LIBERTÀ DI STAMPA. Pechino batte tutti: 47 giornalisti in carcere

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La Cina è al primo posto nella classifica mondiale dei giornalisti detenuti per il secondo anno consecutivo, secondo una nuova analisi del Committee to Protect Journalists, Cpj, un organo di controllo della libertà di stampa.

Secondo un rapporto del Cpj del 15 dicembre, almeno 47 giornalisti sono stati imprigionati nel paese a partire dal 1° dicembre, compresi quelli incarcerati quest’anno e quelli che scontano pene più lunghe. L’anno scorso il numero era di 48, secondo il Cpj, ripreso da Scmp.

Circa la metà dei detenuti di quest’anno erano uiguri che vivevano nella regione autonoma di Uygur nello Xinjiang; molti di questi giornalisti nello Xinjiang sono in prigione per aver minato la credibilità del Partito comunista cinese.

Globalmente ci sono almeno 274 giornalisti in tutto il mondo in prigione a causa del loro lavoro, eclissando il precedente record di 272, stabilito nel 2016. Il Cpj ha attribuito il deterioramento in parte al coronavirus, con i governi autoritari che hanno represso la copertura critica della pandemia.

Ma non solo Cina, è ben presente anche l’Egitto, che aveva accusato i giornalisti di produrre falsi reportage.

In Cina, molti sono “cittadini giornalisti”, cioè individui non affiliati a nessun giornale che pubblicano reportage o video attraverso i social media, sono stati incarcerati quest’anno per la loro copertura della risposta del governo alla pandemia.

Al 1° dicembre, Cpj ha scoperto che c’erano tre giornalisti di questo tipo in carcere con l’accusa nebulosa di aver disinformato sull’epidemia di coronavirus a Wuhan.

Il governo cinese ha da tempo imposto severe restrizioni alla libertà di parola e alla capacità dei media di pubblicare storie che mettono in discussione la linea sanzionata dal Partito comunista; una situazione che è peggiorata sotto la guida del presidente Xi Jinping, che nel 2016 ha chiesto alle emittenti statali di «avere il partito come cognome».

Il rapporto Cpj include Hong Kong nei dati della Cina, definita «il luogo più pericoloso per i giornalisti (…) che hanno adottato una posizione più cauta nel riferire, sia per proteggere le fonti che per evitare di incorrere in violazioni della legge (…) La minaccia stessa della legge potrebbe essere sufficiente per realizzare ciò che il governo cinese intende fare.

Lucia Giannini