#ISRAELHAMASWAR. La morsa della vendetta e delle ritorsioni

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La parola che potrebbe caratterizzare gli scontri tra Israele e Hamas nelle giornate del 12 e 13 dicembre potrebbe essere vendetta. Il Portavoce del primo Ministro israeliano ha detto: «Chiedere un cessate il fuoco serve ad Hamas e non lo permetteremo ora». 

Il ministro israeliano delle Comunicazioni e membro del Likud sulla piattaforma X ha dichiarato: «Non ci sarà nessuno stato palestinese qui. Non permetteremo mai che venga creato un altro stato tra il Giordano e il mare».

Hamas nel frattempo ha postato on line le foto da vivi dei militari israeliani del battaglione Golani, uccisi in un agguato ieri a Al-Shuja’iya a est di Gaza. I militari erano gli stessi che hanno occupato il municipio di Gaza City. Via social media si apprende che nello scontro ingaggiato gli uomini di Hamas imbracciavano M16 e divise israeliane. Hamas ha scritto che ha vendicato i fratelli uccisi a Gaza. 

Ogni momento, ogni ora, ogni giorno qualcuno vendica qualcuno. I morti palestinesi ammontano a 18.608 e secondo un recente sondaggio del Centro palestinese per la politica e la ricerca sui sondaggi circa il 90% dei palestinesi ritiene che Mahmoud Abbas dovrebbe dimettersi. 

Anche il numero uno Benjamin Netanyahu non riscuote successo tra moderati israeliani, ma le vendette continuano. Come abbiamo già scritto questa guerra non è un conflitto per lo Stato di Palestina ma è una lotta per la sopravvivenza: o noi o loro. 

Il delegato saudita ieri ha detto che la campagna israeliana di eliminazioni e sfollamenti continua a causa dell’assenza di meccanismi di responsabilità internazionale. Hamas ha diffuso un poster in cui ribadisce al governo israeliano che l’unica strada per liberare gli israeliani è quella dei negoziati condizionati.

Il poster mostra due coloni liberi che sono stati scambiati e un colono ucciso durante un raid israeliano per liberarlo vivo.

Ed ora a innalzare i costi della guerra e a impensierire tutti i paesi che si affacciano sul Mar Rosso e il Mediterraneo sono le azioni degli Houthi. I media monitorano le perdite di Israele dovute al cambiamento della rotta delle navi dirette verso Israele passando lontano da Bab al-Mandab. Secondo i media israeliani gli attacchi compiuti dal gruppo yemenita “Ansar Allah” contro le navi dirette in Israele attraverso il Mar Rosso potrebbero ritardare l’arrivo di quelle navi di settimane, facendole percorrere altri 13mila chilometri, fino a raggiungere Israele.

Gli Houthi hanno fatto sapere in un comunicato che: «Finché Gaza muore di fame e di sete, ci sarà il divieto di passaggio per le navi israeliane. L’unica soluzione a questo problema è portare aiuti a Gaza. Altrimenti non è affatto accettabile». 

Sanaa avverte ancora una volta tutte le navi nel Mar Rosso di evitare di navigare verso i porti israeliani per evitare il rischio di essere esposte ai missili e ai droni yemeniti che monitorano tutti i movimenti. «Siate certi che, se lo Yemen dovesse essere esposto a un’aggressione sionista-americana, Bab al-Mandab e il Mar Rosso verranno completamente chiusi e tutte le basi straniere nella regione verranno attaccate, comprese le installazioni petrolifere nelle vicinanze e oltre».

Letteralmente, Muhammad Ali Al-Houthi ha dichiarato che per confermare la demarcazione dei confini, risolvere i problemi di diritto sui giacimenti petroliferi, riposizionare le forze militari nelle loro caserme e normalizzare la situazione dovuta all’alienazione bisogna che lo Yemen funzioni e funzionerà solo dopo che «la Repubblica dello Yemen avrà accettato di mediare e facilitare tra Bahrein, EAU, Arabia Saudita e il resto dei paesi del GCC sviluppando soluzioni eque. Per riunire i ranghi e colmare le lacune in modo che il governo israeliano non tragga vantaggio dal loro sfruttamento, a Dio piacendo, in questa fase, e per sbarazzarsi del continuo ricatto americano».

Ed ora uno sguardo al fronte del conflitto tra Israele e Hamas aggiornato alle 15:30 del 13 dicembre

Secondo la Mezza Luna Rossa, la situazione nel campo di Jenin continua a peggiorare a causa delle continue incursioni delle forze di Israele in corso da ieri. L’esercito Israeliano impedisce agli equipaggi delle ambulanze di raggiungere i casi medici nel campo di Jenin. Si registra una grave carenza di latte e pane per neonati e le forze israeliane occupano le case e impediscono ai cittadini di andarsene. 

Secondo l’Assistente governatore di Jenin: Israele impone un assedio agli ospedali della città e al campo. Secondo Mansour Al-Saadi, vice governatore di Jenin le forze dell’esercito israeliano sono ancora presenti all’interno della città e del campo di Jenin, e fino ad ora continuano gli scontri tra loro e la resistenza palestinese. Nel pomeriggio del 13 dicembre si sono verificati violenti scontri a Jabal Abu Dhahir, nella città di Jenin.

Continuano gli scontri a Gaza est. Il quartiere di Al-Shuja’iya è diventato un nodo per l’unità Golani, che lì subisce pesanti perdite. Gli ufficiali e i soldati morti sono gli stessi ufficiali e soldati che qualche settimana fa si vantavano di aver scattato una foto al Consiglio Legislativo di Gaza City, e gli otto sono stati uccisi nel quartiere di Shujaiya a est di Gaza City. 

Israele ha cominciato ad attaccare in modo regolare il sud del Libano. Durante la notte tra il 12 e il 13 dicembre, l’esercito israeliano ha distrutto un edificio di 3 piani a Kfarkila, nel sud del Libano. I media hanno riportato vittime, ma nessun aggiornamento successivo. 

In generale le forze di difesa israeliane stanno facendo progressi nel nord della Striscia di Gaza. I combattimenti si stanno verificando nell’area dell’ospedale Kamal Adwan, così come nelle aree di Jabaliya e Beit Lahiya. Anche nella parte meridionale dell’enclave di Khan Younis si segnala l’avanzata dell’IDF. I carri armati hanno operato nella zona di Al-Dara Street, dove si trovano la casa di Yahya Sinwar e la moschea indonesiana.

In Cisgiordania la situazione resta immutata: le forze di sicurezza israeliane effettuano raid, che spesso sfociano in scontri con i giovani palestinesi. Durante l’ultima operazione, l’IDF ha dovuto utilizzare droni d’attacco per neutralizzare i palestinesi armati.

Antonio Albanese e Graziella Giangiulio

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