Libia ieri e oggi

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ITALIA – Roma 03/10/2013. Si potrebbe pensare che, dopo il microevento della “rivoluzione del 17 febbraio” che ha abbattuto una dittatura quarantennale a colpi decisamente rivoluzionari, la Libia sia un paese sufficientemente stabile e che ci sia un terreno molto fertile per le radici della democrazia.

Si potrebbe facilmente giungere a questa conclusione visto che ormai anche i maggiori quotidiani italiani, dopo tanto parlare della guerra civile, dei crimini contro il popolo libico e della caccia all’uomo più detestato della Libia, non dedicano molto spazio all’argomento. La Libia di oggi è finalmente un Paese libero ma non ancora stabile a causa del suo eterogeneo panorama sociopolitico che è tornato ad ipertrofizzarsi dopo la caduta di un potere centrale che per ben 42 anni è riuscito con mezzi più o meno ortodossi ad armonizzare le pretese dei vari gruppi egemoni, sfruttarle a proprio vantaggio e controllare un vasto territorio.
Gheddafi, artefice del colpo di stato che spodestò il re di Libia Idris al Sanusi nel Settembre del 1969, fin dall’inizio del suo governo provvide ad assicurarsi l’appoggio delle cosiddette kabile, ossia le tribù di origine beduina che tutt’oggi popolano il Paese; aveva elargito prebende, favorito matrimoni di interesse, conferito cariche sempre con l’unico scopo di assicurarsi il sostegno dei capi kabili e delle loro tribù. Le kabile libiche sono circa una cinquantina a cui poi vanno aggiunte le “sottokabile”, le “federazioni di kabile” e vari sottogruppi. L’abilità relazionale di Gheddafi faceva sì che ognuna di queste entità avesse a livello centrale un rappresentante di prestigio, così da immetterle nel circuito governativo dove tutti avevano da guadagnare. Oltre la kabila di appartenenza del Rais, la “Qadadfa”, stanziale nell’area della Sirte e che ovviamente godeva di una posizione di privilegio, le altre famiglie che risultavano particolarmente schierate a sostegno del dittatore erano: i “Warfalla” di Bani Walid, la più grande kabila nel centro nord del Paese che forniva l’ossatura dell’esercito e della sicurezza del dittatore; i “Magarha”, la più grande kabila del sud ovest della Libia (nord Fezzan) e peraltro la più numerosa del Paese (circa il 10% della popolazione) a cui apparteneva Abdel Salam Jalloud (ex numero due del regime) ed il cognato del dittatore, Abdallah Senussi (marito della sorella della seconda moglie di Gheddafi); i “Barasa”, una kabila stanziale nella Cirenaica (intorno a Al Baida), inizialmente ostile al regime ma poi affiancata al potere dopo il matrimonio di Gheddafi con Safia Sarkash, sua seconda moglie; parte degli “Obeidat”, una kabila stanziale intorno a Benghazi e Tobruk, il cui maggiore rappresentante era il Ministro degli esteri Abdullati al Obeidi; i “Jawari” della Tripolitania, da dove provenivano due altri membri del Consiglio Rivoluzionario: Kweldi al Humaidi e Mustafa al Kharroubi.
Le altre entità tribali che non sostenevano Gheddafi erano nei fatti escluse da ogni spartizione di potere e/o denaro come i “Magharba” e gli ” Awlad Suleimann” in Cirenaica e i “M’nifa” nel Huan Waddan. Le kabile della Cirenaica erano infatti quelle potenzialmente più ostili al regime perché legate alla Confraternita della Senussia e alla precedente monarchia, per cui erano subito diventate oggetto di discriminazione e persecuzione. La stessa Cirenaica veniva – per punizione – sistematicamente esclusa da ogni investimento o beneficio finanziario e non sarà quindi un caso che nel 2011 la rivolta contro il regime partirà proprio da questa regione. La seconda leva che Gheddafi utilizzava a piene mani per controllare il Paese era la repressione insieme al controllo delle moschee. Egli infatti temeva un’opposizione che potesse prendere connotazioni religiose soprattutto perché la precedente monarchia si identificava con la Confraternita della Senussia, molto diffusa in Cirenaica, portatrice di un Islam ortodosso. Le strutture religiose di questa confraternita erano poi confluite in una neo-nata organizzazione, il “Dawa al Islamiya” (“Appello Islamico”) che controllava l’attività delle moschee, la stampa islamica, ma soprattutto era cintura di trasmissione del consenso tra il regime e la comunità religiosa del Paese. In più, oltre agli storici compagni del Comando del Consiglio Rivoluzionario (Kweldi al Hameidi, Mustafa al Kharroubi, Abu Bakr Youni) che garantivano a Gheddafi un sostegno fattivo nell’esercizio del potere, ovviamente in regime di reciprocità e complicità, il Rais poteva contare anche sui membri della sua famiglia come strumenti operativi delle sue volontà. I suoi familiari, 7 figli maschi e una femmina, erano quindi parte integrante del sistema e del suo potere personale. Il potere di Gheddafi aveva i suoi punti di forza in questo insieme di elementi e strutture che ne assicuravano la solidità e la continuità. Tale potere non avrebbe potuto durare oltre 42 anni se così non fosse stato. Nonostante la “primavera araba” la Libia avrebbe sicuramente mantenuto il suo regime se non fossero avvenute circostanze negative nei Paesi limitrofi – e quindi con le conseguenze di un effetto domino di natura esogena – ma soprattutto se non fossero intervenute forze militari straniere a supporto dei rivoltosi. L’andamento della guerra ha ampiamente dimostrato che Gheddafi aveva comunque sostegno popolare (anche attraverso le kabile) e una conseguente forza militare. Il limite del regime, per quanto sanguinario come quello di Gheddafi, è stato nella difficoltà di essere flessibile, di accettare nuove situazioni e/o di saperle affrontare. A differenza di altri moti rivoluzionati, la rivoluzione libica è stata connotata fin dall’inizio da un forte e presente fattore religioso, soprattutto se si considera che le rivolte presero il via dalle proteste per la strage di detenuti islamisti nel carcere di Abu Salim e in un’area notoriamente influenzata dalle correnti islamiste, come ancora una volta quella della Cirenaica. Sul “Fronte Libico” si legge in un’analisi pubblicata sul Aspeniaonline il 21 marzo 2011: «Lo scenario è ovviamente molto incerto e complesso: al Qaeda, disorientata e finora assente, potrebbe trovare qui un terreno fertile in cui riorganizzarsi e trascinare le forze occidentali in un nuovo pantano». In Libia quello religioso si è dimostrato essere un fattore trainante della rivolta contro il tiranno, dove lo slogan principale fu “Al-Qaddhafi nemico di Allah”. Questo evidenzia come la Libia fosse un terreno fertile per la diffusione di movimenti salafiti-jihadisti, in considerazione di tre fattori in particolare: l’intervento di una forza militare straniera (la Nato), l’ampio arsenale a disposizione delle milizie e l’area desertica che ha favorito il transito e l’infiltrazione di elementi salafiti-jihadisti. È negli ultimi mesi che il panorama salafita libico ha registrato la nascita di nuovi attori, che si sono distinti per un crescente attivismo, in particolare nella Cirenaica (Benghazi e Derna). Una milizia che ha giocato un ruolo chiave nella deposizione del Colonnello è stato il Libyan Islamic Fighting Group (Lifg), condannato dalle Nazioni Unite a causa dei suoi legami con al Qaeda. Queste le linee guida di Abu Yahya al-Libi, legato al Lifg: «Staremo a guardare mentre la Libia musulmana verrà occupata dalla cultura occidentale? Staremo a guardare mentre la Libia della jihad verrà occupata dalla cristianizzazione per mezzo delle associazioni per i diritti umani, e chiederci: abbiamo forse realizzato gli obiettivi della rivoluzione? (…)
Non disarmate, altrimenti tornerete al periodo della tirannia di Al-Qaddhafi. Le armi sono la vostra forza. I musulmani non sono mai stati nemici delle proprie armi. (…) Al nostro popolo libico dico: mantenete le vostre armi per difendere la vostra religione e voi stessi, il vostro onore e i vostri beni, attenendovi ai dettami della Sharia’a, lontano da ogni sentimento tribale, da ogni scontro “ignorante”. (…) Fate attenzione: non utilizzate queste armi per uccidere innocenti, musulmani o infedeli che siano».
Da qui il discorso dei predicatori di orientamento salafita si è concentrato sulla necessità di creare un nuovo Stato basato sulla Shari’a, che ha rappresentato un importante punto di dibattito in Libia, soprattutto a cavallo delle ultime elezioni. Per cercare di mantenere un certo controllo del fenomeno il Ministero degli Affari religiosi libico aveva iniziato a mettere in atto un piano urgente finalizzato a porre il suo controllo sulle moschee del Paese – circa 5000 – gran parte delle quali sarebbero gestite dai salafiti. Una fonte di sicurezza libica, citata dal quotidiano Libya al-Youm, confermò che dopo la rivoluzione si registrò all’interno delle moschee libiche un fenomeno senza precedenti: la sostituzione degli Imam nominati dal Ministero con Imam estremisti. La stampa libica e l’opinione pubblica in generale non sembra particolarmente permeabile a questo fenomeno e non ha offerto sostegno morale a questa corrente, percepita come una minaccia allo Stato soprattutto dopo una sanguinosa battaglia per la libertà.
Le principali formazioni salafite libiche sono così suddivise:

 

 Ansar al Shari’a (I Sostenitori della Shari’a): è il nome di due formazioni salafite attive nella Cirenaica. La prima, quella principale, con base a Benghazi,sarebbe guidata da Muhammad Zahawi, il quale, in un’intervista a un’emittente televisiva locale, si espresse contro le elezioni dello scorso 7 luglio etichettandole come “non conformi all’Islam”. La formazione risulta avere connessioni con il gruppo omonimo in Tunisia e godere di legami con diverse brigate salafite in Libia; la seconda, con base a Derna, sarebbe guidata da Abu Sufyan bin Qumu, già detenuto a Guantanamo.

 Brigate dello sceicco detenuto Omar ‘Abd al-Rahman: si tratta di una formazione, probabilmente una cellula clandestina fortemente influenzata dall’ideologia jihadista, considerato anche il diretto richiamo a Omar ‘Abd al-Rahman, ispiratore degli attacchi al World Trade Center del 1993 e oggi detenuto negli Stati Uniti. Non vi sono informazioni pubblicamente disponibili sulla leadership né sulla consistenza del gruppo, ma è noto che esso è responsabile di una serie di attacchi che hanno avuto luogo a Bengasi nel maggio e nel giugno scorsi: due attentati contro la Croce Rossa, uno contro il consolato statunitense e un’imboscata tesa al convoglio in cui viaggiava l’ambasciatore britannico.

 Lo squadrone Rafallah al-Sehati: a questo gruppo è imputata la dissacrazione delle tombe dei soldati britannici della seconda guerra mondiale a Tobruk e le Brigate si sono anche distinte per aver annunciato l’invio di volontari in Siria. Si tratta di una milizia libica facente capo al Raggruppamento delle formazioni dei ribelli, a Bengasi.

Gheddafi morto ha lasciato quindi dietro di sé un Paese ancora dilaniato da divisioni e prevaricazioni. La Libia di oggi ha gli stessi limiti della dittatura precedente (violazione dei diritti umani, soprusi, abusi) con l’aggiunta di un altro valore negativo: la mancata stabilità sociale che, anche in modo forzato, Gheddafi assicurava. Nella pratica, la Libia di oggi non sta meglio di quella di ieri. Nell’ultimo periodo del regime di Gheddafi, i detenuti politici erano circa 600 ma oggi le persone incarcerate dopo la guerra risulterebbero essere molte di più. In una popolazione che non ha mai goduto nella sua storia di un periodo democratico, il valore del crollo di una dittatura potrebbe risultare ininfluente. Il rischio è che la Libia possa adesso transitare da una dittatura ad un altro regime autoritario, circostanza fortemente probabile.
In aggiunta le milizie armate che hanno combattuto il regime continuano ad operare indisturbate senza aderire alla smobilitazione, come richiesto dal governo. Ogni milizia tende a rappresentare gli interessi delle kabile di riferimento e ognuna di quelle che ha partecipato alla guerra civile e alla detronizzazione del despota rivendica oggi la sua porzione di potere, inficiando quindi la coesione sociale che ai tempi di Gheddafi era comunque garantita. Questo fa sì che le kabile più esposte nel difendere il regime del Rais siano adesso ancora ostili al cambiamento non trovando spazio per una riconciliazione nazionale. La “Political Isolation Law” ne fornisce un chiaro esempio. Insomma, nella Libia di oggi prevale il caos sociale e finanziario, la diffusione del fondamentalismo militante e sovversivo, mancanza di sicurezza, una società divisa e contrapposta.