
Le elezioni parlamentari irachene dell’11 novembre 2025 rappresentano un appuntamento cruciale per il futuro politico del paese, ma si presentano in un contesto di forte incertezza e sfiducia popolare. La campagna elettorale ha raggiunto una spesa eccezionalmente alta: circa 11 trilioni di dinari (8,3 miliardi di dollari), equivalenti a circa 395 dollari per ogni elettore.
Questi numeri appaiono sproporzionati in un paese dove il diritto di voto riguarda quasi 21 milioni di persone ed è segnata dalla crescente sfiducia verso il sistema politico, in cui la partecipazione alle urne è attesa essere la più bassa di sempre. La ragione principale sta nella percezione diffusa che i risultati siano truccati o predeterminati, con un sistema che agevola sempre le stesse élite settarie e perpetua la frammentazione politico-sociale.
In questo scenario complesso, le forze politiche sciite stanno cercando di formare una tripartita alleanza stabile post-elettorale che rappresenti le principali componenti della scena politica del paese. La proposta attuale mira a confermare Mohammed Shia al-Sudani come Primo Ministro. Tuttavia, il consenso interno è debole e la lotta per la leadership si preannuncia aspra, in particolare per la concorrenza con figure quali l’ex Primo Ministro Nouri al Maliki e leader armati come Qais al Khazali, i quali rappresentano una sfida diretta alla stabilità del governo guidato da al-Sudani.
Il Quadro di Coordinamento, il tradizionale centro politico di al Sudani, si presenta frammentato e debole con alcune sue componenti candidate in modo autonomo, indebolendo l’unità delle forze sciite. A concorrere nel complesso quadro politico si aggiunge il ruolo dell’inviato speciale americano Mark Savaya, che interpreta questa frammentazione come una strategia per escludere i partiti filo-iraniani dal prossimo esecutivo, segnando una forte pressione esterna da parte degli Stati Uniti nel gioco di equilibrio iracheno. Questa interferenza occidentale aggrava le tensioni con l’Iran, che da parte sua sta ricalibrando la propria presenza politica, includendo alcune fazioni nel processo istituzionale e rafforzando alleati fedeli per preservare la sua influenza nel paese, anche tramite un nuovo ricambio generazionale entro i gruppi legati a Teheran.
Il movimento di Muqtada al Sadr continua invece a boicottare le elezioni, sostenendo che esse siano una mera formalità per mantenere il potere delle élite settarie e imporre un’agenda controllata dalle potenze esterne, in particolare dagli Stati Uniti, accusati di voler dominare il destino iracheno. Questo boicottaggio gode dell’appoggio di una parte significativa della popolazione che vede nelle elezioni uno strumento di esclusione e immobilismo politico, piuttosto che una vera opportunità di cambiamento. Sul piano tecnico-elettorale, alcune affermazioni delle liste sulla possibilità di ottenere 45-50 seggi sono state definite infondate da esperti del settore. La nuova legge prevede infatti un sistema con un unico distretto elettorale per ogni governatorato, invece del sistema multidistrettuale adottato nel 2021, modificando in modo significativo le possibilità elettorali e la distribuzione geografica dei voti.
Lo scenario locale è fortemente condizionato dalle dinamiche regionali e internazionali, nelle quali si combatte una vera e propria «guerra diplomatica» tra Stati Uniti e Iran per il controllo dell’Iraq. Gli Stati Uniti, attraverso il nuovo inviato Savaya e il Dipartimento di Stato, cercano di limitare l’influenza iraniana e delle milizie a essa collegate, ritenute destabilizzanti e una minaccia concreta alla sovranità irachena.
L’Iran reagisce tentando di integrare alcune fazioni nel processo politico, mantenendo il supporto militare e finanziario al governo sciita, e allo stesso tempo innestando un ricambio generazionale tra i suoi alleati. Baghdad, pur richiedendo alle milizie una minor attività in cambio di spazi politici più ampi, non ha ancora registrato cambiamenti significativi in tal senso. Al contempo, secondo il quotidiano al Alam al Jadeed, l’Iran ha espresso un rigetto netto alla possibilità che al-Sudani ottenga un secondo mandato come Primo Ministro, a causa di avvicinamenti di quest’ultimo a Washington.
Questo rifiuto ha indebolito la coesione all’interno dell’Alleanza per la Ricostruzione e lo Sviluppo, provocando anche un allontanamento delle forze vicine all’Iran dal supporto al leader sciita. Parallelamente, una campagna mediatica riportata dal Tehran Times denuncia come i media israeliani e americani alimentino tensioni e diffondano disinformazione con il possibile obiettivo di giustificare azioni aggressive in Iraq proprio in vista delle elezioni. Sul fronte politico interno, Adnan al Zurfi, capo dell’Alleanza Alternativa, ha evidenziato come il governo non controlli adeguatamente le fazioni armate, le quali agiscono fuori da regolamentazioni e non avranno una rappresentanza ufficiale nel nuovo esecutivo. Al Zurfi ha anche sottolineato come molte decisioni cruciali vengano prese in modo poco trasparente e senza coinvolgere i leader politici ufficiali.
La complessità del processo elettorale va quindi letta oltre la semplice contesa nazionale: questo evento è il punto d’incontro di una più ampia competizione tra due potenze, l’Iran e gli Stati Uniti, con strategie contrapposte sul futuro dell’Iraq. L’Iran cerca di consolidare le proprie reti di alleati, rinnovandole per mantenere una presenza duratura, mentre gli USA si impegnano a contenerle, mantenendo una base di potere che limiti l’influenza filo-iraniana nel governo. Questo confronto si riflette su vari livelli: alleanze, candidature, campagne elettorali e persino nell’azione post-elettorale, mettendo a rischio la stabilità politica e la coesione istituzionale del paese. Il boicottaggio del Movimento Sadrista, le tensioni interne nel Quadro di Coordinamento e i frequenti violazioni elettorali sono tutte espressioni di un gioco geopolitico che lega il destino iracheno alle pressioni e interferenze esterne di Teheran e Washington. Nel frattempo, la popolazione irachena rimane spesso spettatrice di questo delicato e complesso equilibrio di potere, segnando una fase di transizione tra vecchi e nuovi scenari politici e strategici.
Elisa Cicchi
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