
Il concetto di Indo-Pacifico si fondava sul presupposto che la potenza marittima potesse estendersi su tutti gli oceani, garantire l’accesso e influenzare gli eventi a distanza. Tale presupposto non è più valido. I progressi nella tecnologia missilistica, nella difesa aerea a più livelli e nelle capacità di attacco a lungo raggio hanno reso la prossimità pericolosa e la penetrazione costosa.
L’equilibrio si è spostato verso la negazione, la profondità e la difesa. Quello che un tempo era un ambiente marittimo permissivo sta diventando un ambiente conteso, riporta AT. È la silenziosa fine di un’era. Il quadro indo-pacifico, abbracciato con particolare forza da Australia e Giappone, si basa su una visione di ordine sostenuto dalla portata navale e dalla mobilità della coalizione. La questione non è più come sostenere l’Indo-Pacifico, ma cosa verrà dopo.
Per Canberra e Tokyo, non si tratta di un dibattito astratto. È una resa dei conti strategica.
Per l’Australia, il concetto di Indo-Pacifico esercitava un fascino evidente. Collocava il paese all’interno di una rassicurante geometria strategica: il Giappone a nord, l’India a ovest e gli Stati Uniti come garanti permanenti dell’ordine marittimo. Il concetto non si è mai rivelato particolarmente solido. La sua sopravvivenza non derivava tanto dalla sua corrispondenza con la realtà strategica, quanto dalla sua coerenza con la cultura strategica australiana. La dipendenza da grandi potenze lontane, prima la Gran Bretagna, poi gli Stati Uniti, ha incoraggiato una visione del mondo in cui la sicurezza è garantita da coalizioni marittime e da un bilanciamento esterno.
Il quadro indo-pacifico enfatizzava la cooperazione navale, la libertà di navigazione e la coesione delle alleanze, consentendo all’Australia di operare all’interno di una struttura che già conosceva.
L’Australia, però, non è una potenza marittima: è uno stato continentale con interessi marittimi. La sua geografia le conferisce profondità, distanza e il potenziale per una difesa a più livelli: vantaggi che privilegiano la resilienza rispetto alla proiezione.
Il costo logistico di invadere il continente supera di gran lunga quello di difenderlo. L’Australia non è costretta dalla geografia a proiettare la propria forza all’esterno. L’AUKUS rappresenta una scommessa costosa su capacità remote, basata su tempistiche e presupposti che appaiono sempre più improbabili: un disallineamento profondo tra geografia e strategia. La fine del momento indo-pacifico potrebbe riportare l’Australia alla realtà strategica: pensare alla difesa continentale.
Il Giappone rimane una potenza marittima per eccellenza, mantenendo una delle forze navali più capaci al mondo, con avanzate capacità di guerra antisommergibile, difesa missilistica e controllo del mare; è una capacità nazionale, radicata, sofisticata e progettata per operare con un elevato grado di autonomia.
DI fronte all’ascesa della Cina, Tokyo ha dimostrato la capacità di adattarsi, rafforzando la deterrenza, indurendo le proprie difese e calibrando la propria strategia in modo da riconoscere i limiti delle garanzie esterne. La forza marittima è mantenuta, ma non si presume più che sia di per sé decisiva, preservando opzioni che vanno oltre la forza convenzionale. Il suo avanzato ciclo del combustibile nucleare, le ingenti scorte di materiale fissile e la base industriale di livello mondiale gli conferiscono una capacità di deterrenza latente che pochi Stati possiedono. Il Giappone non dipende da un ordine marittimo sostenuto da altri.
Il concetto di Indo-Pacifico, concepito per estendere la portata marittima si scontra con un contesto strategico che penalizza sempre più l’esposizione e premia la profondità. Gli eventi in Iran non sono separati dall’Indo-Pacifico; ne rivelano i limiti. Una strategia basata sull’accesso si è scontrata con una realtà definita dalla negazione.
Il centro di gravità si sta spostando nuovamente verso il continente, verso la resilienza, l’autosufficienza e la gestione della prossimità piuttosto che della distanza.
Maddalena Ingroia
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