
Le tensioni in Medioriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz stanno trascinando l’Iraq in una profonda crisi economica. Due tipi di fragilità strutturali sono alla base del potenziale collasso economico del Paese.
L’Iraq, secondo produttore OPEC e sesto produttore al mondo di petrolio, finanzia circa il 90% del suo bilancio federale con le entrate petrolifere, una dipendenza da tempo identificata dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale come la principale vulnerabilità strutturale del Paese. Inoltre, la quasi totalità delle esportazioni petrolifere irachene (circa il 95%), avvenivano via mare passando per Hormuz e ciò rappresenta un ulteriore elemento di criticità strutturale. Contrariamente alle monarchie del Golfo, l’Iraq, sia per motivi geografici che per assenza di investimenti volti a diversificare le rotte di esportazione, non dispone di un corridoio terrestre capace di assorbire un volume di esportazioni sufficiente a fronteggiare tale crisi.
Anche per quanto riguarda la fase estrattiva, i dati a disposizione delineano un quadro allarmante. Il conflitto regionale ha portato alla chiusura dei più importanti giacimenti petroliferi iracheni, soprattutto quelli del sud come Rumalia e Majnoon, a seguito di ripetuti attacchi con droni effettuati dalle milizie irachene filo-iraniane. La chiusura prolungata dei pozzi e la fuga dall’Iraq di compagnie estere non ha fatto che aggravare la situazione.
L’ex direttore dei prodotti petroliferi in Iraq ed esperto del settore energetico, Haider al Battat, ha dichiarato che interrompere la produzione di petrolio dai pozzi per più di un mese può causare danni reali, ma l’entità del danno dipende dal tipo di giacimento, dal metodo di chiusura e dalla natura del petrolio. Ha aggiunto che quando la produzione di petrolio viene interrotta, la suzione diminuisce e la pressione si equalizza, il che in alcuni giacimenti può portare al blocco dei pori e a un cambiamento nella distribuzione dei fluidi, riducendo così la produttività al riavvio della produzione.
Uno sguardo ai dati, facendo un confronto con uno dei periodi più difficili della storia irachena, mostra che la produzione e le esportazioni di petrolio iracheno ad aprile 2026 sono state circa la metà di quelle di aprile 2004, pochi mesi dopo la caduta del regime ba’athista. Secondo il rapporto di Iraq Oil di aprile 2026, le esportazioni medie di petrolio iracheno sono scese a 310.000 barili al giorno, mentre ad aprile 2004, il governo provvisorio iracheno era riuscito a riportare le esportazioni di petrolio a oltre un milione di barili al giorno. Secondo i dati della Compagnia statale irachena per la commercializzazione del petrolio (SOMO) relativi al mese di marzo 2026, le esportazioni totali di petrolio hanno raggiunto i 18,6 milioni di barili, con una media di 599.000 barili al giorno, mentre la media giornaliera del mese precedente aveva superato i 3,6 milioni di barili. In termini di produzione, secondo le statistiche dell’Agenzia statunitense per l’informazione energetica (EIA), l’Iraq e la Regione del Kurdistan hanno prodotto 1,6 milioni di barili di petrolio nel mese di marzo 2026, esportandone circa 599.000. Del totale esportato, circa 41.000 barili provenivano dai giacimenti petroliferi di Kirkuk e 89.000 barili dai giacimenti della Regione del Kurdistan. L’Iraq e la Regione del Kurdistan hanno esportato 329.000 barili il primo maggio e 683.000 barili il due maggio.
Per far fronte a questa crisi il governo iracheno sta cercando rotte alternative verso le coste mediterranee. I porti di Ceyhan, in Turchia e di Baniyas in Siria, sono stati individuati come i principali porti di destinazione. Queste rotte sono state aperte attraverso passaggi intermedi. Per quanto riguarda la Turchia è stato necessario riattivare l’oleodotto della regione del Kurdistan, Kirkuk-Ceyhan, che attualmente contribuisce ad un volume di esportazioni che varia tra varia tra i 160.000 e i 200.000 barili al giorno.
Mentre l’arrivo del petrolio sulle coste siriane di Baniyas passa attraverso il valico di Rabia, riaperto recentemente dopo decenni di chiusura dovuta dalla guerra contro Daesh. La rotta siriana si basa sul trasporto su gomma, attualmente centinaia di petroliere stanno attraversando il valico, con la promessa che nei prossimi giorni incrementeranno. A pagare il prezzo più salato della chiusura dello Stretto di Hormuz è il governatorato di Bassora (il più ricco di petrolio), che si affaccia sul golfo persico. Per andare incontro alle esigenze della regione, il governo iracheno si sta adoperando per mettere in funzione l’oleodotto Bassora-Haditha (al Anbar). Nonostante gli sforzi dell’amministrazione irachena, difficilmente queste iniziative riusciranno a tamponare la crisi finanziaria che incombe sul Paese.
Nei primi due mesi del 2026, le spese dell’Iraq hanno superato i 17 trilioni di dinari (circa 13 miliardi di dollari), con un conseguente deficit di bilancio di 2,1 trilioni di dinari (circa 1,60 miliardi di dollari) se questa forbice aumenterà gli stipendi non saranno garantiti e i progetti bloccati con conseguente paralisi sociale.
Leonardo Fabrizio
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