La questione Mali nelle spire delle presidenziali Usa

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MALI – USA – La campagna elettorale americana non ferma il peregrinare del Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, che tra Africa e Europa mantiene un elevato ritmo di lavoro. In effetti, il 31 Ottobre prende fine la sua permanenza in Kossovo, ultima tappa del suo viaggio. Prima però la Clinton si è recata in Algeria per cercare di dare nuovo slancio per quanto riguarda il possibile (ormai certo) intervento militare nel nord del Mali.

In effetti, l’azione del governo di Bamako, dell’ONU, dell’Ecowas, dell’Unione Africana e dei paesi europei (in primis la Francia) sembrava aver perso la dinamicità necessaria, mentre dall’altra parte il fronte degli islamici serrava i ranghi e si rafforzava. Forte della risoluzione 2071 del 12 ottobre scorso che fissa in 45 giorni il limite per la costituzione di una forza africana capace di intervenire in Mali, la Clinton ha cercato di dare supporto alla Francia. In piena campagna elettorale per le presidenziali, nessun candidato uscente alla presidenza si prenderebbe la briga di appoggiare direttamente con la fornitura di uomini e mezzi una missione internazionale, ancor di più in un contesto politico ingarbugliato come quello del Sahel.

La Francia del neo presidente Hollande aveva richiesto almeno un sostegno politico e un’unità d’intenti agli USA. Dopo la riunione franco-americana del 10 Ottobre scorso a Parigi riguardante il Sahel, il Sottosegretario di Stato americano incaricato dei rapporti con l’Europa, Philip Gordon, aveva dichiarato che : “La Francia sottolinea in tutte le riunioni l’importanza del Sahel e ci impegniamo a lavorare con loro. Sosteniamo la Francia e, qualora decidesse di intervenire militarmente, potrà contare sul sostegno degli Stati Uniti.”

Elargito il sostegno alla controparte francese, per la Clinton il più duro doveva ancora arrivare : parlare con l’altra parte, quella algerina. Per questo motivo, il 29 ottobre scorso, il segretario di Stato americano si è recato in visita ad Algeri per incontrare il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika sapendo di dover giocare una partita difficile. Da sempre Algeri e Washington hanno dei rapporti altalenanti in termini di politica estera e in particolare di lotta al terrorismo. Sin dal 2001, l’Algeria ha sostenuto la lotta al terrorismo americana, pur mantenendo sempre la propria libertà d’azione, il che si è sempre tradotto in “nessuna base operativa o di intelligence americana sul territorio algerino”. L’Algeria ha però sempre organizzato operazioni e iniziative anti terrorismo con i vicini più o meno in difficoltà (comeil Marocco, la Mauritania, il Niger e il Mali): la Pan Sahel Initiative del novembre 2002 e la Trans-Sahara Counterterrorism Initiative del 2005 (Operazione Flintlock 2005).

Di fatto, il segretario di Stato americano dovrà forse insistere con il suo pressing sull’Algeria, perché ad oggi l’incontro con Bouteflika non ha avuto riscontri positivi. Nonostante la Clinton stessa abbia dichiarato di aver apprezzato l’analisi del presidente algerino, non è riuscita a far breccia nella mente dell’esperimentato Bouteflika l’idea di un sostegno militare (o almeno logistico) all’operazione che dovrebbe spazzare la presenza degli islamici nel nord del Mali. Questo nonostante Al Qaeda per il Magreb islamico sia presente in Algeria e continui a fare attentati sul suolo algerino.

Per il presidente algerino le ragioni del sostegno presentate dalla controparte americana sono di evidente importanza: l’insicurezza alle frontiere algerine, la lotta al terrorismo e la lotta al traffico di droga. Però Bouteflika deve far fronte ad un ulteriore problema. In effetti, nell’aprile di quest’anno un gruppo di diplomatici algerini è stato rapito à Gao (nord orientale del Mali) dal Movimento per l’unicità e la Jihad in Africa Occidentale. Algeri preferirebbe quindi una risoluzione politica del conflitto e per tale motivo ad inizio ottobre il Ministro degli Affari Africani algerino, Abdelkader Messahel, avevo concluso a Niamey il suo viaggio nei Paesi del Sahel. Fonti interne al governo algerino avrebbero però indicato che Algeri si starebbe lasciando piano piano convincere dall’idea di un intervento militare africano, ma starebbe aspettando di conoscere l’impostazione definitiva dell’operazione militare da parte dell’ECOWAS.

Proprio da questo punto di vista l’organizzazione starebbe andando avanti. Se fino ad ora la risoluzione 2071 aveva portato solo all’incarico affidato all’ex Primo Ministro italiano e Presidente della Commissione Europea, Romano Prodi, quale Inviato Speciale delle Nazioni Unite per il Sahel, in Africa stanno entrando nella dinamica dell’intervento. In effetti, il 25 ottobre l’Unione Africana ha affidato l’incarico di Alto Rappresentante per il Mali e il Sahel all’ex presidente burundese, Pierre Buyoya, già mediatore nel conflitto tra Cias e Sudan.

Ciò che è più importante è che l’Unione Africana ha finalmente deciso chi guiderà la missione nel Nord del Mali. Di fatto, lo stesso 25 Ottobre, il Generale guineano Sékouba Konaté è stato nominato Alto Rappresentante dell’UA per rendere operativa la Forza Africana in Attesa – FAA. La scelta di Sékouba Konaté non è di poco conto. Si ricorda, in effetti, che il generale della Guinea Conakry, formato in Francia come ufficiale paracadutista, si è sempre distinto per le operazioni alla frontiera guineana che gli sono valse la simpatia del popolo e il soprannome di “Tigre”. Inizialmente numero due della giunta di transizione in Guinea dopo la morte a fine 2008 di Lansana Conté, Sékouba Konatéaveva preso le redini della giunta portando avanti con successo un processo di democratizzazione che è sfociato nelle elezioni del 2010 del presidente Alpha Condé. Da allora, l’Unione Africana l’ha chiamato in seno alla sua organizzazione per sfruttare al meglio la sua figura di rilievo e la sua esperienza ottenute in questi anni.

Il 29 Ottobre scorso Sékouba Konaté si è recato a Bamako, poco dopo la sua nomina, per tastare subito il terreno e capire quale fosse il da farsi. Ora lui ha il compito di organizzare con le forze di difesa maliane la Forza Africana in Attesa. Il suo compito non è da poco poiché negli ultimi sei mesi gli islamici hanno avuto il tempo di organizzarsi e preparare le proprie difese nel nord del Mali. Di sicuro la forza africana avrà bisogno di strutturarsi in modo più che solido perché dovrà far fronte a forze abituate a combattere nel deserto, al contrario delle altre truppe africane. Peraltro, la FAA avrà bisogno anche di tutto il supporto politico possibile in ambito nazionale e internazionale. Bisognerà poi comprendere quale sarà l’aiuto fornito dall’UE e in particolare delle Francia. In effetti, esiste una struttura dell’UE di supporto logistico e di pianificazione delle operazioni africane. Soprattutto, la missione diretta da Sékouba Konaté necessiterà di un sopporto logistico che la Francia ha già proposto e un supporto aereo (ormai obbligatorio in operazioni degne di questo nome) che ad oggi latita.

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