LIBANO. Il modello siro-libico alla base della presenza turca nel Paese dei Cedri

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Secondo Al Arabiya, l’intelligence libanese è preoccupata per i tentativi turchi di costruire una posizione di forza e influenza nel Paese: «Siamo piuttosto preoccupati per quello che sta succedendo. I turchi stanno inviando una quantità incredibile di armi nel nord».

Queste notizie, apparse il 19 agosto e ancora senza conferma, provengono da una testata vicina all’Arabia Saudita e notoriamente rivale della Turchia. Ma le prove di un più ampio sforzo turco per costruire influenza e alleati in Libano negli ultimi mesi sono considerevoli, e solide.

Così come riporta Jerusalem Post, ci sono parecchie indicazioni della presenza di una “struttura” controllata dalla Turchia che sta emergendo nel nord del Libano sunnita. La Turchia è oggi attivamente coinvolta ad est del Libano, in Siria e Iraq, con aree di controllo chiaramente definite e presenza di lungo periodo. La Turchia è attiva anche in Libia, dove il suo sostegno al governo di Fayez Sarraj ha quasi certamente impedito la caduta di Tripoli nelle forze del generale Khalifa Haftar.

A queste aree si aggiungono l’aggressiva posizione navale della Turchia nel Mediterraneo orientale e il suo attivo sostegno ad Hamas a Gaza e in Cisgiordania e alle organizzazioni islamiste a Gerusalemme. Tutto ciò si aggiunge a una strategia in cui Ankara sta cercando di emergere come principale beneficiario strategico del caos e della frammentazione che ha attanagliato gran parte della regione mediorientale nell’ultimo decennio.

Per quanto riguarda Iraq, Siria, Libia, la Turchia è un attore centrale, starebbe per diventarlo anche in Libano; il capo del Mossad Yossi Cohen ha detto ai capi dell’intelligence araba che «il potere iraniano è fragile… ma la vera minaccia viene dalla Turchia».

Nei paesi succitati, la Turchia cerca di far leva sia sul sunnismo che sulla turcofonia per fare appello alle popolazioni del Levante. In Libano Ankara starebbe seguendo uno schema simile. La Turchia ha lavorato lentamente e assiduamente, attraverso ong e organizzazioni governative di soccorso come l’Agenzia di Cooperazione e Coordinamento Turco, Tika, per creare la sua testa di ponte nel Paese dei Cedri.

Le attività della Turchia sembrano svolgersi a livello di base, e si concentrano intorno alla città settentrionale di Tripoli, dove è molto presente una popolazione libanese sunnita. È, infatti, un luogo conservatore, religioso e una roccaforte dell’Islam politico sunnita; lo stesso può dirsi per il governatorato di Akkar, sede della minoranza turkmena libanese.

Il 12 luglio, sul sito web dell’Asas, compare Nohad Machnouk, ex ministro degli Interni libanese, che ha accusato la Turchia di cercare di “occupare Tripoli”, dando dettagli sulle presunte attività turche in queste aree e nel nord del Libano.

Lo scopo della rete sarebbe quello di agire come strumento per l’avanzamento dell’influenza turca in Libano, disponibile per essere mobilitata e portata in strada al momento opportuno.

Nasir al-Din ha inoltre sostenuto che a Beirut vengono mantenuti legami diretti tra i rappresentanti del partito turco al potere, Akp, e il locale partito dei Fratelli musulmani libanesi, la Jamaa Islamiya.

Il 13 luglio il giornale pro-Hezbollah Al Akhbar afferma che: «L’attività turca in Libano assume molte forme, tutte in una direzione, che è quella di rafforzare l’influenza turca tra i musulmani sunniti in Libano, in particolare al nord, e di affrontare la già erosa influenza saudita ed emiratina nella guerra di leadership del “mondo sunnita” che infuria tra l’Arabia Saudita e i suoi alleati da un lato, e la Turchia e i suoi alleati dall’altro».

La Tika nelle aree di Tripoli e Akkar, ha aperto strade, scavato di pozzi per l’acqua potabile e l’irrigazione e ha fornito aiuti alimentari. Inoltre, il direttore generale della Sûreté Générale, il generale Abbas Ibrahim, ha fatto una serie di osservazioni sulla performance turca durante una riunione del Consiglio supremo di difesa, sulla base della necessità che lo Stato libanese controlli ciò che i partiti stranieri fanno all’interno del Libano. Ibrahim ha anche contattato l’ambasciatore turco a Beirut, Hakan Cakil, e gli ha chiesto informazioni sui rapporti della Turchia con i gruppi che «portano bandiere e si impegnano nell’attivismo sociale nel nord, che svolgono azioni che minacciano la sicurezza e bloccano le strade”.

I turchi quindi si muovono nel vuoto lasciato dall’assenza dei sauditi e degli emiratini, anche se non è ancora possibile tracciare un quadro definitivo dei dettagli dell’attività turca nel nord del Libano.

Antonio Albanese