
Il recente apprezzamento del dollaro sul mercato parallelo libico a 9.62 dinari ed il timore che il dollaro possa raggiungere la soglia dei 10 dinari sul mercato parallelo nasce soprattutto dalle conseguenze che un ulteriore deprezzamento avrebbe sui prezzi dei beni di prima necessità. Secondo diversi professori ed esperti economici, la persistente inflazione avrebbe già eroso i redditi di una parte consistente della popolazione, mentre i dati ufficiali sulla stessa non rifletterebbero pienamente l’andamento dei prezzi osservato quotidianamente nei mercati. La questione, dunque, riguarda anche la capacità dello Stato di proteggere il potere d’acquisto dei cittadini.
Una delle condizioni necessarie per ridurre progressivamente il peso del mercato parallelo sarebbe la formazione di un governo unificato accompagnato da un bilancio unico e sottoposto a controllo. L’obiettivo sarebbe ricondurre la circolazione finanziaria entro un quadro istituzionale più coerente, riducendo gli spazi che alimentano la domanda di valuta estera al di fuori dei canali ufficiali. La crisi del cambio, in questa prospettiva, sarebbe quindi una conseguenza della frammentazione economica prima ancora che un problema esclusivamente monetario.
Economisti ritengono che l’aumento del dollaro sarebbe il riflesso di uno squilibrio più profondo. Vi è il dubbio su quanto la politica monetaria sia effettivamente capace di correggere squilibri accumulati nella finanza pubblica, nel commercio estero e nella struttura produttiva. La Libia continua a generare valuta attraverso il petrolio, ma una parte rilevante della domanda interna deve essere soddisfatta attraverso le importazioni. Quando il flusso di dollari e il fabbisogno di valuta estera smettono di essere equilibrati, la pressione si trasferisce inevitabilmente sul cambio.
Un indicatore particolarmente significativo è rappresentato dagli stipendi pubblici. Seppur il numero dei dinari distribuiti è cresciuto enormemente, ciò non si è tradotto in un corrispondente aumento del tenore di vita. Il totale degli stipendi pubblici sarebbe passato dai 21 miliardi di dinari del 2020 ai 73 miliardi del 2025, con un aumento nominale di 52 miliardi, pari al 248%. Se però lo stesso ammontare viene convertito in dollari sulla base del tasso di cambio, il valore effettivo sarebbe diminuito da circa 15 miliardi di dollari nel 2020 a circa 11,4 miliardi nel 2025: una riduzione di circa 3,6 miliardi, pari al 24%. Il dato mette in luce una delle contraddizioni centrali dell’economia libica: lo Stato può aumentare il numero dei dinari disponibili senza necessariamente aumentare la ricchezza reale dei cittadini. Se la svalutazione procede più rapidamente della crescita nominale degli stipendi, l’aumento salariale può essere compensato dall’aumento del costo della vita.
Anche la discussione sul cosiddetto surplus di bilancio mostra quanto sia complesso valutare la reale posizione finanziaria dello Stato. L’ex membro della Banca Centrale della Libia, Mraja’a Ghaith, ha invitato a esaminare con cautela il surplus di circa 30 miliardi di dinari. Secondo la sua ricostruzione, circa 6,7 miliardi sarebbero già vincolati a obblighi preesistenti relativi ai primi due capitoli di bilancio. Il surplus effettivo potrebbe quindi risultare inferiore rispetto a quello indicato dai dati governativi. Secondo Ghaith, applicando un criterio di competenza anziché di cassa, il margine potrebbe ridursi fino a circa 6-7 miliardi di dinari. Inoltre, un’analisi riferita ai dati della Banca Centrale al 10 settembre 2026 e al periodo gennaio-agosto, colloca il divario tra entrate e uscite a circa 30,37 miliardi di dinari. Anche in questo caso, tuttavia, il dato non dovrebbe essere interpretato come una riserva finanziaria immediatamente utilizzabile, poiché occorre considerare gli obblighi futuri.
La crisi libica assume anche e soprattutto una dimensione geopolitica. L’economia nazionale dipende fortemente dagli idrocarburi per ottenere valuta estera e, contemporaneamente, dalle importazioni per soddisfare una parte considerevole della domanda interna. Questa struttura crea una vulnerabilità immediata alle variazioni del prezzo del petrolio, del dollaro e delle condizioni finanziarie internazionali. Helmi al Qamati, capo del dipartimento di economia dell’Università di Bengasi, ha collegato il possibile deficit di 4,9 miliardi di dollari in valuta estera a un’ulteriore pressione sul dinaro. Ma, nella sua lettura, il deficit non rappresenta la causa ultima della crisi: sarebbe piuttosto il sintomo di uno squilibrio strutturale. Una economia che dipende quasi interamente da un’unica materia prima per generare valuta estera e che importa una quota elevata dei beni necessari al proprio funzionamento è particolarmente esposta agli shock esterni. Quando i flussi di dollari non sono sufficienti a soddisfare la domanda, la pressione si manifesta sul mercato valutario. Il petrolio diventa così contemporaneamente la principale fonte di ricchezza e una delle principali vulnerabilità strategiche del Paese.
A questa fragilità interna si aggiunge il fattore monetario internazionale. Secondo diversi esperti, sarebbe difficile per il dinaro resistere all’aumento dei tassi di interesse statunitensi dal 3,75% al 4% senza una risposta corrispondente. E’ stata, inoltre, sottolineata l’importanza per la Libia della decisione della Federal Reserve di aumentare i tassi di interesse di un quarto di punto. In un’economia fortemente dipendente dal petrolio, un rafforzamento del dollaro può avere conseguenze indirette anche sul mercato petrolifero internazionale, dato che il greggio viene normalmente scambiato in dollari.
Secondo molte analisi, la soluzione dovrebbe partire dalla riforma strutturale dello Stato e delle sue istituzioni. Tra le misure indicate figurano una maggiore disciplina della spesa pubblica, il contrasto alla corruzione e al contrabbando, la pubblicazione trasparente dei dati finanziari e una regolamentazione delle spese destinate alla sicurezza e alla difesa. A queste misure dovrebbe affiancarsi una riforma del settore bancario, la tutela del potere d’acquisto, una revisione del sistema dei sussidi e un trasferimento delle risorse verso investimenti e produzione, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dagli idrocarburi.
Sul piano operativo, la Jumhouria Bank, il secondo istituto finanziario più grande e di proprietà statale della Libia con sede a Tripoli, ha intanto annunciato la prosecuzione della distribuzione di liquidità in dinari e dollari destinati all’uso personale attraverso le proprie filiali, insieme alla disponibilità dei prelievi tramite ATM. Trattasi di una risposta immediata a un problema che, tuttavia, ha dimensioni molto più ampie. Tuttavia, garantire liquidità non risolve lo squilibrio tra domanda e offerta di valuta estera né la dipendenza dell’economia dalle importazioni.
La debolezza del dinaro riflette così la combinazione di una struttura produttiva poco diversificata, ma dipendente dal petrolio, una spesa pubblica elevata ed una domanda persistente di valuta estera, una frammentazione istituzionale ed una crescente pressione sul potere d’acquisto. Il dato decisivo sarà se la Libia riuscirà a trasformare le proprie entrate petrolifere in una base finanziaria sostenibile e capace di alimentare produzione e investimenti, anziché limitarsi a finanziare una spesa pubblica crescente.
Camilla Montanari
Segui i nostri aggiornamenti su Spigolature geopolitiche: https://t.me/agc_NW e sul nostro blog Le Spigolature di AGCNEWS: https://spigolatureagcnews.blogspot.com/










