LIBERTÀ DI STAMPA. La frana in Nepal è la nuova scacchiera su cui gioca la censura di Pechino

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Durante una conferenza dell’Ufficio per gli Affari di Taiwan del Consiglio di Stato, la portavoce, Zhang Han, rispondendo ad un giornalista, ha ringraziato la presidente del Guomindang, Cheng Li-wen (Zheng Liwen) e altri cittadini taiwanesi (definiti “conpatrioti” tóngbāo) per il sostegno economico offerto alle zone colpite dall’alluvione 26 agosto 2026 (in particolare Cheng ha sonato 2 milioni di dollari taiwanesi alla zona di Jilong, Gyirong, colpita dalla frana) affermando che ciò “il profondo legame di fratellanza e il sostegno reciproco tra i compatrioti su entrambe le sponde dello Stretto di Taiwan”. Il Guomindang, o KMT, Partito Nazionalista i cui esponenti, sconfitti nella guerra civile furono costretti nel 1949 a riparare sull’isola di Taiwan dove fondarono la Repubblica di Cina, oggi il Partito si trova all’opposizione del governo guidato Partito Progressista Democratico DPP. Nel 1949, il KMT era guidato da Chiang Kai-shek, pronuncia cantonese del nome Jiang Jieshi, 

Il comunicato stampa ufficiale sottolineava, però, come sull’isola alcuni politici ritenessero che si trattasse di un disastro causato dall’uomo, accusandoli di aver colto l’occasione per manipolare la narrativa dell’indipendenza tibetana. Il comunicato continua riportando il commento del Junzhengping (pseudonimo ufficiale di un creator digitale gestito dal Junzheng Ping Studio, piattaforma multimediale controllato dal Centro di Informazione e Comunicazione dell’Esercito Popolare di Liberazione) che ha definito questi politici taiwanesi “disumani” auspicando l’apertura di un processo a loro carico.

Nel frattempo dall’altro lato dello stretto di Taiwan, il Liberty Times (Ziyou shibao), in merito alle inondazioni e alle frane che il 26 agosto hanno interessato il confine tra Cina (Regione Autonoma del Tibet) e il Nepal, riportava come questo disastro naturale abbia riportato alla ribalta i grandi progetti infrastrutturali portati avantisull’Himalaya dalla Repubblica Popolare nell’ambito dell’iniziativa “One Belt, One Road” (la Nuova Via della Seta), riferendo come diversi critici in Asia si interroghino sulla possibilità che i progetti di costruzione su larga scala a lungo termine portati avanti da Pechino nella regione possano aggravare i rischi ambientali locali in un ecosistema ecologicamente e geologicamente fragile.

La testata taiwanese riporta, inoltre, che, oltre a riportare cifre basse sul numero di vittime (16 morti e 546 dispersi segnalati entro il fine settimana, rispetto ai 1.000 morti e più di 3.900 dispersi confermati dal Governo nepalese al 1 di settembre), secondo alcune fonti Pechino starebbe vietando ai giornalisti nelle zone colpite di accedere ad alcune aree colpite e censurando immagini della frana circolanti online, riferendo che il 31 agosto l’Autorità per la sicurezza informatica del PCC ha annunciato sanzioni amministrative contro 10 persone sospettate di diffondere “disinformazione online” e “notizie false”, una delle quali avrebbe messo in dubbio la cifra delle vittime riportata dalle autorità cinesi.

In merito a ciò il China Digital Times (Zhongguo shuzi shidai), una testata indipendente bilingue che si propone di portare al mondo voci dalla Cina senza censure, in un articolo datato 30 agosto rilevava la differenza di approccio tra Nepal e Cina, con il primo che aggiornava i resoconti ufficiali sul numero delle vittime ogni poche ore. La testata indipendente sosteneva, inoltre, di aver scoperto che i video delle telecamere di sorveglianza che mostravano la frana che investiva gli edifici del porto fluviale di Gyirong sembrerebbero essere stati censurati sulla piattaforma multimediale WeChat e che non sarebbe possibile inoltrarli, aggiungendo che anche i video che circolavano sulle piattaforme Weibo, Douyin e Xiaohongshu non mostravano immagini complete degli edifici distrutti, ciò starebbe a significare che i video “Distruzione del valico di confine” siano stati inclusi separatamente nell’elenco dei contenuti da censurare.

Il China Digital Times riportava, inoltre, l’opinione di alcuni utenti secondo cui “quando il controllo dell’informazione diventa la norma, non è necessario cancellare effettivamente grandi quantità di informazioni per ottenere l’effetto di filtraggio” aggiungendo che a causa dell’influenza della “questione tibetana” i media locali godono di uno spazio e di una portata di informazione estremamente limitata. La testata indipendente riferiva della censura due articoli pubblicati sulla piattaforma WeChat, di cui uno riportava di altre frane occorse a Gyirong durante le stagioni delle piogge 2024 e del 2025 aggiungendo che “nessuno osa dire che sarà l’ultima”, e l’altro che affermava che il Nepal meritava rispetto poiché “in termini di risposta alle calamità, almeno per quanto riguarda le statistiche e la rendicontazione dei disastri, il Nepal ha raggiunto il livello di un paese normale”. 

Secondo il Tibetan Review, un mensile ed un sito indipendente che si occupa principalmente vicende politiche, sociali, culturali e sui diritti umani legati al Tibet e alla comunità tibetana in esilio, che cita un rapporto pubblicato il 1 settembre da news18.com (la branca digitale di CNN-News18) sul versante tibetano residenti locali sarebbero stati sanzionati per aver pubblicato o commentato notizie riguardanti il disastro e le sue vittime, riferendo inoltre che degli utenti sarebbero state pressate affinché cancellassero i loro post e commenti. La testata indipendente aggiunge che secondo amp.dw.com la censura non solo avrebbe cancellato i video virali, ma i media statali avrebbe anche inondato le piattaforme con contenuti ufficiali, sottolineando come “in Tibet, il disastro fisico è stato quasi istantaneamente replicato da uno digitale: la rapida cancellazione, tramite tecnologie avanzate, delle tracce visive della catastrofe”. Il Tibetan Review sottolinea come l’operazione di censura rifletta un “cambiamento più ampio nella strategia di Pechino: dalla cancellazione di massa alla “«chirurgia di precisione» e all’inondazione narrativa. In base a questa strategia, una volta che una sequenza video viene inserita nella lista nera, viene intercettata prima ancora di poter essere pubblicata”.

Riguardo le cause, il China Digital Times riferisce che secondo gli esperti l’imponente frana potrebbe essere legata agli effetti a lungo termine dei cambiamenti climatici e alle attività antropiche nella zona circostante, sottolineando la grande presenza di centrali idroelettriche su entrambi i lati del confine, ed evidenziando come Cina, India e Nepal abbiano intrapreso un’intensa attività di costruzione di infrastrutture nella regione.

Il Liberty Times riferisce che attivisti tibetani, giornalisti e altri osservatori hanno posto l’attenzione sui progetti infrastrutturali cinesi nella regione dell’Himalaya, la cui enorme portata avrebbe potuto o potrebbe facilmente destabilizzare il già fragile ecosistema della catena montuosa, anche se tuttora non vi siano prove conclusive che questi abbiano causato direttamente il crollo del ghiacciaio della scorsa settimana. La testata taiwanese riporta, inoltre, i timori dell’India in merito alla costruzione di centrali idroelettriche in Tibet, con alcuni ce temono possano trasformarsi in caso di guerra in “bombe d’acqua”.

Tra le opinioni che collegano la frana del 26 agosto ai progetti cinesi, il Liberty Times cita quella di Juan Pablo Carreira, Direttore della Comunicazione digitale del governo argentino, che in un post social alle attività cinesi nel settore idroelettrico in quella zona, arrivando a definire l’incidente come uno dei peggiori disastri umanitari causati dal sistema di gestione del Partito Comunista nelle attività industriali. La testata taiwanese riporta che l’Ambasciata cinese in Argentina ha criticato queste dichiarazioni definendole figlie di “pregiudizi ideologici” chiedendo la fine delle speculazioni e della politicizzazione dei disastri naturali. Inoltre, continua il Liberty Times, il portavoce del Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare, Guo Jiakun, ha affermato che Pechino si oppone a quelle che definisce “speculazioni malevole e prive di fondamento” sottolineando come la Cina durante l’emergenza abbia condiviso informazioni in modo aperto e tempestivamente, ribadendo infine, come nel Paese le informazioni riguardanti l’accaduto non siano state censurate, a differenza di quanto affermato all’estero. 

G.C.L.

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