Kenya: l’economia statale è inefficiente

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KENYA – Nairobi 09/07/2014. I politici africani devono ripensare sia la loro strategia che la tattica per lo sviluppo, avverte il quotidiano keniota The East African. I dati disponibili mostrano almeno cinque settori in cui può essere modificata la struttura delle economie africane. In primo luogo, c’è la questione del ruolo dello Stato. 

 

L’economia guidata dallo Stato è sì inefficiente, ma la crisi del credito e i conseguenti salvataggi come quelli negli Usa sono serviti a ricordare che «i mercati non sono perfetti», avverte il giornale. La Cina ha dimostrato che le imprese statali, sebbene imperfette, possono fare affari e, soprattutto, riescono a catalizzare la crescita di un settore privato produttivo. I governi africani devono trovare il modo di intervenire senza soffocare le imprese private. In secondo luogo, i tentativi di industrializzazione non devono andare a scapito dell’agricoltura, come è accaduto negli anni Sessanta e Settanta e come sembra stia succedendo ora. Se nei bilanci pubblici l’agricoltura ha una quota bassa, occorre intervenire. Il settore manifatturiero offre legami tra agricoltura e servizi, ma le industrie agricole, di piccole e medie dimensioni, offrono un buon punto di partenza per aggiungere valore ai prodotti agricoli made in Africa, così come allo sviluppo della base tecnica e all’espansione della base imprenditoriale. 

In terzo luogo, molta enfasi è stata posta sulla eliminazione degli ostacoli agli scambi, ma non abbastanza è stato fatto sul lato dell’offerta e sul miglioramento delle capacità produttive. Ad esempio, avverte il quotidiano, non sufficiente attenzione è stata rivolta allo sviluppo di industrie ad alta intensità di lavoro e competenze. Industrie ad alta intensità di manodopera come quelle della pelle, del tessile e dell’abbigliamento rappresentano solo un quinto del valore di produzione dell’Africa e le esportazioni totali sono passate dal 23 per cento nel 2000 al 20 per cento nel 2009, con la maggior parte di quota ceduta ai paesi asiatici. 

In quarto luogo, l’Africa ha bisogno di sviluppare nuovi mercati. L’Asia è un buon obiettivo perché dovrebbe essere concentrato il 59 per cento della classe media globale entro il 2030, partendo dal 23 per cento nel 2009. 

Quinto, e più importante, tuttavia, l’Africa deve trovare il modo di fare più affari con se stessa, cioè sviluppare il mercato interno. Mentre il 18 per cento del suo commercio con il resto del mondo è in materie prime, oltre il 40 per cento del commercio intra-africano, dove esiste, è in merci lavorate, secondo i dati Unido. 

Inoltre, il mercato africano è in crescita assieme alla sua popolazione, il cui invecchiamento si riduce. 

Nonostante l’immagine convenzionale dell’Africa come un continente povero, le cifre mostrano alcuni interessanti cambiamenti. Se ci ci sono molti poveri in Africa, in questa generalizzazione non trovano spazio i suoi tanti ricchi o persone benestanti. 

Dal 2005, otto milioni di africani sono usciti dalla povertà e la percentuale di coloro che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno scenderà al 41,2 per cento nel 2015. In realtà, Guinea Equatoriale, Seychelles e Libia hanno redditi pro capite più alti di quelli della Russia, il Gabon supera Brasile e Mauritius; Botswana, Sud Africa, Namibia, Algeria, Capo Verde e Tunisia hanno redditi pro capite più alti della Cina. 

Quella classe media emergente africana vorrà telefoni cellulari, frigoriferi, motociclette, orologi e altri beni di consumo. Oggi, la maggior parte di tali merci sono prodotte in Asia, in Cina in particolar modo. 

L’Africa non può svilupparsi in modo sostenibile esportando solo chicchi di caffè mentre importa elefoni cellulari.