
L’Egitto a fine anno 2025 ha annunciato l’intenzione di fornire gas naturale al Libano per affrontare la sua grave crisi energetica. In base agli accordi di esportazione di gas tra Israele e Egitto (accordi Tamar e Leviathan firmati nel 2018), l’Egitto importa quantità significative di gas naturale israeliano dai giacimenti offshore del Mediterraneo. L’Egitto riesporta poi il gas a livello regionale, diventando di fatto un hub per l’energia israeliana che raggiunge i mercati arabi. Ricordiamo che un accordo era stato firmato anche da Hezbollah all’epoca per Leviathan.
Il gas che fluisce dall’Egitto al Libano includerà probabilmente forniture di origine israeliana, il che significa che il Libano, uno stato che ha al momento un accordo di pace molto debole con Israele e con è stato in guerra fino a pochi mesi fa, acquisterebbe indirettamente energia israeliana tramite intermediari egiziani. Ciò crea sia una dipendenza strategica dalle infrastrutture energetiche israeliane sia, complicazioni politiche per il governo libanese e le forze di resistenza che si oppongono alla normalizzazione.
La rotta più diretta utilizza l’infrastruttura dell’Arab Gas Pipeline (AGP): Ha origine in Egitto (Arish), Attraversa la Penisola del Sinai; Attraversa la Giordania; Prosegue attraverso la Siria (regioni di Homs e Hama); Termina in Libano (Tripoli, centrale elettrica di Deir Ammar). Il gasdotto attraversa circa 300 km di territorio siriano elemento questo che per molti è un fattore critico.
La nuova leadership siriana, in cerca di legittimità da sostenitori occidentali/del Golfo, potrebbe rifiutarsi di facilitare i flussi energetici che: avvantaggiano il governo libanese influenzato da Hezbollah, rafforzano le forze politiche allineate alla resistenza in Libano, forniscono un sollievo economico riducendo la pressione sul bacino di Hezbollah.
E ancora preoccupa la Turchia, che sostiene il governo siriano, e ha un rapporto antagonistico sia con Hezbollah che con l’attuale assetto politico libanese. Ankara potrebbe fare pressione su Damasco affinché blocchi l’oleodotto come leva.
Ma forse Israele ha pensato anche a questo, immaginando i 300 chilometri di oleodotto nelle aree in cui ci sono gruppi di opposizione, cellule dell’ISIS nelle regioni desertiche, installazioni militari russe, zone contese tra forze governative e turche.
Precedenti: l’AGP è stato ripetutamente sabotato durante il conflitto siriano: almeno 14 attacchi tra il 2011 e il 2021. Il nuovo governo potrebbe usare “problemi di sicurezza” come pretesto per bloccare i flussi.
Paradossalmente, Israele potrebbe opporsi ai flussi di gas verso il Libano nonostante ne sia un fornitore indiretto: Preoccupazione per Hezbollah: la sicurezza energetica rafforza la capacità dello Stato libanese, riducendo la pressione su Hezbollah per il disarmo. Israele preferisce mantenere il Libano in crisi per ottenere concessioni politiche. Non va sottostimato la questione delle Controversie marittime visti i continui disaccordi sui giacimenti di gas offshore (Karish, Qana).
Israele potrebbe fare pressione sull’Egitto affinché interrompa le forniture o le condizioni per cambiamenti politici in Libano. L’accordo sul gas tra Egitto e Libano si scontra con molteplici ostacoli critici: Rifiuto del transito siriano – molto probabilmente un meccanismo di blocco, dato l’orientamento politico del governo e l’influenza turca. Insicurezza infrastrutturale – sabotaggio da parte di vari attori in territorio siriano. Interferenza israeliana – diretta o attraverso la pressione egiziana. Complicazioni finanziarie/sanzionatorie – meccanismi di pagamento e restrizioni internazionali. Opposizione politica – resistenza interna libanese all’energia di origine israeliana.
Antonio Albanese e Graziella Giangiulio
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