LIBANO. Profughi siriani rimpatriati a forza. Travolti da spirali di incertezze

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Nelle ultime settimane si è assistito ad un’escalation discriminatoria nei confronti dei rifugiati siriani in Libano, espressi dalle autorità pubbliche libanesi e da alcuni personaggi di spicco della società libanese. Alle parole sono seguiti i fatti: molti siriani, stabilitesi in Libano, sono stati rispediti in Siria, nei territori sotto il controllo del governo di Bashar al Assad. Questa campagna di ricollocazione, per chi entra in maniera illegale in territorio libanese, era già in atto dal 2017. La drammaticità della situazione del Libano, dissestato economicamente e in stallo dal punto di vista politico, ha poi portato con sé l’aggravarsi della posizione dei profughi, che in maggior numero sono siriani. Le stime governative libanesi riportano che circa 1,5 milioni di rifugiati siriani sarebbero ospitati dal Libano.

La recente scelta libanese di rinnovare la campagna di rimpatri di massa, forzati, ma ritenuti parte del cosiddetto progetto di rimpatrio volontario, non appare essere stata coordinata né con le autorità siriane del governo di Bashar al Assad né con le organizzazioni internazionali, quali le Nazioni Unite o le sue agenzie. Sembrerebbe quindi frutto di una pura scelta autonoma libanese.

Tuttavia, gli sfollati siriani che rientrano in Siria vengono direttamente consegnati alle autorità del governo Assad, per il quale un ruolo di spicco gioca la famigerata 4° Divisione, capeggiata dal fratello di Bashar al Assad, Maher al Assad. Il ritorno in Siria innesca anche meccanismi di corruzione e di violenza, attuati quotidianamente dai rami delle forze governative, dalle milizie a loro affiliate o da semplici contrabbandieri e uomini spietati. Molti riferiscono che qualora le autorità siriane decidessero di riconsegnare i siriani rispediti dal Libano alle loro famiglie, verrebbe richiesto a quest’ultime il pagamento di un riscatto.

In altri casi alcuni contrabbandieri permettono, dietro compenso, il rientro in Libano per chi è stato forzatamente rimpatriato in Siria. Se non sono immediatamente deportati, i profughi in Libano sono sottoposti ad un attento scrutinio. Il ministero degli Affari interni libanese ha dato ordine agli enti locali di indagare sui siriani presenti nei loro territori, affinché non sia permesso a nessuno di portare avanti operazioni con chi è illegalmente presente in Libano.

Secondo le organizzazioni che si occupano di diritti umani il rimpatrio dei siriani nelle aree del governo siriano è in violazione del diritto internazionale, dato il certo destino che incombe sugli sfollati costretti a rientrare in Siria. Queste organizzazioni denunciano anche il trattamento subito dai profughi siriani in Libano, poiché vengono segnalate violazioni dei diritti, detenzioni arbitrarie e assenza di distinzione tra chi possiede il permesso di restare e chi no.

«Perturbatori di sicurezza, portatori di disordini e responsabili dello svuotamento delle tasche pubbliche», così sono stati pitturati i profughi siriani in Libano. Solo per fare qualche esempio, il patriarca maronita Bechara Boutros al Rai ha incolpato i siriani di prosciugare economicamente le risorse statali e di disturbare la sicurezza del paese. Il leader del partito politico Forze Libanesi, Samir Geagea, ha criticato i media locali ed esteri nonché la comunità internazionale e le organizzazioni internazionali, per le pressioni che esercitano sulle autorità libanesi relativamente alla vicenda dei profughi, invece di fare pressioni sul governo di Bashar al Assad. Parole più dure sono provenute dall’ex presidente libanese, Michel Aoun, che ha descritto la questione dei rifugiati siriani come una cospirazione dei paesi occidentali, i quali avrebbero spinto i siriani a rifugiarsi e a rimanere in Libano con il supporto di alcuni partiti politici libanesi che ne traggono vantaggi economici.

Il ministro degli Affari sociali libanese, Hector Hajjar, ha reiterato l’impossibilità di permettere ingressi irregolari in Libano, aggiungendo, sempre, secondo una visione dicotomica nazionale-straniero, che il trasferimento dei profughi siriani è giustificato dall’aggravarsi della tensione tra libanesi e siriani e dall’aumento del caos di sicurezza. Non sono, tuttavia, mancate voci, come quelle del Partito Socialista Progressista libanese o quelle di fette della società in protesta, a favore di garanzie di sicurezza per il ritorno in Siria degli sfollati e di condanna per le deportazioni forzate.

La situazione del Libano è drammatica, e, a seguito del declino dell’economia libanese nel 2019, le condizioni della popolazione e del paese sono evidentemente peggiorate. La crisi siriana ha esacerbato negli anni successivi le paure di un collasso senza fine per il Libano, a causa del susseguirsi degli arrivi di sfollati siriani. Per il Libano, alla crisi economica, si aggiunge una situazione politica d’incertezza, a causa della quale non è stato ancora designato un presidente. Queste condizioni hanno spinto così le autorità libanesi a riprendere in mano il dossier dei profughi e a portare avanti un meccanismo che garantisca il rientro degli immigrati irregolari (e secondo alcuni anche di chi avrebbe il permesso e il diritto di rimanere) nel loro paese.

Secondo le più recenti notizie, il generale di brigata Elias al Bisari, direttore generale della Sicurezza pubblica libanese, ha intenzione di visitare Damasco per discutere della questione dei rifugiati. Le autorità dedite alla sicurezza libanese hanno annunciato che sarà garantito il rimpatrio volontario, invitando coloro che desiderano rientrare in Siria volontariamente, di registrarsi e farne domanda. Se si tratti di un invito o di un’intimidazione sono gli eventi a deciderlo.

Secondo i rapporti di alcune organizzazioni internazionali, gli sfollati siriani in Libano, sia nei campi profughi sia al fuori degli stessi, vivono in una zona grigia, in cui violenze e condizioni disumane sono parte della normalità. Sicuramente il rimpatrio degli sfollati siriani, volontario o meno, non risolverà questa situazione umanamente degradante, giacché il trasferimento dal Libano alla Siria offre solo prospettive di peggioramento per i siriani fuggiti dal loro territorio natio. Non a caso, la Coalizione nazionale dell’opposizione siriana che governa alcune zone a nord della Siria, sotto l’egemonia dei ribelli filo-turchi anti-Assad, ha giudicato criminali le operazioni libanesi, poiché consegnano direttamente la vittima al suo carnefice.

La realtà dei profughi siriani è al centro dell’agenda dei paesi limitrofi, soprattutto di quelli che più hanno sentito il peso dell’accoglienza dei profughi siriani. Infatti, le recenti riunioni tra alcuni paesi arabi e il governo Assad per il reintegro della Siria nella Lega Araba, nonché i colloqui per una progressiva distensione dei rapporti di alcuni paesi, arabi e non, con il governo Assad hanno avuto al centro dell’agenda la questione del ritorno in sicurezza dei profughi siriani in Siria. Probabilmente le autorità libanesi sono state galvanizzate da questo momento propizio per il governo di Bashar al Assad nella scena internazionale, intravedendovi finalmente una possibilità per riportare in Siria i profughi siriani. E, forse, proprio per questo motivo, solo l’intervento di qualche attore internazionale potrà porre un freno a questo movimento forzato di persone tra il confine siriano-libanese.

Marta Felici

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