#ISRAELIRANWAR. Nuova campagna di propaganda contro le Guardie Rivoluzionarie Iraniane da parte Rewards for Justice mira alla raccolta dati contro il regime per sferrare nuovi attacchi

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In Iran nelle giornate del 29, 30 e 31 agosto sono emerse segnalazioni dai privati cittadini riguardanti la ricezione di messaggi in persiano sui dispositivi mobili, che hanno preoccupato le autorità. Nella prima fase, il linguaggio dei messaggi è del tutto fluido e sociale; parla di pressione economica, svalutazione del denaro, corruzione, paura e del divario tra la vita delle persone e la struttura delle Guardie Rivoluzionarie. Sostanzialmente è un invito a chiunque senta la pressione economica di farsi avanti, inclusi i membri delle forze armate o prendere le distanze da esse.

Tuttavia, nella segnalazioni arrivate alle autorità nella mattina del 31 agosto, la natura del messaggio cambia, diventa più performate. Come scrivono le unità OSINT iraniane: “Non si limita più a dire ‘prendete le distanze dalle Guardie Rivoluzionarie’; Il pubblico si trova di fronte a un’offerta concreta: ‘se si vuole contribuire a porre fine al conflitto, bisogna fornire informazioni sulla posizione del personale e delle attrezzature in cambio di una ricompensa finanziaria’”.

Questo cambiamento è la parte più sensibile della campagna mediatica messa in campo dagli USA. Perché il messaggio passa dalla fase di “influenzare la mente” alla fase di “richiesta di informazioni”. In altre parole, si tenta prima di creare una motivazione – pressione economica, rabbia o distanza politica – e poi allo stesso pubblico viene offerta una chiara via per la cooperazione.

Il sito web indicato in questi messaggi si rifa al programma americano Rewards for Justice che ha una pagina specifica sui “Principali leader delle Guardie Rivoluzionarie” e ha annunciato una ricompensa fino a 10 milioni di dollari per informazioni su di loro. Inoltre, il CENTCOM e il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti hanno creato una pagina separata per 40 comandanti delle Guardie Rivoluzionarie.

Il punto non è solo l’importo della ricompensa. Nella sezione dedicata all’invio di informazioni, al pubblico viene chiesto di fornire i propri dati e, se disponibili, di caricare foto, video e documenti a supporto della segnalazione. Sono stati presi in considerazione diversi canali di comunicazione, incluso un canale basato su Tor, per la ricezione delle informazioni. Pertanto, quanto emerso nei resoconti pubblici – “fornisci informazioni e ricevi una ricompensa” – è perlomeno coerente con l’esistenza di un’infrastruttura americana ufficiale e attiva per la raccolta di informazioni.

Dal punto di vista dell’intelligence, l’importanza di un sistema del genere non risiede necessariamente nel trovare un “informatore di spicco”. Centinaia di piccole segnalazioni potrebbero non avere valore di per sé; ma una nuova foto, l’avvistamento di un veicolo, un cambiamento di posizione di una struttura o la conferma della presenza di un individuo, se considerati insieme a dati satellitari, intercettazioni, immagini commerciali e altre fonti, possono confermare o smentire dati precedenti. È qui che il confine tra operazioni psicologiche e raccolta di informazioni tramite attività umane si fa labile. Lo stesso messaggio che dovrebbe influenzare la mente del pubblico può contemporaneamente trasformarlo in una potenziale fonte di informazione.

L’ultimo anello di questa catena è la tempistica. Pochi giorni fa, dopo diverse settimane di pausa, gli Stati Uniti hanno lanciato nuovamente un attacco nell’area dello Stretto di Hormuz, prendendo di mira lanciatori che, secondo il comando statunitense, si stavano preparando per le operazioni. L’Iran, in risposta, ha lanciato missili contro installazioni statunitensi in Giordania.

Questo evento di per sé non dimostra che le segnalazioni o le informazioni inviate al programma di ricompense siano state utilizzate direttamente nella selezione degli obiettivi degli attacchi; non ci sono prove a sostegno di tale affermazione. Ma da una prospettiva militare, una cosa è chiara: più ci avviciniamo al momento dell’inizio delle operazioni, più preziose diventano le nuove informazioni.

Un database di obiettivi può esistere per mesi; il problema è la sua “obsolescenza”. Un comandante si trasferisce, le attrezzature cambiano posizione, un quartier generale viene evacuato e un punto secondario acquisisce improvvisamente importanza. Per questo motivo, prima di un’operazione, la questione non è solo scoprire l’obiettivo; La questione più importante è la verifica dell’obiettivo.

In tali circostanze, anche un piccolo indizio umano, se correlato con immagini satellitari, intercettazioni o altri sensori, può aggiornare parte del quadro. Se scoppia un conflitto su vasta scala, è logico che nella prima ondata gli sforzi per interrompere il ciclo di comando, comunicazione e decisione diventeranno di fondamentale importanza. Importante, perché l’effetto di un simile attacco non si limita all’eliminazione di un obiettivo, ma consiste nel rallentare la reazione dell’intera rete.

Pertanto, questo insieme di messaggi non dovrebbe essere considerato semplicemente “campagna di propaganda”. Ciò che va monitorato è la simultaneità di tre tendenze: un aumento dei messaggi e delle richieste di informazioni in lingua persiana, un incremento delle attività di ricognizione e sorveglianza e segnali di preparazione militare.

Secondo gli analisti iraniani: “Se queste tre curve aumentano simultaneamente, non ci troviamo più di fronte a un semplice messaggio mediatico, ma a un segnale di allarme premonitore di un’escalation. E un’importante considerazione: non bisogna cadere nella trappola delle operazioni psicologiche. Il fatto che la parte avversaria affermi di avere “influenza ovunque” non significa che abbia effettivamente tale dominio. Il lavoro di analisi consiste proprio qui: separare la reale capacità dall’immagine che il nemico vuole proiettare della propria”.

Antonio Albanese e Graziella Giangiulio

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