
La crisi idrica libica è diventata un problema energetico, infrastrutturale e, soprattutto, geopolitico. In un Paese come la Libia nel quale gran parte dell’approvvigionamento idrico dipende da un sistema di pompe, condotte, pozzi e stazioni elettriche, ogni interruzione dell’energia, allacciamento abusivo e ogni attacco contro un’infrastruttura strategica possono trasformarsi rapidamente in una crisi per la popolazione intera. Al centro di questa vulnerabilità rimane il Progetto dell’Acquedotto (Great Man-Made River, GMR) un sistema che trasferisce l’acqua sotterranea dalle falde del Sahara verso le principali aree urbane e agricole del nord della Libia. Il progetto, voluto e promosso dal regime di Muammar Gheddafi, continua a rappresentare una delle infrastrutture strategiche più importanti del Paese, ma allo stesso tempo costituisce uno dei suoi punti di maggiore fragilità.
Tuttavia, la dimensione della crisi è strettamente legata alla sua operatività. L’ingegnere Jihad Abu Shehweh, impegnato con le squadre di manutenzione dell’Autorità del Progetto dell’Acquedotto, ha indicato nelle interruzioni di corrente ai pozzi una delle principali cause delle difficoltà nella regolarità dell’approvvigionamento. Secondo quanto riferito ad Al Araby al Jadeed, il problema non riguarda soltanto la disponibilità di energia elettrica, ma anche e soprattutto gli allacciamenti abusivi lungo il sistema. Questi prelievi, infatti, possono alterare il comportamento idraulico della rete, provocando variazioni della portata e della pressione e rendendo più difficile garantire una distribuzione stabile verso il nord del Paese. Tuttavia, seppur l’acqua sia presente, per portarla dove serve occorre un’infrastruttura energetica funzionante; Nel momento in cui le pompe interrompono il loro funzionamento, l’acqua non può essere sostituita da una fonte alternativa nel breve periodo. La crisi elettrica diventa quindi immediatamente una crisi idrica. Non a caso, la General Water and Sanitation Company ha annunciato la disponibilità di autobotti per rifornire, nei limiti delle risorse disponibili, cittadini, ospedali, case di cura e altre strutture che necessitino di interventi urgenti.
Nonostante le difficoltà, il sistema continua a garantire una parte essenziale dell’approvvigionamento nazionale. L’Autorità del Progetto dell’Acquedotto ha comunicato di mantenere una produzione di circa un milione di metri cubi d’acqua al giorno dai campi pozzi di Sarir (nel bacino di Sirte) e dal campo di Tazerbu (oasi desertica nel distretto di Kufra), nonostante più di sette interruzioni elettriche registrate nell’arco di un mese. Le squadre tecniche hanno effettuato interventi sui dispositivi di protezione, completato la terminazione dei cavi ad alta tensione e risolto diversi guasti elettrici con l’obiettivo di stabilizzare il sistema.
Un’ulteriore vulnerabilità riguarda la natura stessa dell’acqua utilizzata. La Libia dispone di enormi riserve sotterranee, in particolare nel sistema acquifero di arenaria nubiana (formazione geologica di roccia sedimentari), che si estende sotto Libia, Egitto, Ciad e Sudan. Si tratta di una delle più importanti riserve di acqua sotterranea del Nord Africa, anche se una parte significativa di queste risorse è considerata non rinnovabile, o rinnovabile soltanto su scale temporali estremamente lunghe. Dunque, seppur il Paese possieda una riserva sotterranea straordinaria, la maggior parte dei grandi centri abitati si trova lontano dalle aree nelle quali l’acqua è immagazzinata. Il Progetto dell’Acquedotto ha quindi risolto un problema geografico trasformandolo, nel tempo, in un problema infrastrutturale. L’acqua deve essere pompata dal deserto e trasportata per centinaia di chilometri attraverso una rete che richiede energia, manutenzione e protezione.
Secondo la geologa e attivista ambientale Yasmine al Ahmar, la crisi idrica libica è legata principalmente alla crisi di gestione, distribuzione e sostenibilità. La presenza di grandi riserve nel sud, infatti, non significa automaticamente che l’acqua sia disponibile dove vive la maggioranza della popolazione. Da questa prospettiva è emersa una possibile trasformazione strategica del sistema. Al Ahmar sostiene che il Progetto dell’Acquedotto dovrebbe progressivamente passare da fonte primaria quasi esclusiva a risorsa strategica di supporto, inserita in un sistema integrato di gestione dell’acqua. Per le città costiere densamente popolate, la desalinizzazione potrebbe assumere un ruolo crescente come fonte primaria, riducendo la pressione sulle falde fossili.
Tuttavia, la crisi idrica assume una dimensione propriamente geopolitica. Uno studio della Konrad-Adenauer-Stiftung (think-tank politico tedesco) sul settore idrico libico, ha evidenziato come politica debole, cattiva gestione e frammentazione istituzionale abbiano aggravato le difficoltà del settore nonostante l’enorme quantità di risorse investite nelle infrastrutture idriche. Dal 2011, l’acqua è diventata sempre più intrecciata alle dinamiche del conflitto libico. Stazioni di pompaggio, condotte, serbatoi e impianti di trattamento rappresentano nodi strategici attraverso i quali può essere esercitata influenza sulle popolazioni e sulle autorità locali. Il controllo dell’acqua significa quindi anche controllo del territorio. Interrompere una pompa, danneggiare una condotta o alterare il funzionamento di una stazione può produrre effetti che vanno ben oltre il danno materiale immediato.
Questa dimensione è diventata ancora più evidente alla luce degli episodi registrati nell’area di az Zawia tra l’8 ed il 10 agosto e continuati poi anche nei due giorni successivi. L’8 agosto, la az Zawia Oil Refining Company ha riferito che un drone ha colpito un serbatoio di stoccaggio della raffineria nelle prime ore della mattina, provocando due fori e una perdita di prodotto. Le squadre tecniche sono intervenute per ridurre il livello del liquido e trasferire la nafta verso un altro serbatoio, evitando incendi e feriti. Il giorno successivo, secondo le informazioni riportate da fonti locali, un drone suicida avrebbe colpito un’ulteriore infrastruttura idrica sempre di az Zawia. La vicinanza temporale di questi due episodi ha reso la protezione delle infrastrutture energetiche e idriche un tema particolarmente sensibile.
Alla luce dei fatti, alcuni account locali hanno collegato l’impiego di droni di origine ucraina da parte delle forze fedeli al GNU di Dabaiba, alla tecnologia Shield AI, ipotizzando che eventuali problemi del sistema possano avere contribuito alla deviazione di un drone verso un’infrastruttura non prevista. Questa ricostruzione, tuttavia, non è stata ancora accertata, con mancanze di ulteriori prove sufficienti per affermare che un malfunzionamento abbia provocato l’attacco all’infrastruttura idrica di az Zawia. Se l’attacco fosse deliberato, si tratterebbe di un’azione contro un’infrastruttura strategica. Se invece fosse stato provocato da un errore tecnico, emergerebbe un’altra forma di vulnerabilità: la crescente dipendenza delle guerre locali da tecnologie sviluppate al di fuori del teatro libico.
La sfida per la Libia risulta essere dunque quella di proteggere nel breve periodo l’infrastruttura esistente e, contemporaneamente, costruire un nuovo modello di sicurezza idrica meno dipendente da una singola fonte e da una singola rete di trasporto. Questo significa investire nella desalinizzazione, stabilizzare la produzione e distribuzione elettrica, modernizzare le reti, contrastare gli allacciamenti abusivi e soprattutto creare una politica nazionale dell’acqua capace di superare la frammentazione istituzionale.
Camilla Montanari
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