
L’oramai noto “Convoglio della Fermezza”, rappresentante terrestre della Flottiglia per Gaza, composto da attivisti e volontari provenienti principalmente da Tunisia e Algeria ha l’obiettivo dichiarato di raggiungere Gaza e rompere l’assedio israeliano. Tuttavia, si è trasformato progressivamente in un caso politico e di sicurezza che ha riacceso le tensioni interne libiche. Nel corso delle ultime settimane, il convoglio ha attraversato diverse città della Libia occidentale, entrando dal valico di Ras Ajdir, al confine con la Tunisia, e raggiungendo inizialmente az Zawia. Sin dalle prime ore del suo ingresso nel Paese, il movimento è stato accompagnato da polemiche, accuse di strumentalizzazione politica e forti timori legati alla stabilità della Libia.
Il convoglio sarebbe stato percepito da parte dell’opinione pubblica libica come un possibile strumento di pressione politica più che un’iniziativa puramente umanitaria. Alcuni osservatori hanno sostenuto che, proprio mentre si registrava un progressivo riavvicinamento tra comunità dell’est e dell’ovest del Paese, il “Convoglio della Fermezza” avrebbe rischiato di riaprire vecchie fratture interne. Le accuse si sono concentrate soprattutto su presunti legami ideologici con ambienti vicini a Dar al Ifta guidata dal Muftì Sadiq al Ghariani, figura spesso accusata dai suoi oppositori di alimentare polarizzazioni politiche e religiose in Libia.
Con il crescere delle tensioni, il Ministero dell’Interno del GNU ha chiarito pubblicamente di non aver autorizzato ufficialmente il movimento del convoglio nel territorio libico. In una nota, il ministero ha affermato che gli spostamenti da az Zawia verso le regioni orientali sarebbero avvenuti senza coordinamento preventivo con le autorità. Tripoli ha infatti dichiarato di non assumersi alcuna responsabilità per eventuali incidenti che il convoglio avrebbe potuto incontrare lungo il tragitto. Nel frattempo, la Mezzaluna Rossa Libica ha cercato di proporre una soluzione diplomatica, dichiarandosi pronta a ricevere gli aiuti trasportati dalla carovana per poi trasferirli nella Striscia di Gaza in coordinamento con la Mezzaluna Rossa Egiziana e nel rispetto delle procedure ufficiali vigenti tra Libia ed Egitto. Nonostante gli inviti delle autorità, il convoglio ha proseguito il viaggio attraversando Zliten e Misurata. Gli organizzatori hanno però rifiutato l’ipotesi di consegnare i rifornimenti alla Mezzaluna Rossa Libica, insistendo sulla volontà di raggiungere direttamente il confine orientale.
È l’ingresso nell’area cuscinetto di Sirte a rappresentare il punto di svolta della crisi: le forze dell’est affiliate al GNS di Osama Hammad, e quelle del generale Khalifa Haftar, hanno bloccato la strada verso la Cirenaica impedendo il passaggio del convoglio. Da quel momento sono iniziate ore di stallo, trattative e accuse reciproche. Gli organizzatori del convoglio hanno denunciato la presenza di nuove unità di sicurezza dispiegate nei pressi del loro accampamento a ovest di Sirte, lamentando il blocco delle comunicazioni e condizioni ambientali estremamente difficili a causa del caldo e della scarsità di risorse. Dal canto loro, le autorità orientali hanno ribadito il rifiuto di consentire il transito verso il valico di al Musa’id al confine con l’Egitto a cittadini non libici o non egiziani, insistendo ancora una volta sulla consegna degli aiuti alla Mezzaluna Rossa Libica.
La crisi si è aggravata ulteriormente dopo alcune dichiarazioni attribuite al portavoce del convoglio, che avrebbe accusato Haftar di essere dalla parte di Israele qualora avesse negato loro il passaggio. Le parole hanno provocato una vasta ondata di indignazione in Libia. Numerosi attivisti, politici e cittadini hanno denunciato quella frase come un’ingerenza straniera negli affari interni del Paese e un insulto alle città libiche, indipendentemente dalle divisioni politiche. Anche figure istituzionali sono intervenute criticamente: il membro del Consiglio di Stato Saad bin Sharada ha accusato il convoglio di trasformare una missione umanitaria in uno strumento di incitamento alla discordia. Parallelamente, l’ex candidato presidenziale Suleiman al Bayoudi ha definito il convoglio una minaccia per “l’entità nazionale libica”, chiedendone l’espulsone fino al confine di Ras Ajdir.
Con il passare dei giorni, la situazione è diventata sempre più tesa. Gli organizzatori del convoglio hanno dichiarato più volte di essere pronti a restare accampati il tempo necessario e, successivamente, hanno annunciato ulteriori preparativi per entrare a Sirte anche senza autorizzazione. Secondo diversi account locali, alcuni membri del convoglio avrebbero addirittura parlato della possibilità di uno scontro con le autorità dopo il fallimento dei “tentativi diplomatici”. Le forze di sicurezza del GNS hanno quindi dichiarato di aver sventato successivamente tentativi di infiltrazione nella città di Sirte senza coordinamento ufficiale. Intanto, analisti e osservatori libici hanno iniziato a parlare apertamente di rischi per la sicurezza nazionale.
Non di meno, la crisi ha assunto una dimensione internazionale quando diversi attivisti della Flottiglia per Gaza, precedentemente espulsi da Israele, hanno annunciato l’intenzione di raggiungere la Libia per unirsi al convoglio. Non di meno, rapporti italiani hanno riferito anche dell’arresto di due attivisti italiani parte del Convoglio, Domenico Centroni e Dina Albrizia, insieme ad altri 8 membri del gruppo. Secondo tali ricostruzioni, i fermati sarebbero stati trasferiti a Bengasi dalle autorità della Libia orientale e trattati come “potenziali immigrati clandestini”. Nel frattempo, il Ministero degli Esteri italiano ed il suo ministro Antonio Tajani, avrebbero avviato contatti e verifiche con le autorità competenti di Bengasi per monitorare la situazione. Tajani, ha dichiarato che i due attivisti detenuti in Libia sarebbero dovuti comparire il 25 maggio davanti ad un giudice, sperando in un rimpatrio.
Tuttavia, il 25 maggio l’algerino Mohamed Salman, membro del comitato direttivo del convoglio, dopo la loro espulsione dalle vicinanze del Gate 5+5 in direzione di Tripoli aveva dichiarato di non aver ancora preso la decisione di lasciare definitivamente la Libia per tornare nei propri paesi. La delegazione algerina si è spostata verso punti specifici come misura di sicurezza precauzionale temporanea imposta dalla situazione sul campo. Ha dichiarato che l’opzione di un ritorno definitivo non è stata presa in considerazione, perché è legata al rilascio di coloro che sono detenuti dalle autorità nella regione amministrativa orientale della Libia. Ciononostante, lo stesso giorno le forze di sicurezza hanno arrestato tutti i membri del convoglio per consegnarli poi all’Agenzia Anti-Immigrazione per procedimenti legali e trasferimenti. In seguito, un account locale ha rivelato il ritiro del convoglio della Fermezza dalla periferia di Sirte dopo aver perso la speranza di entrarvi.
Dunque, il “Convoglio della Fermezza” nasce formalmente come iniziativa di solidarietà verso Gaza. Tuttavia, il suo passaggio in Libia ha rapidamente assunto i contorni di una crisi politica e di sicurezza regionale. Da una parte gli organizzatori insistono sul diritto di raggiungere Gaza senza intermediari; dall’altra, le autorità libiche (sia nell’ovest sia nell’est) sostengono che il convoglio abbia violato procedure ufficiali, alimentato tensioni interne e rischiato di compromettere il fragile equilibrio raggiunto dopo anni di guerra civile.
Camilla Montanari
Segui i nostri aggiornamenti su Spigolature geopolitiche: https://t.me/agc_NW e sul nostro blog Le Spigolature di AGCNEWS: https://spigolatureagcnews.blogspot.com/











