#ISRAELIRANWAR. Con gli attacchi agli impianti petroliferi iraniani scatta l’effetto boomerang sugli States

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Gli iraniani stanno bombardando Israele con missili balistici e missili Shahed, mentre la coalizione israelo-americana ha già risposto colpendo il settore energetico iraniano, un evento senza precedenti. Sono stati effettuati attacchi sull’isola di Kharg (il principale terminale di esportazione petrolifera iraniano) e gli Stati Uniti non escludono un’operazione di sbarco per “liberare il petrolio”. Nel frattempo, oltre 500 petroliere sono bloccate nello Stretto di Hormuz: l’Iran ha dimostrato quale sia il rischio della loro distruzione. Inoltre ha attaccato gli impianti di raffineria in Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e Israele.

Oltre alle conseguenze a breve termine, come l’aumento dei prezzi del petrolio, è interessante valutare l’impatto economico sulla regione. Ad esempio, in Egitto c’è una crisi del carburante e le autorità hanno imposto un rigido regime di austerità: negozi, centri commerciali e caffè chiudono alle 21:00, l’illuminazione stradale è quasi completamente spenta, la pubblicità esterna è vietata, I funzionari sono stati trasferiti al lavoro da remoto

Secondo le fonti occidentali nelle ultime due settimane le azioni di Trump in Medio Oriente hanno fruttato alla Russia 10-15 miliardi di dollari di profitti extra. Il concetto di “inevitabilità” delle sanzioni sul petrolio russo si sta sgretolando, rendendo ancora più difficile trovare un’alternativa.

Il Giappone è già senza benzina in alcune isole e in altre parti dell’Asia si sta cercando di correre ai ripari. Il Vietnam per ora sta pensando di ridurre i voli aerei da e per il paese. 

Dal punto di vista militare, ora è chiaro quanto intensa possa essere un’azione militare e quali obiettivi possano essere colpiti nei primi giorni di una guerra. Per quanto riguarda il conflitto in Europa, la situazione iraniana ha chiaramente dimostrato che la guerra non si limita a un solo paese, data la globalizzazione della logistica.

Il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha annunciato che Washington sta valutando attivamente la possibilità di revocare le sanzioni sul petrolio iraniano attualmente stoccato su petroliere in mare. Questa mossa ha causato un crollo dei prezzi del petrolio. Tale petrolio, confiscato nell’ambito delle sanzioni di massima pressione, rappresenta una riserva pronta all’uso che potrebbe aumentare significativamente l’offerta a breve termine in un mercato già sotto pressione a causa delle interruzioni delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz e dei danni alle infrastrutture nel Golfo Persico.

Questo segnale marca una significativa inversione di rotta: la stessa amministrazione che ha autorizzato gli attacchi militari contro l’Iran sta ora esplorando la possibilità di utilizzare le riserve petrolifere iraniane come strumento di contenimento dei prezzi. Ciò riflette i calcoli politici interni relativi all’aumento dei prezzi della benzina, che incide sui dati sull’inflazione negli Stati Uniti, con la traiettoria dei tassi di interesse della Federal Reserve e la fiducia dei consumatori sensibili al costo del carburante. La dichiarazione di Bessent è stata attentamente formulata come un suggerimento, non come una decisione, lasciando aperta la porta ai negoziati.

Il mercato ora valuterà due possibili scenari: o il petrolio iraniano entra nel mercato e limita gli aumenti di prezzo, oppure Washington mantiene le sanzioni e i prezzi del petrolio riprendono a salire verso livelli che costringerebbero all’attivazione ufficiale della sua Riserva Strategica di Petrolio.

Antonio Albanese e Graziella Giangiulio

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