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Digital divide: aspetti, conseguenze e rischi di una grave emergenza sociale globale.

ITALIA – Catania. 03/08/13. Il divario digitale indica una forma di disuguaglianza che identifica le condizioni effettive di accesso alle nuove tecnologie, e in particolare, alla Rete Internet.

Tale fenomeno assume una rilevanza significativa nell’ambito del dibattito generale sulle problematiche riguardanti il tema della connessione ad Internet, confermando l’attualità del tema dell’accesso alle nuove tecnologie.

 

L’espressione “digital divide” è comparsa progressivamente sulla base di studi specifici, ricerche, convegni e conferenze, discorsi e analisi politiche aventi ad oggetto l’esame degli effetti provocati dall’utilizzo delle nuove tecnologie informatiche.

Il tema del divario digitale è strettamente connesso alla diffusione dell’information technology (IT): oggi, le telecomunicazioni hanno un ruolo fondamentale nel promuovere il progresso tecnologico che conduce i Paesi in via di sviluppo a ridurre le distanze da quelli più sviluppati. Del resto, con l’avvento della Società dell’Informazione che identifica la cosiddetta era digitale, l’informazione sta assumendo un ruolo centrale nell’organizzazione economica e sociale al punto tale da rappresentare il principale paradigma evolutivo del progresso di una società. Il XXI secolo può essere considerato a tutti gli effetti l’epoca delle reti dell’informazione e della comunicazione, di cui Internet costituisce il principale strumento attuativo di una tecnologia rivoluzionaria in grado di cambiare in maniera rilevante gli assetti tradizionali della società. 

Naturalmente prendendo atto della straordinaria rivoluzione tecnologica realizzatasi nel corso del tempo, se, da un lato, le nuove tecnologie possono potenzialmente favorire una migliore distribuzione dell’informazione e delle conoscenze, dall’altro lato, è anche possibile che le disuguaglianze già esistenti aumentino e se ne creino delle nuove a cause di disomogenee condizioni di accessibilità alle risorse digitali. 

In tale prospettiva, il tema del divario digitale identifica un fenomeno sociale connesso alla diffusione di Internet e riconducibile alla categoria generale delle disuguaglianze sociali.

Ripercorrendo le principali tappe storiche dello sviluppo delle nuove tecnologie, l’incipit embrionale di una vera e propria rivoluzione digitale si concretizza quando, nell’agosto del 1995, la Microsoft lancia la prima versione di Internet Explorer venduta insieme al software Windows 95. Ha inizio un’epoca di cambiamento rivoluzionario nella storia dell’evoluzione tecnologica caratterizzata dai numerosi vantaggi per i cittadini grazie all’uso delle nuove tecnologie mediante modalità di utilizzo sempre più user friendly. Accanto a tale entusiasmo generalizzato, però, si comincia a delineare il cosiddetto “lato oscuro” dell’innovazione tecnologica che riguarda le conseguenze negative per gli esclusi digitali. In questi termini si è iniziato a parlare di digital divide, ovvero del divario esistente tra coloro che hanno accesso ad Internet e alle informazioni virtuali che circolano in Rete e coloro che non hanno tale opportunità.

Già a partire dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso, comincia a diffondersi la tesi secondo cui il mancato utilizzo di Internet può rappresentare una nuova forma di disuguaglianza sociale, ponendosi, dunque, una delicata questione da risolvere nell’ambito di un vivace dibattito avente ad oggetto lo studio delle cause di questo fenomeno e l’elaborazione di specifiche politiche volte a migliorare le condizioni di accessibilità ad Internet.

L’origine del termine “digital divide” rimane incerta e oscura. Studi e pubblicazioni recenti fanno riferimento alla prima presunta definizione ufficiale contenuta nel Rapporto “Falling throungh the Net: Defining the Digital Divide”, il terzo di una serie di rapporti ufficiali pubblicati dalla National Telecommunications and Informations Administration del Dipartimento del Commercio statunitense (NTIA, 1999) in base al quale il divario digitale è il «divario fra coloro che hanno accesso alle nuove tecnologie e coloro che non lo hanno».

Sicuramente, la definizione del termine non è univoca: ad esempio, Moore nel 1995 utilizza il termine “digital divide” per distinguere atteggiamenti di euforia o di pessimismo nei confronti delle nuove tecnologie, mentre Stewart nel 1997 utilizza il termine per indicare i problemi tecnici dello sviluppo tecnologico, come alcune incompatibilità tra le reti analogiche e digitali dei cellulari, delle televisioni e della trasmissione satellitare. Il 29 maggio 1996, l’allora Vice-Presidente Al Gore dell’amministrazione Clinton impiegò l’espressione “digital divide” per indicare il gap esistente fra gli information haves e gli havenots nella K-12 education. A partire dal 1999, si raggiunse un consenso unanime sull’interpretazione del divario digitale in  termini di accesso alle nuove tecnologie, da cui derivò, appunto, la nota espressione di have e have-nots.

Non appena Internet comincia ad acquisire popolarità e diffusione, il tema degli haves e have-nots assume notevole importanza nel dibattito tra gli studiosi che si sono preoccupati di analizzare gli effetti e le conseguenze derivanti dal graduale processo di utilizzazione della Rete.

Per spiegare l’evoluzione del divario digitale sono state avanzate sostanzialmente due impostazioni: la tesi della “normalizzazione” ritiene naturale in un primo periodo l’esistenza di un divario nel possesso e nella disponibilità della tecnologia che andrà progressivamente a normalizzarsi sino ad esaurirsi completamente; e la tesi della “stratificazione” secondo cui si ritiene che le disuguaglianze nate con Internet debbano sommarsi a quelle già esistenti, dovendosi considerare inesauribili e ineliminabili a causa delle differenti condizioni di accessibilità alla Rete esistenti su scala globale.

Allo stato attuale, i dati disponibili sembrano dare maggiore credito alla tesi della “stratificazione” che risulta avere maggiori riscontri empirici, dal momento che esistono numerose variabili che influenzano, a livello micro (variabili socio-demografiche) e macro (fattori economici e istituzionali), l’acceso ad Internet. 

In un certo senso, questi due diversi modi di interpretare l’evoluzione del divario digitale rispecchiano la contrapposizione tra ottimisti e pessimisti relativamente all’analisi degli effetti di diffusione del fenomeno di Internet.

Gli ottimisti sostengono che, nel medio termine, gli sforzi attuati da Stati, organizzazioni sovranazionali e gruppi privati riusciranno a eliminare i problemi strutturali, economici e organizzativi che impediscono soprattutto ai paesi in via di sviluppo di utilizzare con profitto ed efficacia le ICT (Information and Communication Technology) per migliorare le proprie condizioni di sviluppo, avviando un processo di convergenza dei paesi poveri con quelli più ricchi ed evoluti. 

I pessimisti manifestano, invece, un perdurante scetticismo circa la possibilità che i Paesi in via di sviluppo possano cogliere in pieno l’opportunità digitale a causa della presenza di istituzioni politiche poco propense al cambiamento e in virtù di condizioni economiche che impediscono l’avvento della Società dell’Informazione. Esiste, inoltre, una terza prospettiva di analisi del fenomeno, detta “glocalista” o “strutturalista”, che mette in dubbio la possibilità di effettuare valutazioni comparativistiche tra paesi su scala mondiale nell’individuazione del progresso delle ICT, in considerazione di incontestabili contingenti fattori politici, economici, sociali e culturali destinati ad incidere sul fenomeno in esame.

A partire dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso, il digital divide, da fenomeno semi-ignorato, è diventato un frequente argomento di dibattito su scala mondiale. Al gap digitale si sono interessati il World Economic Forum a Davos e il G8 (mediante la costituzione di un organo preposto all’identificazione degli strumenti utili per abbattere il divide, noto come Digital Opportunity Task Force o DOT Force), gruppi privati, come il GBDe (Global Business Dialoque on electronic commerce) o il GIIC (Global Information Infrastructure Commission), la World Bank, l’UNDP, inoltre, una serie di altre numerose organizzazioni non governative cominciano ad elaborare progetti e policy specifici in relazione al tema delle ICT e del digital divide.

Secondo l’impostazione delineata da P. Norris si distinguono tre tipi di divario: globale, sociale e democratico. Il primo si riferisce alle differenze esistenti tra paesi più o meno sviluppati; il secondo riguarda le disuguaglianze esistenti all’interno di un singolo paese; il terzo si riferisce alla partecipazione nella vita politica e sociale  mediante l’uso possibile o meno delle nuove tecnologie.

Sulla base dei primi dati statistici forniti grazie agli studi autorevoli della NTIA negli USA e dell’Ocse sin dai primi anni del duemila, dal punto di vista della valutazione del digital divide, sono stati individuati una serie di fattori che influiscono sensibilmente sull’effettive condizioni di accessibilità ad Internet: ossia genere, età, istruzione, regione geografica, luogo di residenza e reddito: fattori molto importanti nel differenziare coloro che hanno o meno accesso alle nuove tecnologie in tutti i paesi del mondo.

Innanzitutto, dunque, il livello di sviluppo economico rappresenta un importante indicatore dell’utilizzo di Internet in un paese, così come il reddito familiare o individuale risulta determinante per l’utilizzo della tecnologia. In questo senso, sia pure sulla base di una scarsa comparabilità di dati a livello internazionale, emergono con chiarezza alcune tendenze significative. 

Ad esempio, negli USA le famiglie con un reddito superiore ai 75.000 dollari hanno accesso ad Internet sette volte in più rispetto a quelle con reddito inferiore a 10.000 dollari (Ntia 2002) . 

Inoltre, tutti gli studi disponibili evidenziano un accesso ad Internet indirettamente proporzionato all’età più o meno uniforme in tutti i paesi dell’area Ocse, facendo emergere una maggiore percentuale di utenti Internet tra i 20 e 50 anni, anche se, in relazione a quest’ultimo dato, è ovvio che il ricambio generazionale diminuisce progressivamente la fascia di popolazione non dotata delle minime capacità di base per utilizzare le nuove tecnologie a rischio di esclusione digitale (Ocse 2002a).

Anche il grado di istruzione si pone in relazione diretta con l’accesso ad Internet, nel senso che un bagaglio culturale minimo consente all’utente di utilizzare più facilmente e con maggiore semplicità le nuove tecnologie digitali. Il livello di istruzione rappresenta, dunque, un importante fattore di disuguaglianza nell’accesso ad Internet (Ocse 2001a).

Tale fattore, dunque, incide sulle concrete opportunità e possibilità di accesso alle tecnologie digitali, nella misura in cui chi non dispone delle minime competenze e conoscenze tecniche necessarie per l’utilizzo degli strumenti informatici non può fruire di una concreta accessibilità e quindi si trova in una grave situazione di “eslusione digitale”.

Per quanto riguarda il genere (uomo/donna), in questo ambito si è registrato un parziale progressivo superamento della rilevanza di questo fattore tra le cause di digital divide. A livello internazionale, infatti, esistono paesi (come l’Australia e l’Italia) in cui il genere continua a rappresentare, sia pure con minore rilevanza percentuale, una indiscutibile fonte di disuguaglianza  nell’opportunità di accesso ad Internet, e paesi (come l’Inghilterra) in cui il divario si è drasticamente ridotto (Ocse 2004). In alcuni casi, accade che le disuguaglianze di genere spariscano tra i più giovani: ad esempio, in Italia la differenza di accesso ad Internet tra uomini e donne scompare quasi del tutto in un campione compreso tra i 18 e 20 anni, secondo il costante monitoraggio compiuto dall’Istat.

Etnia, regione, luogo di residenza, status personale e struttura familiare rappresentano ulteriori variabili rilevanti nel condizionare concretamente l’accesso ad Internet in molte aree territoriali.

Ad esempio, negli Stati Uniti d’America, nel 2001 circa i due terzi degli americani di origine asiatica e dei bianchi non ispanici accedono ad Internet rispetto ai due quinti dei neri non ispanici e a circa un terzo dei soggetti di origine ispanica (Ntia 2002). Naturalmente, anche la regione, e più in generale il luogo di residenza, può influire sulla possibilità di accesso ad Internet in base al livello di sviluppo delle infrastrutture di rete esistenti in una determinata area territoriale. 

Facendo riferimento al recente rapporto elaborato da Audiweb nel 2013, sono 38 milioni gli italiani che dichiarano di accedere a Internet da location fisse (casa, ufficio o luogo di studio) o da mobile, l’81% della popolazione tra gli 11 e i 74 anni.

Secondo il rapporto, «da dicembre 2012, infatti, si registra una crescita del 17,5% della disponibilità di accesso ad Internet da cellulare (19 milioni di italiani, pari al 41% della popolazione tra gli 11 e i 74 anni) e dell’80% da tablet (circa 5 milioni di individui, pari al 10% della popolazione considerata). L’online ha raggiunto una penetrazione capillare, con tassi più elevati ancora tra i giovani (oltre il 94% degli 11 e 34enni) e tra i profili più qualificati in termini di istruzione e condizione professione. […] Analizzando il profilo socio-demografico degli italiani con accesso ad Internet da cellulare, i segmenti di popolazione maggiormente esposti sono i giovani (oltre il 60% degli 11 e 34enni) residenti del Centro-Nord e coloro che vivono nei centri più popolosi (in particolare quelli con più di 250.000 abitanti)».

Se dal punto di vista statistico si registra un aumento percentuale degli utenti di Internet, come confermato dall’ulteriore rapporto InternetQuarterly su scala globale di Akamai, secondo cui a livello mondiale crescono gli  indirizzi Internet  (20% in più  rispetto al 2012, arrivando a  20 milioni) e aumenta l’adozione di banda ultralarga  e  larga  (del 7.8 e del 10%), tuttavia l’Italia resta penultima per  numero di connessioni  in  Europa  e fanalino di coda per quanto riguarda la  velocità media  (4.4 Mbps). La Svizzera continua a detenere il primo posto della classifica europea nel primo trimestre 2013, registrando la maggiore   velocità di connessione media (10.1 Mbps); il secondo posto del podio va ai Paesi Bassi (con 9.9 Mbps, in crescita del 10% rispetto al trimestre precedente). Ottimi i risultati conseguiti da Svezia (8.9 Mbps), Danimarca (8.2 Mbps) e Austria (7.9 Mbps): tre Paesi la cui velocità di connessione media è aumentata di oltre il 10% rispetto al trimestre precedente.  Romania e Svizzera sono gli unici Paesi europei ad avere raggiunto un picco medio della velocità di connessione superiore ai 40 Mbps, mentre le altre nazioni si sono attestate al di sopra dei 20 Mbps.  In  Italia, la  velocità media di connessione  nel primo trimestre 2013 si attesta sui 4.4 Mbps, più veloce del 4.4% rispetto al trimestre precedente e del 5.4% rispetto allo stesso periodo lo scorso anno. Il picco medio di  velocità di connessione  raggiunto nel nostro Paese è pari a  21.8 Mbps, maggiore del 9.7% rispetto al trimestre precedente e del  24%  rispetto allo scorso anno. Si tratta del  picco più basso di tutta Europa.  

Emblematiche al riguardo le parole di Neelie Kroes (Vice-presidente della Commissione europea e responsabile Agenda Digitale per l’Europea) secondo cui 3 europei su 4  non hanno accesso alle connessioni 4G/LTE sul loro mercato nazionale e virtualmente in nessuna area rurale del Continente, a differenze di quanto avviene negli USA, dove più del 90% della popolazione ha accesso al 4G. Non a caso, la Kroes afferma testualmente «Sono dalla parte dei cittadini, degli elettori, dei contribuenti che vogliono solo che i loro smartphone e i loro tablet funzionino. È frustrante che il mio cellulare smetta di funzionare perché a Bruxelles c’è solo il 3G. Milioni di persone condividono questa insoddisfazione con me ogni giorno».

Soltanto in Germania, Estonia e Svezia sono stati realizzati processi di implementazione del 4G per assicurare un’evoluzione del processo tecnologico, mentre negli altri Stati membri la tecnologia è pressoché totalmente inesistente e le aree rurali sono quasi completamente scoperte, determinandosi una grave situazione di esclusione digitale in virtù di un evidente danno da digital divide tra “cittadini di seria A e cittadini di serie B”, con gravi ricadute negative per il rilancio dell’economia europea e il superamento dell’attuale crisi finanziaria.

Tracciare, comunque, una mappa di diffusione delle tecnologie in funzione del monitoraggio del digital divide è un’operazione complessa, dal momento che occorre focalizzare una serie di aspetti in costante evoluzione e mutamento. Sicuramente la riflessione oggi matura e consapevole sull’indiscutibile rapporto tra grado di sviluppo delle tecnologie e benessere e qualità della vita quotidiana segna la fine della fase in cui le tecnologie digitale erano considerate un fattore marginale per la crescita economica, sociale e culturale globale. 

Ecco perché è importante intervenire concretamente mediante la predisposizione di soluzioni normative efficaci espressione di politiche pubbliche incisive volte a risolvere i problemi di esclusione digitale connessi al divario digitale in maniera tale da garantire a tutti eguali condizioni e pari opportunità di partenza nell’accesso e nell’utilizzo delle nuove tecnologie digitali, per migliorare la qualità della vita dei cittadini europei e favorire la promozione di economie produttive e virtuose.

In tale prospettiva, la diversità delle concrete politiche adottate nei diversi paesi incide sul tema del digital divide, alimentando le disuguaglianze sociali esistenti su scala globale sia a livello locale sia a livello internazionale. La dimensione politico-istituzionale, dunque, è rilevante nel favorire l’accesso ad Internet e nel modulare il divario digitale. 

Sicuramente, il problema della “frattura digitale” che accentua il tradizionale divario tra nord e sud del mondo, tra ricchi e poveri, è ormai considerato come un problema sociale che coinvolge tutta l’umanità. Al riguardo, le autorità nazionali, le organizzazioni internazionali e tutti gli altri attori pubblici e privati coinvolti devono adottare politiche e sviluppare strategie che favoriscano l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per uno sviluppo sostenibile che coinvolga sia i Paesi economicamente e tecnologicamente avanzati, sia i paesi in via di sviluppo, attraverso nuovi strumenti che garantiscano la connettività e l’accesso alla Rete anche nelle aree più marginalizzate e meno remunerative,  migliorando le reti di banda larga a livello nazionale e regionale ed elaborando altri sistemi per il lancio di nuovi e innovativi servizi basati sulle ICT. Solo in questo modo sarà possibile ridurre il divario digitale esistente.

Angelo Alù, angelo.alu85@gmail.com, Skipe: angelo.alu.85