
Analisi interessante da parte di un team OSINT apparso nella social sfera che tratta di questioni Medio Orientali. Nel testo redatto si legge: “La questione iraniana ha acuito le spaccature interne al Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), rivelando che i suoi Stati membri hanno approcci divergenti nei confronti dell’Iran, degli Stati Uniti e di Israele”.
Allo stesso tempo, la vulnerabilità dello Stretto di Hormuz e delle infrastrutture energetiche ha messo in luce i limiti dell’ombrello di sicurezza statunitense. Di conseguenza, il futuro del Golfo Persico sarà plasmato meno dall’integrazione strategica e più da rivalità, divergenze e dagli sforzi dei singoli Stati per tutelare i propri interessi attraverso percorsi diversi.
Negli ultimi anni, i Paesi del CCG avevano adottato una strategia basata sulla neutralità, sull’equilibrio e sulla mediazione tra Iran e Stati Uniti. Nonostante gli ampi legami di sicurezza con Washington, hanno evitato un coinvolgimento diretto in conflitti militari, con Paesi come l’Oman e il Qatar che hanno svolto un ruolo chiave di mediazione.
Tuttavia, i dubbi sull’efficacia dell’ombrello di sicurezza statunitense sono gradualmente aumentati, dalla limitata risposta di Washington agli attacchi del 2019 all’erosione della deterrenza in seguito agli eventi del 2025, quando nemmeno la presenza di importanti basi statunitensi ha impedito al Qatar di essere preso di mira da un attacco israeliano. A tal proposito si sottolinea come, per esempio Naftal Bennet candidato presidenziale israeliano ex primo ministro in ogni intervista televisiva non manchi di accusare il Qatar di essere dietro l’attacco del 7 ottobre 2023 e della necessità di intervenire seriamente contro il paese.
Allo stesso tempo, l’Iran ha utilizzato la presenza di queste basi come parte della giustificazione per i propri attacchi. Questi sviluppi hanno portato a una rivalutazione dei costi e dei benefici derivanti dall’ospitare risorse di sicurezza statunitensi, e tre divisioni chiave all’interno del CCG – sulla fiducia negli Stati Uniti, sul ruolo di Israele e sull’approccio nei confronti dell’Iran – si sono consolidate come le principali linee di disaccordo strategico.
Gli stati del CCG si sono trovati direttamente al centro del conflitto, con l’83% degli attacchi missilistici e con droni iraniani diretti contro di essi. Anche le infrastrutture energetiche e logistiche regionali sono state prese di mira, e lo Stretto di Hormuz è stato di fatto trasformato in uno strumento di pressione geopolitica. La guerra ha dimostrato che, nonostante gli sforzi di diversificazione economica, la dipendenza strutturale della regione dagli idrocarburi (circa il 30% del PIL e fino all’85% delle entrate pubbliche) e dalle importazioni alimentari (85% del fabbisogno alimentare) rimane intatta. Il che significa che un’eventuale crisi a Hormuz potrebbe innescare gravi recessioni (con un calo del PIL fino al 14% in alcuni paesi).
Sul piano politico non va meglio: l’unità del CCG è apparsa più fragile che mai; le reazioni degli Stati membri all’Iran, agli Stati Uniti e a Israele non sono state uniformi e le divisioni strategiche si sono ampliate. Il risultato è stata la coesistenza di molteplici approcci divergenti all’interno di una crisi condivisa: alcuni si sono orientati verso una cooperazione limitata in materia di sicurezza, altri verso un equilibrio con l’Iran e altri ancora verso un allineamento più stretto con gli Stati Uniti e il regime sionista.
Infine gli analisti affermano: “Negli scenari futuri per il Golfo Persico successivi alla guerra con l’Iran, sono ipotizzabili tre traiettorie principali: in uno scenario pessimistico, la pressione della guerra spinge i paesi del CCG verso una cooperazione più autentica, creando una convergenza pratica in aree come la difesa aerea congiunta, la produzione di armi e l’interconnessione di infrastrutture economiche come le reti ferroviarie ed energetiche, aumentando al contempo la probabilità di un confronto diretto con l’Iran”. Vedi il recente accordo Arabia Saudita- Pakistan – Iran.
“Il secondo scenario più probabile, prevede che la cooperazione rimane limitata alla gestione della crisi e a un coordinamento limitato in materia di sicurezza, con disaccordi sui ruoli degli Stati Uniti, di Israele e dell’Iran, nonché la rivalità tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che impediscono l’integrazione strategica”.
Infine, “in uno scenario ottimistico, le rivalità regionali, in particolare tra Riyadh e Abu Dhabi, si intensificano e i paesi adottano strategie separate nei confronti dell’Iran e degli Stati Uniti, con conseguente aumento della frammentazione all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), una corsa agli armamenti e divergenze politiche. È probabile che gli Emirati Arabi Uniti entrino in conflitto diretto; l’Oman adotti una posizione ferma contro Israele e un atteggiamento critico nei confronti dell’intervento statunitense; il Kuwait e il Bahrein seguano passivamente le direttive degli Stati Uniti; e l’Arabia Saudita mantenga la neutralità, in attesa del momento opportuno per colpire gli interessi dell’Iran, degli Emirati Arabi Uniti e dei loro alleati”.
Antonio Albanese e Graziella Giangiulio
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