IRAQ. Al Maliki tra Iran e Stati Uniti

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Lo stallo politico sulla nomina del prossimo Primo Ministro iracheno sembra essere giunto al termine. Una fuga di notizie a seguito della 285° riunione ordinaria del Quadro di Coordinamento, il più numeroso blocco parlamentare che riunisce i principali partiti sciiti, che si è tenuta presso l’ufficio di Mohsen al Mandalawi, ha riportato che Nouri al Maliki, leader della coalizione Stato di Diritto, sarà incaricato per formare il nuovo governo. La nomina di al Maliki per un suo terzo mandato non è definitiva ed è ancora in fase di discussione all’interno del Quadro, che terrà un’ulteriore riunione la prossima settimana e, se non dovessero esserci obiezioni, la nomina verrà ufficializzata. Secondo le indiscrezioni la nomina di al Maliki è arrivata dopo la decisione del Primo Ministro uscente e leader della Coalizione Ricostruzione e Sviluppo al Sudani di ritirare la sua candidatura. Va ricordato che la Coalizione per lo Stato di Diritto (Maliki) ha ottenuto 29 seggi alle elezioni parlamentari, mentre al Sudani con la sua Coalizione Ricostruzione e Sviluppo si è assicurata 46 seggi. La nomina di al Maliki resta comunque vincolata a delle condizioni, tra cui l’approvazione dell’Autorità Religiosa di Najaf, l’Ayatollah al Sistani, l’accettazione da parte dei sunniti e dei curdi e la natura della posizione americana. 

La vicinanza di al Maliki all’Iran e alle fazioni armate sciite risulta essere il principale ostacolo all’ufficializzazione della sua candidatura. Il legame tra Nouri al Maliki e l’Iran si è consolidato durante gli anni del regime di Saddam Hussein. Al Maliki, condannato a morte dal regime in quanto oppositore e militante sciita, nel 1980 fu costretto all’esilio, trovando rifugio nell’Iran sciita dove continuò la sua attività di opposizione sostenuto dalla Repubblica Islamica. 

Sul fronte interno, i più intransigenti oppositori ad un suo mandato risultano essere il Movimento della Saggezza (partito politico fondato dopo una scissione del Supremo Consiglio Islamico Iracheno con l’intento di distaccarsi dall’influenza iraniana per abbracciare una visione laica nazionalista) guidato da Ammar al Hakim e il Movimento Nazionale Sciita, guidato da al Sadr, il quale ha boicottato le elezioni parlamentari, denunciando la corruzione del sistema. Pur essendo entrambi sciiti, lo scontro tra al Sadr e al Maliki non è nuovo nell’arena politica irachena.Al Sadr adotta, come linea politica, un forte nazionalismo iracheno, che, per quanto possibile, vuole rifiutare ingerenze esterne sia americane che iraniane. La disputa tra Maliki e Sadr è esplosa durante le contrattazioni per la formazione del governo nel 2022 che hanno portato a dimissioni di massa di deputati sadristi, la pubblicazione di registrazioni e accuse gravi di corruzione mostrando una profonda spaccatura nella comunità sciita. 

Sul fronte della politica estera, l’Arab Post, citando un funzionario governativo vicino all’ambasciata statunitense a Baghdad, ha affermato che Washington non approva che al Maliki assuma la carica di Primo Ministro perché ritiene che “la sua massima lealtà è rivolta all’Iran” e che non sarà in grado o disposto ad opporsi alle fazioni armate sciite come Badr, Asa’ib Ahl al Haq, Kata’ib Hezbollah e quindi a limitare l’influenza iraniana nel Paese. Da mesi gli Stati Uniti stanno mettendo pressione al governo iracheno affinché metta al bando queste fazioni e con l’incrementarsi delle tensioni regionali, è aumentata anche la pressione statunitense, Joshua Harris, incaricato d’affari degli Stati Uniti in Iraq, attraverso una lettera spedita a Baghdad ha elevato la classificazione di queste fazioni da gruppi armati incontrollati a fazioni terroristiche fedeli all’Iran ritenendo inaccettabile l’inclusione nel prossimo governo, in qualsiasi veste, queste milizie. 

Leonardo Fabrizio

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