
Il Primo Ministro iracheno, Ali al Zaidi,il 28 giugno, ha dato il via all’”Operazione Alba”, la più grande campagna anticorruzione della storia recente dell’Iraq.
Alle prime ore di domenica 28 giugno, un intenso dispiegamento di forze di sicurezza, composte dal Servizio Antiterrorismo e da veicoli blindati (tra cui carri armati) si è riversato nelle strade di tutto il Paese. A poche ore dall’inizio dell’operazione oltre sessantasette persone sono state arrestate con l’accusa di corruzione, tra cui politici, parlamentari, viceministri, ex viceministri, dirigenti, imprenditori e influenti figure di spicco della società irachena.
L’antefatto della vicenda è stato l’arresto dell’ex viceministro del Petrolio per gli Affari di Raffinazione, Adnan al Jumaili. Al Jumaili, anche lui arrestato con l’accusa di corruzione e arricchimento illecito, durante le testimonianze rese, ha citato 128 nomi coinvolti in una rete che avrebbe sottratto miliardi di dinari al Tesoro dello Stato per finanziare campagne elettorali e accaparrarsi appalti pubblici.
Il primo dato che emerge dopo l’operazione Alba è la trasversalità dei fermi. “Alba” ha colpito indistintamente eminenti figure di spicco del Paese indipendentemente dalle affiliazioni religiose e, trasversalmente ha ricevuto l’appoggio di tutto l’arco politico iracheno. Tra gli arresti di spicco figurano infatti sia leader sunniti come Muthanna al Samarrai e Mohammed al Karbouli (Alleanza Azm) che sciiti come Alia Nassif (del blocco Ricostruzione e Sviluppo) e Jamil al Mayahi (Movimento al Hikma).
In secondo luogo, il nome è evocativo delle reali intenzioni del nuovo esecutivo: ringiovanire la classe dirigente del Paese e dare vita a un nuovo corso politico. Troppo a lungo, secondo i sostenitori della possibile riforma del sistema politico iracheno, l’Iraq è stato costretto all’immobilismo a causa della mala gestione delle risorse e di una corruzione che definiscono sistemica e un sistema politico troppo ingessato.
La modalità con cui è stata condotta l’operazione è anch’essa significativa. Alcuni canali della social sfera iracheni, infatti, nelle prime ore dell’operazione, hanno parlato di “colpo di stato militare”. Carri armati e ingenti truppe del servizio antiterrorismo sono state schierate in tutto l’Iraq, in particolare a Baghdad, nei pressi della Zona Verde, che ospita le famiglie di numerosi influenti politici e figure irachene di spicco, oltre alle ambasciate straniere. Il dispiegamento delle forze è proseguito per vari giorni e tutt’ora sono presenti checkpoint nelle strade che portano agli aeroporti e ai valichi di frontiera. Anche se l’allarmismo del colpo di Stato è rientrato subito resta il fatto, riportato dal quotidiano Asharq Al-Awsat, che al Zaidi avrebbe discusso segretamente i dettagli dell’operazione due settimane prima del suo lancio con una ristretta cerchia di alti ufficiali, senza informare l’intera leadership. Contemporaneamente al lancio dell’operazione nella Zona Verde di Baghdad, le forze speciali si sono spostate però anche in aree remote per colpire i quartier generali e le abitazioni di figure direttamente collegate all’influenza iraniana e questo ha dato seguito al allarme di colpo di stato.
Il sostegno degli Stati Uniti – FBI – ha contribuito al successo dell’operazione. Questo è stato comunicato da un alto esponente del partito Badr, guidato da Hadi al Amiri e confermato da un funzionario della sicurezza irachena che ha dichiarato alla televisione Al-Araby che gli arresti, effettuati durante l’operazione, sono stati effettuati dal Servizio antiterrorismo in coordinamento con l’FBI, che, secondo notizie non confermate, ha anche interrogato presso l’ambasciata americana a Baghdad l’ex Primo Ministro Mohammed Shia al Sudani.
L’interesse statunitense in questa vicenda è mosso sì dal mettere freno alla corruzione ma soprattutto dalla più ampia strategia volta a porre fine l’influenza iraniana in Iraq ponendo fine al ruolo politico di figure coinvolte anche nella questione corruzione e nel giro illecito di denaro che potrebbe arrivare appunto fino alla Repubblica Islamica dell’Iran.
In questo quadro politico complicato, ritorna una figura politica mai realmente sparita: Muqtada al Sadr, leader del Movimento Nazionale Sciita, che si profila come il reale vincitore politico dell’operazione, che vede nel programma di riforma di al Zaidi un’opportunità per espandere ulteriormente i propri consensi.
Muqtada al Sadr, infatti, ha dichiarato all’indomani dell’operazione che: “ciò che il Primo Ministro Ali al Zaidi ha fatto in termini di arresti di individui corrotti non è altro che un’eroica campagna di riforme”. Al Sadr, nonostante l’ampio consenso popolare di cui godeva e gode, decise di boicottare le elezioni di novembre 2025, denunciando proprio ciò che questa operazione ha portato alla luce, ovvero, una corruzione sistemica.
L’operazione Alba, in ogni caso, ha riscosso ampio consenso in tutto l’Iraq. Gli ex Primi Ministri al Maliki e al Sudani e i loro partiti, così come gli altri Partiti del Quadro di Coordinamento, il Consiglio Tribale Nazionale, i leader curdi e sunniti, hanno apprezzato l’operato di al Zaidi e ribadito il loro sostegno all’esecutivo anche in questo caso apprezzamenti trasversali sia di esponenti vicino agli Stati Uniti che di quelli vicino all’Iran.
Finora, sono stati sequestrati oltre 22 milioni di dollari, 124 miliardi di dinari iracheni e numerosi atti di proprietà immobiliare e di veicoli nelle abitazioni dei sospetti. In questo contesto il Primo Ministro Ali al Zaidi ha incaricato il Ministero delle Finanze di istituire un conto dedicato per il deposito dei fondi recuperati dai casi di arricchimento illecito. Il portavoce del governo Haider al Aboudi ha definito la campagna, condotta in coordinamento con il Consiglio Superiore della Magistratura e il Parlamento iracheno, senza precedenti negli ultimi anni.
Leonardo Fabrizio
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