La Rubrica #cyberlawdiritto/5

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Internet e la Primavera Araba

Italia – Catania. 08/09/13. Le tecnologie digitali rinnovano profondamente le tradizionali forme di svolgimento del dibattito politico, aumentando il livello di diffusione dell’informazione, di esercizio della libera di espressione, in funzione di un graduale miglioramento degli standard democratici esistenti. Non a caso, le dittature temono Internet dal momento che esso rappresenta uno straordinario veicolo di trasparenza e di incontrollata diffusione di notizie dirette a minacciare il mantenimento del potere politico precostituito.

Il 12 marzo 2012, l’organizzazione internazionale per la libertà di stampa Reporters Without Borders, in occasione dell’annuale “Giornata mondiale contro la cyber-censura”, ha pubblicato la lista aggiornata dei paesi cosiddetti “nemici della Rete” che include da tempo i tradizionali Stati sostenitori di un’accanita politica di censura telematica (come Birmania, Bielorussia, Cina e Iran) e ha diffuso la graduatoria dei cosiddetti “paesi sotto osservazione” (tra i quali compaiono anche democrazie solide come la Francia, inserita nell’elenco per le limitazioni normativamente previste in materia di copyright, la Russia del neo-eletto presidente Putin, la Turchia e l’insospettabile Australia).

Sono stati monitorati anche i paesi protagonisti nel 2011 della Primavera araba, dove proprio Internet ha assunto un ruolo fondamentale nella concreta organizzazione delle proteste, anche se allo stesso tempo è stato utilizzato come strumento di controllo e censura da parte dei governi nei confronti dei movimenti di protesta.
Quando si parla degli effetti straordinari dell’utilizzo di Internet sullo scenario politico-democratico di un paese e sulla rilevanza del fenomeno della cyberdemocrazia, è interessante analizzare le proteste popolari verificatasi nelle regioni del Medio Oriente dalla fine del 2010, nel contesto di una vera e propria rivoluzione nota con l’espressione convenzionale di “Primavera Araba”.
Primavera araba (in arabo الثورات العربية  al-Thûrât al-ʻArabiyy, letteralmente significa  ribellioni arabe o rivoluzioni arabe) è un termine di origine giornalistica utilizzato per indicare una serie di proteste e agitazioni nelle regioni del Medio Oriente, del vicino Oriente e del Nord Africa.

I paesi maggiormente coinvolti dalle rivolte rivoluzionarie sono stati l’Algeria, il Bahrein, l’Egitto, la Tunisia, lo Yemen, la Giordania, il Gibuti, la Libia e la Siria, ma si sono realizzati anche moti di protesta minori in Mauritania, Arabia Saudita, Oman, Sudan, Somalia, Iraq, Marocco e Kuwait.
In linea generale, le principali cause che hanno provocato le proteste sono state la corruzione, la repressione di libertà individuali, la violazione dei diritti umani e le condizioni di vita molto dure.

 

La rivoluzione medio-orientale della Primavera Araba ha evidenziato, in un contesto localizzato particolarmente significativo, la straordinaria rilevanza del fenomeno di Internet. Grazie alle nuove tecnologie, infatti, cambiano le modalità della propaganda politica e il mondo dell’informazione. Nelle rivoluzioni del Nord Africa, i manifestanti hanno comunicato attraverso i social network, si sono organizzati grazie alle piattaforme sociali e hanno mostrato al resto del mondo la situazione della rivolta in costante evoluzione.

Slim Amamou (già Sottosegretario di Stato per le politiche giovanili in Tunisia) evidenzia l’importanza del web per la diffusione delle notizie nei giorni della rivolta e riconosce il ruolo centrale dei social network quale strumento principale di aggregazione di massa che ha consentito di veicolare gli ideali della rivoluzione tunisina. Con uno storico post inserito nel suo blog durante i giorni della rivolta tunisina, Slim Ammou afferma che «L’oscuramento dei media, la disinformazione e la censura continuano a mostrare i propri limiti. Non siamo mai stati così ben informati su quanto va accadendo. La condivisione istantanea e in forma virale di fotografie, video e testimonianze da parte dei manifestanti su Facebook e Twitter è stata molto intensa sin dall’inizio del movimento. Il confine fra il mondo reale e quello virtuale non è mai stato così sottile».

Un’ulteriore conferma del ruolo decisivo del web per il successo della rivoluzione araba (nel contesto della rivolta egiziana) deriva dalle parole di Wael Gonim. Al riguardo, il noto attivista egiziano, impegnato in prima linea tra le file del movimento rivoluzionario, afferma che «Questa è stata la rivoluzione 2.0. Non ci sono stati singoli eroi perché tutti sono stati eroi. Ognuno ha dato il proprio contributo, piccolo o grande, per consegnarci una delle storie più affascinanti della storia umana in materia di rivoluzioni sociali». Nello stesso post, l’autore aggiunge: «Tutto andava male: la gente era molto frustata ma il motivo del silenzio era ciò che definisco la “barriera psicologica della paura”. Tutti avevano paura. Beh, non proprio tutti, ma la maggior parte degli egiziani aveva paura. Nessuno avrebbe davvero voluto passare dei guai. Un dittatore non può fare a meno dell’uso della forza. Vogliono che la gente viva nella paura. Quella barriera psicologica aveva funzionato per tanti anni. Ma ecco che arrivano Internet, la tecnologia, il Blackberry, gli sms. Piattaforme come YouTube, Twitter, Facebook, ci hanno aiutato molto. Perché fondamentalmente ci hanno fatto capire che non siamo soli e che sono molte le persone frustrate. Ma sono anche in tanti a condividere lo stesso sogno, a prendere a cuore la propria libertà […] Internet ha avuto un grande ruolo nel far sì che la gente potesse esprimersi, collaborare, cominciare a pensare insieme. […] Ma quando la gente è scesa in piazza la prima volta ad Alessandria erano in migliaia. Era stupefacente, grandioso. La connessione del mondo virtuale era stata portata nel mondo reale per condividere lo stesso sogno, la stessa frustrazione, la rabbia, lo stesso desiderio di libertà. Hanno fatto tutto questo. E pensate che il regime abbia imparato? Certo che no. Li hanno attaccati, maltrattati, nonostante stessero lì in modo pacifico; non stavano nemmeno protestando. E i fatti sono progrediti fino ad arrivare alla rivoluzione tunisina. Anche qui una pagina web di cui si era appropriata la gente; lo scopo dell’amministratore anonimo era di raccogliere idee, sottoporle al vaglio della gente. Le persone vi pubblicavano immagini e foto, vi denunciavano violazioni dei diritti civili. Tutto veniva fatto dalla gente per la gente, questo è il potere di Internet; non c’era bisogno di leader perché tutti erano dei leader in quella pagina».

Lo studio di Internet consente di individuare due distinti livelli in cui si articola la protesta dei manifestanti e la propaganda politica, come sottolinea la scrittrice Giovanna Loccatelli nel suo libro “Twitter e le Rivoluzioni”: la rete virtuale e la piazza reale. Si tratta di due livelli complementari, ciascuno dei quali risulta indispensabile per promuovere efficacemente la diffusione di notizie e assicurare la realizzazione organizzativa degli eventi condivisi online dai manifestanti.
Twitter, ad esempio, veicola informazioni ultrasintetiche in centoquaranta caratteri inviate direttamente da testimoni oculari di eventi. È uno straordinario mezzo di comunicazione che elimina qualsiasi intermediazione: un modo di comunicazione semplice e orizzontale per scoprire le ultime notizie nel mondo. Milioni di persone partecipano in tempo reale agli eventi di chi li racconta. Per tale ragione, è un mezzo di comunicazione diretto, democratico, immediato, supereconomico, fluido e dinamicamente interattivo. Consente a tutti di esprimersi e far sentire la propria voce.
Ripercorrendo cronologicamente le tappe storiche della rivoluzione, la battaglia dei giovani cybernauti arabi assume connotati internazionali a seguito dell’intervento di Anonymous che si schiera apertamente a protezione dei cittadini tunisini. Il 2 gennaio 2011, con un classico attacco informatico, tutti i siti governativi vengono oscurati e al loro posto viene visualizzata una lettera aperta al Governo firmata “Operazione Anonymous Tunisia”. Il messaggio era il seguente:
«Abbiamo osservato il trattamento che avete riservato ai vostri cittadini e siamo rattristati e arrabbiati. Voi avete dichiarato guerra alla libertà di espressione, alla democrazia e alla vostra stessa gente. I vostri cittadini protestano nelle strade e reclamano i diritti fondamentali. Ricordate che più schiacciate i vostri cittadini e più si ribelleranno. Come un pugno di sabbia nel palmo della vostra mano. Più censurate e più sapranno di voi e di quello che fate».

Secondo alcuni studi realizzati dai esperti ricercatori di Harvard, nel volume “Mapping the Arabic Blogosphere: Politics, Culture, and Dissent” risulta evidente che «come nel resto del mondo, anche nei paesi arabi le comunicazioni basate su Internet offrono nuovi canali per l’espressione dei cittadini e contribuiscono a creare un vero e proprio controaltare all’informazione pubblica tradizionale, a smantellare molti stereotipi e forse anticipare quel nuovo inizio, auspicato da Barack Obama, nelle relazioni tra mondo arabo e mondo occidentale».
Naturalmente, il livello “virtuale” della Rete non rappresenta l’esclusivo fattore di successo di una rivoluzione: è necessario, infatti, che i manifestanti siano in grado di organizzare concretamente le proteste nelle piazze reali, dimostrando il “peso politico” delle proprie ragioni che soltanto l’organizzazione “fisica” di una manifestazione reale può garantire.
Nei paesi “autoritari” dove la libertà di espressione è sottoposta a censura, Internet può rappresentare un valore aggiunto, nel senso che i blogger sono nelle condizioni di aggirare la censura, twittando con i propri telefoni cellulari per raggiungere in tempo reale una platea potenzialmente infinita di utenti.
I social network offrono la possibilità a chi lo desidera di fruire di un efficace canale di diffusione della propria passione politica, di essere protagonista e non soltanto semplice spettatore passivo.
Internet ha dato speranza a chi non aveva altri mezzi per esprimersi o non poteva farlo attraverso i canali tradizionali. Eludere i blocchi diventa più facile e fermare la comunicazione con il resto del mondo, per i regimi, diviene praticamente impossibile.
Al tempo stesso, però, i manifestanti non devono perdere il contatto con la realtà e devono essere in grado di concretizzare le proteste promosse in Rete attraverso l’organizzazione di eventi reali indispensabili per il buon esito di una rivoluzione. Sperare di migliorare gli standard democratici esistenti o far cadere un regime autoritario soltanto con una mera propaganda politica diffusa nello spazio virtuale della Rete, prescindendo dal livello reale delle proteste è assolutamente utopistico e privo di qualsiasi fondamento concreto.
Internet può rappresentare uno strumento efficace per velocizzare le dinamiche di una rivoluzione che nasce dal basso, ma da solo non basta a realizzare questo risultato, essendo necessario che, al tempo stesso, vengano utilizzati i tradizionali strumenti della propaganda politica. Soltanto in queste condizioni, Internet offre straordinari benefici che consentono di amplificare gli effetti delle proteste che caratterizzano una rivolta rivoluzionaria.
I nuovi media sociali partecipativi, dunque, possono essere preziose scuole di democrazia per abbattere i regimi dittatoriali esistenti e migliorare gli standard politici, rendendo la società più aperta, partecipativa e trasparente.
In tale prospettiva, le voci virtuali della protesta in Nord Africa sono stati importanti veicoli di libertà e di democrazia attraverso la creazione di blog, mediante la condivisione di foto, post e stati su Twitter e Facebook e/o di video su YouTube.
Ahmed Nagi, giovane egiziano classe 1985 (noto per il suo blog “Wasa Khaialak”) ha pubblicato un volume intitolato “Post to Tweet”, che documenta cinque anni di storia del movimento virtuale in Egitto e che ha portato alla caduta del regime di Mubarak. Dal libro si evince chiaramente il coraggio della nuova generazione di blogger emersa nel mondo arabo in prima linea nella rivoluzione della “Primavera Araba”.
Kamel Riahi è un giovane scrittore e giornalista tunisino che nel su blog (http://www.kamel-riahi.co.cc.) esalta l’unica vera rivoluzione della storia tunisina caratterizzata dalla presenza di una gioventù presente su Internet e in piazza illuminata e istruita, definendoli «giovani assetati di libertà e animati dalla volontà di non consegnare il proprio paese nelle mani dell’Islam. Sono scesi in piazza per reclamare uno Stato laico retto dalla tolleranza, dalla legalità e dalla libertà».
Manuel Castells, uno dei più importanti studiosi internazionali della Società dell’Informazione, riconosce il ruolo fondamentale della tecnologia nelle rivoluzioni del Nord Africa, poiché essa ha fornito gli strumenti per una mobilitazione veloce e immediata: Internet è riuscito, in poco tempo, a modificare gli assetti di tutti gli aspetti della vita, dalla società all’economia, passando per la cultura.
Una vera e propria “social network revolution” che evidenzia la forza invincibile del web rispetto ai tradizionali strumenti della censura e della repressione. La censura, infatti, impedisce la diffusione dell’informazione, ma Internet, per sua natura, è il mezzo più potente ed efficace per superare qualsiasi operazione di filtraggio e censura. 

 Angelo Alù, angelo  .alu85@gmail.com, Skipe: angelo.alu.85