
Nel suo articolo pubblicato oggi su Il Fatto Quotidiano, Gianni Dragoni accende i riflettori sulla possibile cessione di Mecaer Aviation Group dal Fondo Italiano d’Investimento al fondo francese Pai Partners. Una vicenda che apre una domanda scomoda: che senso ha difendere con il golden power le aziende strategiche se poi è lo stesso sistema pubblico italiano a venderle fuori dai confini nazionali?
Il caso Mecaer rischia di trasformarsi in uno dei dossier più imbarazzanti della politica industriale italiana. A rilanciarlo è oggi Gianni Dragoni su Il Fatto Quotidiano, raccontando una trattativa ormai alle battute finali che porterebbe il gruppo aeronautico di Borgomanero, in provincia di Novara, sotto il controllo del private equity francese Pai Partners.
La questione non riguarda soltanto il passaggio di mano di un’azienda solida e appetibile. Riguarda soprattutto il ruolo del venditore. A cedere il controllo, infatti, sarebbe il Fondo Italiano d’Investimento, soggetto nato proprio per sostenere e rafforzare il tessuto produttivo nazionale, partecipato in maggioranza da Cdp. È questo il punto che rende il caso politicamente esplosivo: non un investitore estero che scala un’azienda italiana, ma un veicolo a regia pubblica che decide di accompagnarla verso l’estero.
Secondo le informazioni circolate, Mecaer è attiva in un comparto sensibile come quello dei sistemi e delle tecnologie per elicotteri e aviazione. Non si tratta quindi di una realtà marginale, ma di un’impresa inserita in una filiera strategica, con competenze industriali avanzate e un posizionamento che tocca da vicino il nodo della sovranità tecnologica italiana.
Qui emerge il grande paradosso. Quando il dossier riguarda gruppi stranieri interessati ad aziende ritenute sensibili, il governo fa valere il golden power e richiama la sicurezza nazionale, la difesa, la continuità produttiva e il controllo delle tecnologie. È accaduto, per esempio, nel caso Microtecnica, quando Roma ha bloccato l’operazione che avrebbe portato l’azienda sotto l’orbita della francese Safran. Ma se il principio è davvero quello della tutela degli asset strategici, allora dovrebbe valere anche quando la cessione nasce dentro il perimetro pubblico italiano.
Il problema, quindi, non è solo economico. È culturale e politico. Perché se lo Stato entra in un’impresa con l’obiettivo dichiarato di consolidarla, farla crescere e rafforzarne il radicamento industriale, non può poi limitarsi a registrare la migliore offerta finanziaria come se stesse gestendo una normale partita di portafoglio. In settori come l’aerospazio, la logica del rendimento non può essere l’unico criterio.
Il rilievo dell’articolo di Gianni Dragoni sta proprio qui: nel mostrare la distanza tra la retorica della protezione e la pratica della dismissione. Da una parte si invoca la difesa dell’interesse nazionale, dall’altra si apre la porta all’uscita di un’impresa che opera in uno dei comparti più delicati per il futuro industriale del Paese.
Se questa operazione sarà confermata, il messaggio sarà chiaro e anche piuttosto inquietante: in Italia il golden power serve a fermare gli altri, ma non a trattenere ciò che già appartiene al sistema produttivo nazionale. E allora la vera domanda non è soltanto chi compri Mecaer, ma perché lo Stato italiano, invece di difenderla e integrarla in una strategia industriale, scelga di venderla.
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