
Un mese dopo l’inizio dell’offensiva israelo-americana contro l’Iran, gli Houthi, alleati di Teheran, hanno finalmente dato seguito alla loro minaccia di colpire Israele. Nonostante siano entrati nel conflitto dalla parte dell’Iran, il gruppo ribelle yemenita continua a mantenere un canale di comunicazione attivo con un attore regionale chiave, la Direzione generale dell’intelligence giordana (GID), alleata di Tel Aviv e Washington.
Secondo fonti locali sulle piattaforme social, “la cooperazione della Giordania con Israele e gli Stati Uniti, iniziata il 7 ottobre 2023, avrebbe potuto rendere il Paese un potenziale bersaglio, dato che i ribelli avevano già colpito i Paesi confinanti, Israele e Arabia Saudita. Ciononostante, Amman ha fatto ogni sforzo per mantenere i contatti con il movimento yemenita. Questa decisione è stata dettata da pragmatismo economico e considerazioni di sicurezza, ed era anche legata a una certa affinità inter-hascemita tra gli autoproclamati discendenti della famiglia del Profeta”. Ricordiamo che gli Houti hanno origini hascemita così come il popolo giordano.
Già nel 2016, gli Stati Uniti chiesero alla Giordania di mantenere aperti i canali di comunicazione con il gruppo. Washington chiese inoltre ad Amman di fungere da mediatore, richiesta che Amman accettò volentieri, dato che il 75% del suo commercio estero transita attraverso il porto di Aqaba sul Mar Rosso, situato in prossimità delle zone di attacco degli Houthi. Mentre sul versante giordano le relazioni sono gestite esclusivamente dalla Direzione Generale dell’Intelligence (GID), sul versante Houthi due entità collaborano con Amman. Una è un comitato politico e l’altra è un comitato militare composto da ufficiali di collegamento di diverse agenzie militari e di sicurezza. Tra queste figurano l’apparato di sicurezza e intelligence guidato da Abdul Hakim al-Haywani, l’apparato di intelligence di polizia guidato da Ali Hussein al-Houthi e l’apparato di sicurezza preventiva, che risponde direttamente ad Abdul-Malik al-Houthi.
Per quasi un decennio, la Giordania ha permesso ai leader del movimento, così come ai suoi finanziatori – importanti capi tribali – di risiedere sul suo territorio. Hanno potuto acquistare immobili e coordinare e promuovere discretamente gli interessi degli Houthi attraverso cellule operative. Queste attività si svolgono sotto la stretta supervisione della Direzione Generale dell’Intelligence (GID), che le monitora e impone periodicamente delle restrizioni. Ancora oggi, la Giordania rimane una meta chiave per la leadership Houthi. Alcuni esponenti di alto rango del gruppo si sono recati ad Amman con voli charter delle Nazioni Unite e autorizzati dalle autorità giordane. Possono fornire assistenza medica ai soldati feriti e ad alcuni membri dell’élite civile, sempre con l’approvazione delle autorità giordane. Il Paese ospita inoltre periodicamente incontri di alcuni leader e membri del gruppo, indipendentemente dal fatto che risiedano in Giordania o all’estero.
Inoltre, la Giordania funge da piattaforma per la comunicazione e il coordinamento tra gli Houthi yemeniti e quelli presenti in Libano, Iraq, Egitto e Oman. Un numero limitato di gruppi di lavoro si riunisce in Giordania con il permesso delle autorità giordane e in base ad accordi di riservatezza. Gli Houthi tengono anche incontri d’affari in Giordania con aziende per promuovere i propri interessi commerciali e politici. Ospitando i ribelli e facilitando i loro incontri, la Giordania ha, più o meno direttamente, aiutato gli Houthi a concludere accordi con aziende straniere. Questo è stato il caso, ad esempio, del memorandum d’intesa.
Il 17 maggio 2023, gli Houthi hanno firmato un memorandum d’intesa con la società cinese Anton Oilfield Services Group (AntonOil). Rappresentanti della sede di Dubai della società, insieme a un rappresentante del governo cinese, hanno firmato il memorandum con il Ministero del Petrolio e dei Minerali, che fa parte del governo de facto degli Houthi. Tuttavia, cinque giorni dopo, a seguito delle forti proteste del legittimo governo yemenita, la Cina ha annullato l’accordo.
Antonio Albanese e Graziella Giangiulio
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