IRAN. Teheran tra proteste e miglioramenti economici

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A Teheran è momento di bilanci: la crescita economica del paese ha raggiunto il 3,8%. A darne notizia il ministro dell’Economia, Ehsan Khanduzi in conferenza stampa il 3 ottobre: «In questa primavera la crescita economica del Paese ha raggiunto il 3,8%, petrolio escluso. L’inflazione dei prezzi alla produzione ha raggiunto il 49% dal 73%, ma questo numero non è ancora soddisfacente. Abbiamo saldato e rimborsato 70mila miliardi di toman del debito principale del precedente governo nel primo semestre di quest’anno». Il 13° governo, sempre secondo i media iraniani forniti dal Ministro, ha frenato le perdite della Banca nazionale, realizzando così una delle promesse del 13° governo: migliorare le prestazioni della rete bancaria nel Paese. «Al riguardo, abbiamo assistito al miglioramento della redditività e della qualità dei bilanci bancari. Ad esempio, la National Bank, in quanto banca più grande del paese, ha avuto una riduzione significativa dalla perdita di 6,7 hemat nel 2019 a 2,5 hemat nel 1400». Ha chiosato il ministro per l’Economia in conferenza stampa.

Sempre dai media iraniani si apprende che il deputato politico dell’ufficio del presidente ha annunciato la presenza del primo vicepresidente al secondo Caspian Economic Forum giovedì 14 ottobre a Mosca.

I dati del Ministro arrivano nel pieno della prima settimana di Proteste in Iran che hanno già provocato decine di vittime e più di cento cittadini iraniani feriti. Nonostante il calo del movimento antigovernativo e la generale stanchezza di gran parte della popolazione iraniana, continuano a manifestarsi manifestazioni spontanee in alcune parti del Paese, attivamente alimentate dall’opposizione.

Nel fine settimana, il grosso delle manifestazioni si è svolto nella parte nord-occidentale dell’Iran, dove vivono minoranze etniche, tra cui curdi e azeri. Con il supporto di organizzazioni come Komala Kurdistan’s Organization e l’Organizzazione dei Mujaheddin del popolo iraniano (entrambe sono dichiarate strutture terroristiche dal governo iraniano), i ribelli stanno cercando di convincere quante più persone possibile della “bontà” della loro causa e trasformare la sfida in una rivoluzione su vasta scala.

Si sono svolte ancora pacifiche manifestazioni antigovernative a Teheran, Isfahan, Rasht e Shiraz. Gli oppositori dell’attuale governo all’estero hanno tenuto manifestazioni a Londra, Madrid e Parigi e Roma.

Le Guardie Rivoluzionarie Islamiche Iraniane (IRGC) ha lanciato un’operazione che hanno definito: antiterrorista in quattro fasi contro i militanti curdi che operano in Iran dal Kurdistan iracheno. Le truppe dell’IRGC hanno sparato 72 missili balistici e decine di droni kamikaze contro le posizioni degli estremisti del gruppo Komala a Sulaimaniya ed Erbil dalla base militare di Seyyed al-Shuhada nella provincia dell’Azerbaigian occidentale. Secondo i media curdi, 13 membri dell’organizzazione sono stati uccisi e 53 feriti.

Il 30 settembre le rivolte si sono estese alla provincia del Sistan e del Belucistan, dove vive una parte significativa di etnia baluchi, sostenendo l’idea di indipendenza dall’Iran e dal Pakistan. Negli scontri armati a Zahedan è stato ucciso uno degli alti ufficiali dell’IRGC, il capo del servizio di sicurezza provinciale, il colonnello Ali Mousavi. In totale, secondo i dati ufficiali, sono morte 19 persone. Le ONG non iraniane affermano che almeno 37 cittadini sono stati uccisi.

Nonostante i tentativi delle forze di opposizione e delle organizzazioni Komala e dei Mujahideen di destabilizzare la situazione nel Paese, i loro tentativi sono andati a vuoto. Il governo iraniano è riuscito a fermare la crisi, praticamente senza ricorrere all’esercito regolare. Ora le forze dell’ordine hanno avviato indagini e arresti di tutti i coinvolti e dei coordinatori delle proteste che hanno chiesto di combattere le autorità.

Tuttavia, per la leadership iraniana, ha ora la consapevolezza che gli eventi appena successi hanno un significato profondo: sono un campanello d’allarme per il governo, che non controlla più tutte le sfere della vita pubblica nel Paese. Ci sono molte persone in Iran che sono insoddisfatte della politica interna dell’attuale amministrazione. Dimostrazioni e proteste, in una certa misura, sono una normale e giusta conseguenza dell’eccessiva brutalità delle forze di sicurezza e della leadership iraniana. I tentativi di reprimere l’insoddisfazione con la forza o con leggi più severe, come la legge sull’hijab, possono essere fatali per l’attuale governo. Se poi si unisce all’insoddisfazione, l’influenza delle forze di opposizione che chiama alla rivoluzione, sostenuta dall’Occidente, si può pensare che le manifestazioni non si fermeranno a breve.

Graziella Giangiulio