
Mentre veniva celebrata la campagna dei 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere, nella regione etiope del Tigray emerge una realtà drammatica che continua a colpire in modo profondo donne e ragazze. Secondo l’organizzazione locale GEM Tigray, la situazione di vulnerabilità femminile non solo non è migliorata dopo l’accordo di pace, ma si sta intensificando in un contesto in cui le strutture di protezione sono devastate e l’accesso alla giustizia rimane quasi inesistente. La guerra che ha sconvolto la regione tra il 2020 e il 2022 ha lasciato ferite aperte, soprattutto nelle comunità femminili.
La Commission of Inquiry on Tigray Genocide (CITG) ha documentato che, su quasi mezzo milione di donne e ragazze intervistate, oltre la metà ha subito almeno una forma di violenza di genere, con un’alta incidenza di violenza sessuale e stupri di gruppo. Sebbene il conflitto armato sia formalmente terminato, queste atrocità non appartengono al passato: continuano a manifestarsi in nuove forme, favorite dalla debolezza delle istituzioni e dall’assenza di un sistema di protezione funzionante. Il collasso delle strutture di sicurezza, dei tribunali e dei servizi di assistenza alle vittime rende estremamente difficile per le sopravvissute denunciare gli abusi. In molte aree, le stazioni di polizia non sono operative, i centri di supporto psicologico e medico sono irrimediabilmente danneggiati e i tabù sociali, combinati alla paura di ritorsioni, impediscono alle donne di cercare aiuto. In questo contesto, la violenza rischia di diventare un fenomeno strutturale che mina le basi della pace e della coesione sociale.
Le categorie più colpite sono le bambine, le adolescenti, le donne sfollate interne e quelle con disabilità. Nelle aree di accoglienza per gli sfollati interni, condizioni di povertà estrema, insicurezza diffusa e mancanza di sorveglianza facilitano abusi sessuali, sfruttamento e traffico di esseri umani. Le donne e le ragazze con disabilità affrontano inoltre barriere fisiche, economiche e sociali che rendono praticamente impossibile accedere ai servizi essenziali, aggravando ulteriormente la loro esposizione alla violenza e all’esclusione. Le conseguenze economiche della guerra, con la distruzione delle scuole, la disoccupazione dilagante e la mancanza di opportunità, contribuiscono a creare un terreno fertile per sfruttamento e marginalizzazione, trasmettendo vulnerabilità da una generazione all’altra.
A tutto ciò si aggiunge il problema della quasi totale impunità. Nonostante le prove medico-legali raccolte e le testimonianze delle vittime, pochissimi perpetratori sono stati chiamati a rispondere delle violenze commesse. Questo clima di impunità non solo nega alle sopravvissute il diritto alla giustizia, ma impedisce qualsiasi forma di riconciliazione e stabilizzazione sociale. Per le organizzazioni locali e internazionali attive nell’area, la lotta contro la violenza di genere deve diventare una priorità imprescindibile nei processi di ricostruzione post-bellica. La crisi del Tigray dimostra infatti che le iniziative simboliche, come i 16 giorni di attivismo, devono tradursi in interventi concreti: rafforzamento delle infrastrutture di protezione, ripristino dell’accesso alla giustizia, programmi mirati per le categorie più vulnerabili e un impegno internazionale costante.
Senza un approccio strutturale, le ferite individuali e collettive continueranno ad alimentare instabilità e frammentazione sociale. Proteggere donne e ragazze nel Tigray significa quindi non solo rispondere a un’emergenza umanitaria, ma contribuire alla ricostruzione di un tessuto sociale resiliente e alla costruzione di una pace autentica e duratura.
Beatrice Domenica Penali
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