacimento di Al Wafa (situato nella Libia nord-occidentale, nel bacino di Ghadames, vicino al confine con l’Algeria) e l’interruzione della fornitura di gas alle centrali elettriche. Parallelamente la General Electricity Company of Libya (GECOL) ha annunciato la disattivazione di numerose unità di produzione, tra cui quelle delle centrali di az Zawia, nella costa ovest del Paese, Al Khums sempre lungo la costa ma ad est, e Ubari a sud, avvertendo del rischio concreto di un blackout nazionale. L’interruzione, dunque, non ha colpito prioritariamente il gas esportato verso l’Italia, bensì la rete interna libica: i dati registrati dalla rete SNAM mostravano infatti che il flusso di gas verso Gela continuava sostanzialmente senza variazioni significative.
Consapevole del rischio di collasso del sistema elettrico e dell’enorme impatto politico della vicenda, Dabaiba ha ordinato l’intervento immediato del Ministero della Difesa e dello Stato Maggiore. La 52ª Brigata di fanteria, di Mahmoud Bin Rajab, è stata incaricata di riconquistare il complesso, riaprire i gasdotti e mettere in sicurezza l’impianto. Tuttavia, l’operazione ha provocato scontri armati nei pressi di Mellitah, con segnalazioni di scambi di colpi di arma da fuoco e successivi arresti di alcuni manifestanti. Nel giro di poche ore, però, la NOC ha annunciato il ripristino completo delle operazioni e della produzione nei giacimenti di El Feel, Al Wafa e nella piattaforma offshore di Sabratha.
L’aspetto più significativo della vicenda riguarda sicuramente la dimensione politica. Le proteste non provenivano da territori controllati dagli Haftar, bensì da aree tradizionalmente appartenenti alla sfera di influenza del governo di Tripoli. Ciò dimostra che il principale problema per Dabaiba è caratterizzato da un forte malcontento e dalla fine del consenso nelle zone sotto il suo controllo.
Non di meno, le ricostruzioni diffuse dalla stampa libica descrivono inoltre una crescente tensione all’interno dello stesso apparato governativo. In particolare sono emerse accuse reciproche tra Dabaiba e il presidente della General Electricity Company, Mohamed al Mashay, accusato dal Primo Ministro di essere vicino agli organizzatori delle proteste. Secondo tali ricostruzioni, il governo starebbe valutando anche la sua sostituzione, mentre sullo sfondo si intravedono lotte di potere riguardanti il controllo delle risorse economiche della compagnia elettrica.
Determinante è stata anche la mediazione della municipalità di Zuwara, che ha negoziato con il GNU, la NOC e la Compagnia Elettrica un accordo per porre fine al sit-in. Le autorità locali hanno riconosciuto la legittimità delle richieste relative alla distribuzione dell’energia elettrica, mentre i manifestanti hanno accettato di sgomberare il complesso dopo aver preso atto delle conseguenze che il blocco avrebbe avuto sulla stabilità della rete nazionale. Inoltre, questo episodio evidenzia come, nella Libia attuale, le municipalità e gli anziani tribali continuino a svolgere un ruolo decisivo nella gestione delle crisi, spesso risultato più efficace delle sole istituzioni centrali.
Camilla Montanari
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