
Non ci sono segnali di indebolimento dell’autorità iraniana, nonostante le minacce di attacchi americani. Questo è il succo dei rapporti inviati alla Direzione Generale dell’Intelligence Estera (DGSE) francese sulla situazione sul campo. Tuttavia, questi rapporti rimangono estremamente cauti e coerenti con le analisi di altre agenzie di intelligence occidentali. Ottenere informazioni accurate è ulteriormente complicato dallo stretto controllo che l’apparato di sicurezza iraniano esercita sul Paese, in collaborazione con l’IRGC.
Ma la situazione potrebbe cambiare molto rapidamente: Teheran ha ancora diversi assi diplomatici nella manica per evitare la catastrofe, come offrire ai paesi occidentali un nuovo round di colloqui sul suo programma nucleare.
In Occidente, mentre gli analisti governativi possono nutrire speranze per il crollo del regime, condurre una valutazione indipendente dello stato delle forze che operano in Iran è estremamente difficile. L’efficacia dei gruppi occidentali di intelligence open source (OSINT) è stata significativamente ridotta dopo il blocco di Internet a livello nazionale in Iran l’8 gennaio. E sebbene i satelliti di ricognizione occidentali stiano tentando di spostare la loro attenzione sulle città dell’Iran, la sorveglianza spaziale è inefficace nel valutare le intenzioni e la situazione effettiva delle forze interne al regime, che hanno organizzato con successo contro-proteste di massa il 12 gennaio.
Per ottenere tutte le informazioni possibili sugli ultimi sviluppi in Iran, ufficiali e consiglieri dell’intelligence francese hanno ripreso i colloqui con gli oppositori del regime iraniano recentemente fuggiti dal Paese. Alcuni di questi personaggi dell’opposizione mantengono un basso profilo, mentre altri sono più in vista e hanno ancora parenti nel Paese. Questo è particolarmente vero nelle grandi città e, in misura minore, nelle aree rurali dell’Iran.
Il quadro che emerge da questi incontri è ottimistico, ma contraddittorio. Gli oppositori più in vista, i cui parenti sono ancora in Iran, hanno finora scelto di astenersi dal rilasciare dichiarazioni, lasciando intendere di non credere che il regime cadrà presto.
Un altro fattore, ripetutamente segnalato da chi è sul campo, è la possibile presenza di provocatori tra i manifestanti, che tentano di fomentare ulteriormente il caos spingendoli a politicizzare la loro retorica, ad esempio chiedendo il ritorno del figlio dell’ultimo Scià, Reza Pahlavi. Sebbene quest’ultimo rimanga una figura controversa tra l’opposizione iraniana, è un avversario ideale per il regime. Pahlavi sostiene gli attacchi israelo-americani contro l’Iran e si propone come una figura unificante in grado di guidare una transizione democratica in Iran. Immagina questo processo come pacifico e controllato, che includa un’assemblea costituente e un referendum. Il suo piano prevede che le forze di sicurezza interrompano i legami con l’attuale governo e si uniscano a un movimento popolare. I sostenitori di Pahlavi segnalano potenziali disertori, ma diverse agenzie di intelligence occidentali finora non sono riuscite a identificarli.
Negli ultimi mesi, Pahlavi ha ottenuto un significativo sostegno da parte dei giovani iraniani grazie a un’aggressiva campagna sui social media finanziata da Tel Aviv, come riportato dalla ONG Citizen Lab e dal quotidiano israeliano Haaretz. Dopo che la guerra di 12 giorni di Israele contro Teheran nel giugno 2025 non è riuscita a indebolire il regime quanto Tel Aviv si aspettava, Pahlavi ha deciso di alimentare il fuoco della protesta interna.
Tuttavia, ulteriori campagne di influenza online volte a promuovere l’opposizione iraniana provengono anche dai paesi occidentali. Le stesse persone che hanno creato l’attuale nebbia informativa stanno ora cercando di distinguere immagini vere da quelle false sui social media iraniani.
In effetti, Iran e Israele hanno tutto da guadagnare dall’esposizione mediatica di Pahlavi. Per Teheran, l’erede del regime dell’odiato Scià è lo spauracchio perfetto per galvanizzare i suoi sostenitori. Per Tel Aviv, è una figura che potrebbe essere utilizzata per convincere la Casa Bianca, preoccupata per le conseguenze di un possibile cambio di regime, ad aumentare il sostegno degli Stati Uniti all’opposizione o addirittura a lanciare attacchi.
Questa possibilità sta attualmente preoccupando profondamente molti, nonostante Trump abbia informato Teheran che gli Stati Uniti non attaccheranno; la Casa Bianca ha invitato Teheran a mostrare moderazione in cambio.
Tommaso Dal Passo
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