Il ritorno dell’orrore iracheno

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ITALIA – Roma 20/08/2014. Nella notte del 19 agosto 2014, lo Stato islamico ha pubblicato un video che mostra James Foley Wright, fotoreporter freelance statunitense, indicato nei primi commenti al video come un appartenente alle forze armate Usa, mentre, inginocchiato e con le mani legate dietro la schiena legge un testo in cui c’è sia un atto di accusa verso il governo Usa che le sue ultime volontà.

Foley poco dopo verrà decapitato. Il video non mostra l’intero procedimento ma solo la sua fase iniziale e finale con la testa del giornalista appoggiata sulla schiena del corpo. Secondo il sito web del Fbi, si apprende che Foley era stato rapito il 22 novembre 2012, all’uscita di un internet café a Binesh, in Siria.

Alla fine del video, il boia dello Stato Islamico che ha eseguito la condanna di Foley, mostra un altro prigioniero Steven Joel Sotloff, secondo ostaggio statunitense nelle mani dello Stato Islamico; lo stesso personaggio, vestito di nero , nello stile Isis, minaccia che Sotloff, farà la stessa fine di Foley se gli Stati Uniti non fermeranno i loro attacchi contro lo Stato Islamico. 

Il video è stato messo on line da Al-Hayat media sul social network joindispora.com (fonte Memri); viralizzato in pochissimo tempo con link postati su Internet Archive (archive.org), Twitter, e YouTube. 

Nel complesso, il video, non è artigianale: dimostra una elevata tecnica di ripresa e montaggio con l’uso di primi piani e di controcampi. Nella sua parte iniziale, il video riprende alcuni frame della conferenza stampa in cui il presidente Obama annunciò gli attacchi aerei contro il Califfato in Iraq. Seguono scene di un attacco aereo, presumibilmente contro un bersaglio dello Stato Islamico.

Dopo queste immagini, nel video appare Foley, in ginocchio, vestito con di arancione, come si vede anche dalle foto, un colore ricorda quello indossato dai prigionieri di Gitmo, con un uomo mascherato in nero che brandisce un coltello in piedi al suo fianco. Foley legge le sue ultime volontà: fa appello alla sua famiglia e gli amici per fare pressione sul governo degli Stati Uniti allo scopo di far cessare gli attacchi contro lo Stato Islamico. «Ribellatevi», dice Foley, «contro i miei veri assassini», riferendosi al governo di Washington. Foley, quindi, fa appello ai suoi genitori: gli chiede di «salvare la sua dignità» non accettando nessun risarcimento legale per la sua morte. 

A suo fratello John, membro della Usaf (da qui l’equivoco sui primi commenti) chiede di riconsiderare le sue azioni e quelle dei suoi commilitoni contro Isis. Dopo Foley inizia a parlare l’uomo mascherato, il boia, per intenderci. Quest’uomo, che parla con un chiaro accento britannico da cui si può dedurre che probabilmente non abbia origini mediorientali, dice che il governo degli Stati Uniti è il responsabile degli attacchi contro lo Stato Islamico, perché sta interferendo negli affari dello Stato stesso e quindi di starne alla larga. Accusa poi gli Usa delle morti di musulmani seguite agli attacchi contro di esso in Iraqi. 

Un dato interessante è la proclamazione del nuovo stato della lotta con gli Usa: Washington non sta lottando contro un’insurrezione e dei gruppi di insorgenti (insurgents nella terminologia militare) ma contro un «esercito islamico» e uno «Stato riconosciuto da un gran numero di musulmani in tutto il mondo». Aggiunge inoltre che «qualsiasi aggressione nei confronti dello Stato islamico è un’aggressione nei confronti di tutti i musulmani, che hanno accettato la leadership del Califfato islamico». 

Infine, l’uomo si rivolge direttamente a Barack Obama, brandendo un coltello e minacciandolo di ulteriori spargimenti di sangue, se ai musulmani verrà negato il diritto di vivere in sicurezza: «Qualsiasi tentativo fatto da te, Obama, di negare ai musulmani il diritto di vivere in sicurezza, sotto il Califfato islamico, si tradurrà nello spargimento del sangue del tuo popolo».